Il profilo filosofico della felicità


Contrappunto

di Luca Macchiavelli

La felicità è una condizione (emozione) fortemente positiva, percepita soggettivamente, sempre secondo criteri soggettivi. – L’etimologia fa derivare felicità da felicitas, deriv. felix-icis ‘felice’, la cui radice "fe- " significa abbondanza, ricchezza, prosperità. – La nozione di felicità, intesa come condizione (più o meno stabile) di soddisfazione totale, occupa un posto di rilievo nelle dottrine morali dell’antichità classica, tanto è vero che si usa indicarle come dottrine etiche eudemonistiche (dal greco eudaimonìa ) solitamente tradotto come "felicità".
Tale concezione varia, naturalmente, col variare della visioneconcezione del mondo (weltanschauung) e della vita su di esso. Le sue caratteristiche sono variabili secondo l’entità che la prova (eg. serenità, appagamento, eccitazione, ottimismo, distanza da qualsiasi bisogno ecc.). Quando è presente associa alla percezione di essere eterna, il timore che finisca. La felicità è una condizione di benessere dell’essere umano. L’uomo fin dalla sua comparsa ricerca questo stato di benessere. La felicità è quell’insieme di emozioni e sensazioni del corpo e dell’intelletto che procurano benessere e gioia in un momento più o meno lungo della nostra vita.

L’uomo ha delle necessità primarie, secondarie e sovrastrutturate; di solito l’appagamento di queste necessità e il raggiungimento dell’obiettivo dettato da un bisogno procurano gioia da cui deriva anche la felicità.
La felicità studiata sotto il profilo dei bisogni (primari, secondari ecc) porta a valutazioni e definizioni non solo psicologiche e filosofiche diverse ma anche materiali; per questo motivo la felicità è stato ed è studio di ogni scienza umanistica.

Rimane chiaro che la divisione è fatta per chiarire le varie componenti di quello che è lo stato della felicità della persona; ma essendo l’uomo una unità indissolubile di psichecorpo- spirito è chiaro che si parla sempre di tutte le componenti che si influenzano tra di loro. Se mi fa male un piede è molto più facile che io sia triste piuttosto che allegro e felice.

Epicuro, in una lettera sulla felicità a Meneceo, lo ravvisava sul fatto che non c’è età per conoscere la felicità: non si è mai nè vecchi nè giovani per occuparsi del benessere dell’anima (e cioè di ‘filosofare’, amare il pensiero (vero)). Per Epicuro la felicità è la conoscenza delle cose che fanno lo stato di felicità. Nella sua vita naturale l’uomo allontana da sè il dolore sia fisico (aponia) che psichico (atarassia) e l’assenza di queste due cause porta al raggiungimento della felicità.
Ma non è sufficiente: Epicuro sostiene che si deve provare piacere e quindi classifica i piaceri dividendoli in tre grandi categorie:
I piaceri naturali e necessari, come: l’amicizia, la libertà, il riparo, il cibo, l’amore, il vestirsi, le cure ecc
I piaceri naturali ma non del tutto necessari come: l’abbondanza, il lusso, case enormi oltre il necessario, cibi raffinati ed in abbondanza oltre il necessario.
I piaceri del tutto accessori, come il successo, il potere, la gloria la fama ecc. L’uomo, come già detto in precedenza, ha anche delle necessità sovrastrutturate come l’ambizione a migliorarsi, a crescere intellettualmente, a primeggiare sugli altri, a competere, a ricercare la verità delle cose che lo circondano. Per raggiungere questi obiettivi l’uomo mette in campo tutta la sua passione, la sua forza e la sua anima e quando raggiunge l’obiettivo che si è posto trova un appagamento di felicità proprio dell’intelletto; per fare un esempio molto più semplice: chi risolve un rebus, un cruciverba o un sudoku trova del piacere nella soddisfazione propria della mente.

 

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