In un’antica scuola d’arte

Nella periferia sud di Amsterdam

Progetto dell’arch. Reinder Nust di Amsterdam
Servizio e foto di Grazia Ike Branco
Testo di Walter Pagliero

Due anime della capitale olandese, razionalità e integrazione col passato, sono presenti in questo loft ricavato da una scuola.

Nel popolare quartiere di Pijg, oggi diventato di moda, una scuola d’inizio ‘900 è stata trasformata dal giovane architetto Reinder Nust in quattro loft autonomi. L’edificio si trova in una via abbastanza dimessa della periferia
ottocentesca di Amsterdam e si presenta diverso dalle altre case: ha un’entrata importante e delle grandi finestre
che ricordano una delle scuole d’arte più famose, quella di Schinkel a Berlino. Questa di Amsterdam è stata creata per i figli degli operai, perchè potessero essere in grado di risalire qualche gradino della scala sociale, un impegno civile che ha portato a un ottimo progetto. Adesso è diventata un insieme di loft, tra razionalità e integrazione col passato, sono presenti in questo loft ricavato da una scuola. cui questo ristrutturato da un architetto che, unendo al senso dello spazio un’anima minimalista, ha voluto valorizzare lo spazio tra le grandi finestre d’epoca, vere pareti di vetro poste su entrambi i lati dell’edificio. Il suo soppalco per la zona notte è un cubo bianco librato nell’aria, e ricorda più la tolda di una nave che l’appartamento di un tranquillo condominio. Caratterizza molto questo intervento l’esile scala che porta dalla zona living, con pranzo e cucina, alla zona notte: il bianco di scala e pareti si combina felicemente con le sfumature calde del legno del pavimento e con i vecchi mobili e gli oggetti provenienti da stili ed epoche diverse. Le sensazioni che si provano percorrendo questa casa sono dovute principalmente al continuo cambiamento di prospettive, al fatto che si entra e si esce in cellule spazio-temporali sempre diverse.

E’ la stessa concezione generale ad essere bipolare: da un lato l’architettura d’interni vera e propria che è rigorosa,
moderna, senza concessioni e dall’altro l’arredamento che è eclettico, nostalgico e proiettato all’indietro. Nel living c’è un grande armadio belga di fine ‘800 che contiene la TV e lo stereo (si preferisce nascondere la tecnologia attuale), delle corna di cervo, un divano inglese Chesterfield ricoperto da una housse bianca, una vecchia poltroncina olandese in legno e due poltrone tradizionali in pelle. Il tutto viene sovrastato dalle grandi finestre su due piani che risultano essere di una grande bellezza architettonica. E’ questo un arredamento adeguato a una presenza così importante,
quasi assoluta? E’ un problema che si pone ogniqualvolta si debba arredare uno spazio architettonico perfetto senza l’aiuto del progettista che l’ha costruito. Non se ne esce mai completamente soddisfatti, perché il confronto è schiacciante. L’approccio più accettabile è spesso quello più semplice, che tiene conto del dato spaziale, dimensionale,
non di quello stilistico. Come qui è avvenuto.

La zona pranzo, essendo posizionata sotto il soppalco, deve reggere solo in parte la presenza meravigliosa delle grandi finestre e si può permettere di essere coerentemente di tendenza, quella tra l’esotico e il fantasy che unisce il vecchio mobile da ufficio ottocentesco al manufatto in ferro battuto contemporaneo che reinterpreta poeticamente il medioevo. Così attorno a un tavolo artigianale si dispongono delle vecchie sedie italiane, sotto a un architettonico lampadario in ferro battuto eseguito in India ma d’ispirazione inglese. E’ il trionfo della globalizzazione che in Olanda è più sentita che altrove. E in questo ambiente ci sta benissimo una pianta di banano. Chi conosce l’Olanda sa quanto la sua storia di commerci marittimi abbia lasciato il segno nella modernità: in famiglia si cucina anche indonesiano, tra gli oggetti amati ci sono ancora gli antichi vasi cinesi altrove negletti, la conoscenza di più lingue è la regola anche tra i giovani. La proverbiale tolleranza olandese è dovuta al suo stesso atto di nascita, è infatti dal ‘600 che tre comunità omogenee si dividono il potere: quella protestante, quella cattolica e quella ebraica. Un collaudato equilibrio basato sul fair play (che però si è rotto recentemente con la comunità islamica a causa di alcune azioni simboliche di tipo criminale). Questa apertura pluriculturale si sente anche negli attuali interni olandesi: non più chiusi in un rigore formale di tipo ossessivo (che li ha portati all’astrattismo di Mondrian e al neoplasticismo di Rietveld), ma aperti alle influenze del mondo, soprattutto di quello occidentale. Anche nei negozi l’arredamento non è più identificabile
con qualcosa di tipicamente olandese, ma segue le più varie suggestioni: se si tratta di una erboristeria lo stile sarà provenzale, se si vendono videogiochi sarà tipo Las Vegas, e così via. Non tanto ad Amsterdam quanto nei piccoli centri, più desiderosi di aprirsi al mondo dimenticando le origini. Negli interni delle abitazioni questo atteggiamento di base porta a una grande libertà di scelta, sia per gli oggetti che per le suggestioni; l’importante è avere abbastanza personalità perorganizzare tale “confusione di segni” in qualcosa che risulti omogeneo e significativo (da sempre il segreto dell
a riuscita dei grandi arredamenti in qualsiasi periodo o stile dominante venissero fatti). In questo
l’Olanda non è molto distante da noi.

 

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