Il trionfo della Controriforma


ARTE MUSEO DIOCESANO DI CARPI (MODENA)

La seicentesca chiesa di Sant’Ignazio, danneggiata dal sisma e restaurata, è stata destinata a museo “di se stessa”. Oltre alle opere originali, vi si trovano elementi di diversa provenienza, con apparati che ne evidenziano l’estraneità rispetto all’ambiente in cui si trovano. La sede espositiva è stata intitolata al cardinale Rodolfo Pio di Savoia.

Già all’inizio del ‘900 in Carpi esisteva una raccolta di opere artistiche di proprietà della Chiesa, provenienti da diversi edifici di culto e in particolare dalla Cattedrale. Nel 1914 tale collezione di opere è stata collocata nel Museo civico, appena inaugurato, a titolo di “deposito temporaneo”, secondo un protocollo di intesa che è stato rinnovato nel 1941 ed è stato in vigore sino al 1998, quando, su richiesta dell’allora vescovo Bassano Staffieri, le opere sono state restituite alla Diocesi che nel frattempo aveva dato avvio alla inventariazione del patrimonio.
Nel 2006 il vescovo Elio Tinti ha istituito il Museo diocesano. Come sede di questo è stata scelta la chiesa di Sant’Ignazio di Loyola, annessa al seminario vescovile, che aveva subito gravi danni a seguito dei terremoti degli anni 1986 e 1996.
La chiesa fu costruita tra il 1670 e il 1682 dai Gesuiti che si erano stabiliti a Carpi sin dal 1622, e presenta decori a stucco, cui successivamente sono state aggiunte pitture a tromp-l’oeil.
La gravità degli eventi sismici era stata tale da imporre una cospicua opera di restauro, che tra l’altro ha consentito di recuperare le chiare cromie delle pareti coi loro decori e la ricollocazione di una pavimentazione in cotto, simile a quella originale.
Restituita alla sua integrità, col suo arredo di opere, la chiesa di Sant’Ignazio di Loyola è diventata anzitutto “museo di se stessa”.

Dall’alto: una teca inserita nella parete e lo schizzo
di un pannello. Pagina a lato, in senso orario: nuovi
apparati espositivi in una cappella e nella sacrestia;
il vano centrale: in evidenza l’altare maggiore.

L’alto vano a pianta centrale a croce greca con cupola centrale emisferica, con due ampie cappelle in funzione di transetti voltati a botte, si presenta oggi come esempio di luminosa architettura controriformistica, in cui le opere d’arte presenti a corredo degli apparati lliturgici sono rimaste nelle loro posizioni originali e restano chiaramente visibili e distinte dalle opere aggiunte come parte del nuovo destino museale.
Spiega il Dr. Alfonso Garuti, responsabile del Museo: “Tra gli apparati originari spiccano l’altare maggiore a struttura architettonica di Giovanni Pozzuoli e Giovanni Massa, capolavoro tardo seicentesco, diversi dipinti di Francesco Stringa, Bonaventura Lamberti, Giacinto Brandi e i decori delle tribune e delle ancone”.

Per inserire in tale contesto altre opere, l’Arch. Anna Allesina, curatrice sia dei restauri, sia dei nuovi allestimenti, ha studiato vetrine espositive a basso impatto scenico, caratterizzate da base metallica in profili tubolari verniciati chiari così da ridurne al minimo l’impatto visivo. Su tali supporti sono poste teche in vetro extrachiaro dotate di lato estraibile e sistema di illuminazione interno e a Led.
Oltre alle teche, vi sono pannellature espositive, in particolare nelle due ex sacrestie.
All’interno del vano ecclesiale sono esposte tele non facenti parte degli arredi originali: per sottolineare questo fatto, tali tele non sono affisse alle pareti, bensì montate su supporti che le tengono distanti dalle superfici verticali della chiesa. Oltre che nel vano principale, l’esposizione museale ha luogo nelle due ex sacrestie.

 

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