Il personaggio di casa felice

Il personaggio di casa felice

Con il suo periodare piano, che lascia trasparire una forte e complessa struttura intellettuale, Ettore Sottsass racconta la vita di un architetto-designer che ha arricchito la cultura italiana e mondiale, reso più belle le nostre case e i nostri luoghi di lavoro, formato una generazione di allievi che riconoscono sempre in lui il più giovane del gruppo. Dall’infanzia in montagna, che gli ha instillato la sensibilità “sensoriale” per i colori, la luce e lo spazio, alla giovinezza, semplice e povera che l’ha fatto riflettere sulla natura e sui destini della società industriale, ai primi lavori milanesi, alla fuggevole committenza di una “palestra” da parte di Gianni Agnelli, fino al lungo sodalizio di lavoro con Adriano e Roberto Olivetti, viene ricostruito il percorso di un professionista che pensa gli oggetti come qualcosa che restituisce alle persone un po’ della felicità che viene loro sottratta dalla logica della produzione e dall’angoscia del consumo. Rivediamo così i primi computer Olivetti Bull, la mitica macchina da scrivere “Valentina” esposta al Moma, la rivoluzione colorata ed allegra di Memphis; ed esploriamo la sua bella casa milanese dove piccoli oggetti, idoli orientali e totem
postmoderni allontanano ed attenuano la paura dell’ignoto.

"Sottsas è un mago. Senza Sottsass la nostra vita sarebbe incolore".
(Hans Hollein, Vienna 16 gennaio 2005)

Architetto e designer, nasce a Innsbruck nel 1917. Laureato in architettura al Politecnico di Torino nel 1939, inizia la sua attività a Milano, dove nel 1947 apre un proprio studio di design, campo nel quale opera, quasi esclusivamente, dal 1958. In questi anni inizia la sua collaborazione con la Olivetti (con quattro macchine da scrivere Olivetti ottiene il Compasso d’oro nel 1970), per la quale, nel 1972, progetta un sistema di mobili e di attrezzature per uffici, funzionalmente correlato all’uso delle varie macchine esistenti. Artista di molteplici interessi, svolge la sua ricerca e le sue esperienze in campi diversi dell’espressione. Pittore, fa parte del MAC (Movimento Arte Concreta), partecipando
nel 1948 alla prima rassegna collettiva a Milano. Nello stesso anno è tra i promotori della mostra tenutasi a Roma sull’Arte astratta in Italia; quindi, aderisce allo Spazialismo. Attivo nel settore della ceramica, dello smalto su rame, del gioiello, del vetro, nel 1975 disegna originali forme di vetro colorato, eseguite, in limitata tiratura, dalla vetreria muranese Vistosi (per Artemide).

È soprattutto nella progettazione dei mobili che la forza innovativa dell’ingegno di Sottsass non conosce
ostacoli, facendo dell’architetto una figura centrale del design internazionale.

In anticipo sugli anni della contestazione, egli aveva indicato il design come strumento di critica sociale, aprendo la via alla grande stagione del radical design (1966 – 1972) e all’affermazione della necessità di una nuova estetica: più etica, sociale, politica. Deluso da un’industria sempre più vorace, Sottsass programma l’unione delle coeve suggestioni avanguardiste, Pop, poveriste e concettuali, con l’dea di un design "rasserenante", sostenitore di un consumismo
alternativo a quello imposto dalla "società della pubblicità". Dopo i lavori a forte carattere sperimentale per Poltronova – i Superbox, per esempio: armadi con grosse basi, rivestiti in laminato Print a righe, come segnali stradali o distributori di benzina – la vena utopica di Sottsass ha il suo apice in Italy: the new domestic landscape (1972), mostra del MoMA in cui la sottsassiana "Micro Environment" – casa ambiente" futurista e grigia – vuole "neutralizzare"
una cultura regolata sui canoni del razionalismo: " volevo che la casa diventasse un ambiente unico, dice Sottsass, e non diverse stanze come momenti diversi dell’esistenza".
Quindi Sottsass passa all’esperienza del gruppo Alchimia, che concretizza il lavoro ideologico e progettuale svolto negli anni del "radical design": un’alchimia di forma, colori, materiali che sconvolge i canoni estetici e il modo di concepire il design contro l’ornamento.

