Il Museo della fede, un’istituzione attiva

Inaugurazione del Museo Diocesano di Milano

Il saluto di S. E. R. Mons. Francesco Marchisano, Presidente della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa e della Pontificia Commissione di Archeologia Cristiana.

E’ per me un grande onore l’essere presente a questa solenne cerimonia, che vede la realizzazione del grandioso progetto di un Museo Diocesano auspicato dall’Arcivescovo Beato Ildefonso Schuster fin dal 1931, ed espresso nella sua Lettera Pastorale indirizzata al clero dal titolo “Per l’arte sacra ed il Museo Diocesano”, progetto sviluppato poi dal Cardinale Giovanni Battista Montini e dal Cardinale Carlo Maria Martini, qui presente, tutti desiderosi che l’arcidiocesi milanese potesse vantare e godere di uno strumento del vissuto ecclesiale, che fosse in grado di sospingere la comunità dei fedeli verso il tesoro della memoria della propria fede, della propria vita cristiana attraverso i secoli, della propria testimonianza di quanto ha operato per esprimere il proprio impegno religioso. (….) Ho seguito da tempo il lavoro che si faceva a Milano per la creazione di questo museo. Parecchie persone, prime fra tutte Mons. Luigi Crivelli e il Dott. Paolo Biscottini sono venuti più volte a Roma ad informarmi del loro impegno, del loro lavoro, delle loro realizzazioni, grazie anche all’aiuto di tanti collaboratori, e desidero oggi esprimere loro la mia profonda riconoscenza. Mi accorgevo però che, con il passare del tempo, veniva a realizzarsi a Milano quanto avevamo in progetto di suggerire a tutti i vescovi del mondo circa la funzione pastorale che può avere un Museo diocesano, cosa che abbiamo fatto con la Lettera Circolare che ho qui in mano, dal titolo “La funzione pastorale del Museo Ecclesiastico”. Sono perciò lieto che a Milano si sia anticipato, con i fatti, ciò che abbiamo suggerito con parole a tutta la Chiesa, e mi auguro che l’esempio dell’Arcidiocesi di Milano, e le nostre indicazioni, possano essere utili e stimolanti per tutte le diocesi del mondo al fine di realizzare Musei diocesani tanto belli, tanto utili e tanto significativi per la vita delle comunità cristiane.

S.E.R. Mons. Francesco Marchisano

IL MUSEO DELLA FEDE, UN’ISTITUZIONE ATTIVA
Desidero mettere a fuoco un aspetto che considero estremamente importante per dare significato presente e operosa validità al museo ecclesiastico in quanto istituzione attiva. Un aspetto che S.E.R. Mons. Francesco Marchisano enfatizza nel testo, citato qui a lato, con le sue parole di apprezzamento per il nuovo Museo Diocesano di Milano. Un aspetto importante affinché il museo sia «cosa viva», come afferma il Prof. Carlo Chenis nella sua presentazione della nuova circolare della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa « La funzione pastorale dei musei ecclesiastici». La nostra vita è scandita da ritmi precisi, i giorni del calendario non sono tutti uguali e le festività e le ricorrenze hanno ciascuna un significato particolare. Lo spazio fisico del museo è la dimora riconosciuta delle presenze emergenti, distillate dal tempo: è la concretizzazione in immagini tangibili del tempo e delle opere. Raccoglie testimonianze e simboli della fede che condividiamo attraverso i secoli con gli avi e proiettiamo idealmente nel futuro, già fin da ora compartendola coi posteri. In questo senso i simboli sono importanti e oggi vanno riscoperti. “Si può dire che senza simboli la vita di una comunità credente è impossibile” ha detto Don Daniele Gianotti nel seminario di studio della Conferenza Episcopale Italiana “Trasmissione della fede e progetto culturale” del marzo passato. E la crisi di fede attuale può essere vista come crisi della capacità di intendere i simboli. Ma il recupero del simbolico implica la conoscenza dei simboli consolidati nella storia, ma anche la loro attualizzazione. Il museo ecclesiastico da un lato è casa degli oggetti, delle opere d’arte, delle vesti e dei tessuti reperiti, raccolti e ordinati così da intessere un racconto leggibile in modo immediato, che stimola e arricchisce. Non mi soffermo sull’ovvia importanza che il progetto museografico sappia trasmettere con umiltà i valori propri delle testimonianze di fede, così che non accada che l’autenticità di questa venga soffocata dall’apparato di cornice o venga schiacciata dal confronto con opere di superiore peso artistico. Può accadere infatti, come dimostra la testimonianza del liturgista Prof. Antonio Santantoni, che anche degli ex-voto giungano a costituire uno straordinario patrimonio storico. Mi soffermo invece sull’esigenza che il museo ecclesiastico sia autenticamente “corpo vivo”, che ogni giorno sappia essere presente sia nel seguito delle stagioni che la liturgia ordina sia nel dibattito che la cultura, nella sua continua evoluzione, produce. Mi spiego: dalla grande città al più piccolo paese, il museo – diocesano, parrocchiale, legato a un Ordine ecclesiastico o a un Santuario – deve poter organizzarsi secondo un calendario di manifestazioni che lo rendano “nuovo” più volte l’anno. Manifestazioni che diano spessore e profondità a certi eventi liturgici, oppure a certe ricorrenze. Oppure che portino a conoscenza della gente percorsi inesplorati o non organizzati nell’arte e nella fede del luogo. O che facciano conoscere testimonianze provenienti da altri luoghi. O che pongano a confronto la nostra con altre culture. Gli operatori dei musei ecclesiastici, insomma, devono essere intenti a proporre iniziative creative che vivifichino la fede e la cultura. In questo modo il museo sarà un tesoro vivo, che palpita tutti i giorni nel cuore della comunità. Un punto di riferimento per tutti e, proprio in quanto luogo “laico” di confronto, strumento di autentica evangelizzazione. Si sente l’esigenza di un nuovo umanesimo che col pensiero critico sviluppatosi sulle ceneri del secolo che ci siamo lasciati alle spalle, sappia ritrovare la connessione con la storia. Il museo ecclesiastico è una delle principali fucine dove questo nuovo atteggiamento culturale può prendere forma. La riscoperta dell’arte cristiana, porta con sé immediatamente la riscoperta dei simboli usati. Allo stesso tempo quei “vuoti” lasciati nelle chiese dalle opere che per i più diversi motivi (di sicurezza, di conservazione, ecc.) e seppur temporaneamente siano stati trasferiti nei musei, diventano occasione perché gli artisti contemporanei siano chiamati a riproporre con un linguaggio comprensibile all’oggi il messaggio perenne racchiuso nelle opere. È questa un’altra forma di “osmosi” possibile tra chiesa e museo, in cui particolarmente attiva, pressante e feconda può diventare la richiesta di un nuovo umanesimo.

Giuseppe Maria Jonghi Lavarini

 

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