"Se qualcosa ci salverà, sarà la bellezza"
(Ettore Sottsass, Milano 2001)

Tra i mobili presentati nella prima mostra del gruppo, al Design Forum di Linz, nel 1979, si ricordano: la "Seggiolina da
pranzo" (in ferro cromato e laminato Abet Print), la lampada da terra "Svincolo" (con neon rosa e azzurro), il tavolino "Le strutture tremano" (in legno, laminato, metallo smaltato e cristallo).

E ancora l’esperienza straordinaria di Memphis, gruppo che Sottsass fonda con Hans Hollein, Arata Isozaky, Andrea Branzi, Michele de Lucchi ed altri architetti di caratura internazionale che cambiano il volto del mobile contemporaneo.
"Memphis dona agli oggetti uno spessore simbolico, emotivo e rituale. Il principio alla base di mobili assurdi e monumentali è l’emozione prima della funzione" E’ il caso della sottsassiana Carlton, una libreria che si pone a metà strada tra un totem e un video game. Una "risposta ludica alla necessità di avere forme solide e godibili: un modo per raccordare, non senza ironia, il sacro e il profano, la storia e l’attualità, l’archetipo e le sue manifestazioni". Questi mobili – Beverly, Casablanca, ecc – disegnati tra il 1981 e il 1985 sono tra i suoi progetti più noti, vere icone della
modernità.
L’attività successiva di Sottsass è rivolta esclusivamente alla collaborazione con Gallerie d’Arte ed è ormai lontana dalle problematiche dell’industrial design contemporaneo; esempi sono i mobili realizzati per la Galleria Blum Helman di New York e per la Galleria Mourmans.

L’attività di Ettore Sottsass architetto va dai primi lavori in collaborazione con il padre agli inizi degli anni Cinquanta, al periodo dell’"architettura radicale" – momento di forte critica nei confronti del contesto culturale contemporaneo, in cui il progetto di architettura tradizionale viene sostituito da progetti concettuali e utopici, dalla forte carica ironica – sino ai progetti realizzati con lo studio Sottsass e Associati e a quelli attualmente in corso.

Quella di Sottsass è un’architettura disegnata attorno all’uomo: una creatività e una progettazione antropocentrica
– pensiamo a Casa Wolf, Casa Olabuenaga, Casa Cei, Casa Bischofberger, Il Museo dell’Arredo Contemporaneo a Ravenna, Casa degli Uccelli, ecc. – tesa a stabilire un contatto organico tra la natura e la costruzione, seguendo un ideale di saggezza contadina ed interpretando i dettami del genius loci.

"Sottsass – scrive Hollein – è un maestro del non quantificabile nell’architettura". "Per Sottsass i passaggi tra le espressioni artistiche sono fluidi, non esistono linee di demarcazione tra scultura, pittura, architettura e design: Sottsass ha da tempo superato questi confini".

Insomma, un maestro dalla straordinaria, ironica, fresca creatività, che continua a stupire.

"…La mia opinione è che, invece, il problema non sia quello di avvicinarsi al "buon design" ma di fare design, di avvicinarsi il più possibile a uno stato antropologico delle cose, il quale, a sua volta, deve essere il più vicino possibile al bisogno che la società ha di un’immagine di se stessa. Se è vero che viviamo in una società che programma obsolescenza, l’unico design possibile che duri, è quello che ha a che fare con l’obsolescenza, un design che le si adatti, magari accelerandola, magari confrontandola, magari ironizzandola, magari andandoci d’accordo. L’unico design che non dura è quello che in una società che programma l’obsolescenza, cerca invece il metafisico, cerca l’assoluto, l’eternità. E poi, non capisco perché il design che dura debba essere migliore del design che scompare.
Non capisco perché le pietre debbano essere migliori delle piume di un uccello del paradiso. Non capisco perché le piramidi siano migliori delle capanne di paglia birmane. Non capisco perché i discorsi del presidente siano migliori delle parole d’amore sussurrate di notte in una stanza. Da giovane ho raccolto informazioni solo da riviste di moda o
da civiltà molto antiche, dimenticate, distrutte, polverose. Ho raccolto informazioni o da quelle zone in cui la vita stava germogliando appena, oppure dalla nostalgia per la vita, ma mai dalle istituzioni, mai dalla solidità, mai dalla realtà, mai dalle cristallizzazioni, mai dalle ibernazioni. Per me, l’obsolescenza è lo zucchero della vita.

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