Il minimo e il massimo


NE QUID NIMIS
IL MINIMALISMO NELL’ARCHITETTURA MONASTICA

© 2009 – Pd. Ab. Michael J. Zielisnki, O.S.B. Oliv. Vicepresidente della
Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa e Segretario della
Pontificia Commissione di Archeologia Sacra.
© 2009 – S. Mavilio architetto, Facoltà di Architettura Valle Giulia, Roma.

Domanda – Si fa un gran parlare di minimalismo. Possiamo provare a darne una definizione, prima ancora di declinare il termine in senso architettonico ?
La questione del minimalismo sacro per un monaco benedettino, non è semplicemente studiata, trattata e definita… è assunta, diventa ispirazione; è perfino assimilata.
Minimalismo non è questione di vista ma di percezione, frutto di una lunga ascesi spirituale tracciata nella regola, e spesso chiamata purezza di cuore dai grandi maestri dello spirito.
Il minimalismo ha a che fare con il cuore, più che con la ragione.
È la consapevolezza di una vita vissuta nella pienezza della presenza di Cristo, in aderenza alle leggi del cosmo.
È solo per questa immanenza, per il grande Mistero della Incarnazione, che possiamo parlare di architettura, e quindi di minimalismo in architettura, in particolar modo nella architettura monastica, giacché il monastero è il luogo dove convengono gli uomini e Dio padre in armonia con il Creato.
Aggiungo a latere che nella numerologia simbolica il numero 4 – che è alla radice di qualunque costruzione monastica, che si dispone al suolo per l’appunto in forma di quadrilatero, salvo eccezioni- significa –anche- la perfezione morale, l’immanenza, cioè l’espressione della perfezione divina nel creato.

D –È ora possibile definire in termini chiari e sintetici cosa intendiamo per minimalismo in architettura e –ove fosse possibile- nell’architettura monastica?
Proveremo dapprima a definirlo per negazione, partendo da ciò che non è.
Il minimalismo è sicuramente non-mistificazione; dove c’è mistificazione non c’è minimalismo, né vorrei dire, architettura.
Ma non basta. “Se per minimalismo intendiamo il desiderio di ridurre i problemi e fare finta che non esistano – sto citando Prestinenza Puglisi – non c’è dubbio, questa è una tendenza retrograda. Da combattere.” (…) “minimalismo non è il contrario di complessità, che chiameremo piuttosto semplicità; che l’architettura debba a tutti i costi rappresentare la complessità piuttosto che risolvere in maniera semplice i casi complessi è un equivoco”. (…) “minimalismo non è ridurre il progetto ad un problema di disegno, magari elettronico. (…), tanto meno è semplicemente un fenomeno estetizzante, un’estetica iper-anoressica per
sensualoni disimpegnati.”

D – Ma se il minimalismo non è il contrario di complessità, e non ha che fare con lo stile, né con i problemi del disegno, ci si chiede ancora cosa sia, perché non basta aver detto ciò che non è. Bisogna ancora se non
proprio darne una definizione precisa, almeno cercare di far comprendere in cosa consista la sua natura.

È ancora Prestinenza Puglisi che ci aiuta ad avvicinarci a quanto enunceremo più avanti. “Forse il minimalismo, è l’atteggiamento di chi mira ad ottenere il maggior numero di fini con il minor spreco di mezzi, cioè uno sforzo di riduzione in funzione del perseguimento di un obiettivo”.

D – Potremmo essere più chiari sulla definizione di tale obiettivo?
Avendo appurato che “minimalismo” nell’uso corrente è un falso concetto, possiamo dire che la definizione giusta pare essere “ciò che è essenziale”, ciò che è “necessario”. Commentando l’idea di bello in Luca Pacioli, Matila Ghika propone la seguente definizione: ”il perfetto adattamento alla propria ragion d’essere”.
Diremo noi, parafrasando: <quella architettura che non può essere nessuna altra in quella determinata circostanza>.
È la necessaria corrispondenza fra forma formante e forma formata.
Questo è l’obiettivo: la corrispondenza all’archetipo che fa di un edificio un edificio minimalista, giacché questo è il requisito minimo della sua ragion d’essere.

D – A quale archetipo dunque riferisce? A quale archetipo deve corrispondere?
Deve corrispondere all’archetipo della creazione, innanzitutto, che è misura, calcolo e peso, secondo quanto scritto in Sapienza, 11-20. Deve corrispondere all’archetipo del numero, che è conoscibile attraverso l’unità e che ci consente di conoscere la quantità, come diceva il monaco benedettino Hans Van der Laan.
Deve corrispondere alla centralità di tempo e spazio e dunque ancora all’atto creativo primigenio al quale alchemicamente riconduciamo le nostre creazioni odierne.
P. Ab. Michael Zielinski, O.S.B. Oliv.

Trattando di liturgia l’archetipo è anche (soprattutto) l’epifania, la manifestazione (ancora la creazione) e quindi il disporsi al suolo secondo i quattro punti cardinali: è l’idea stessa di orientamento.
Alla domanda “Quid est Deus?” (San Bernardo) rispondeva in linguaggio Paolino:
“Deus est longitudo, latitudo, sublimitas et profundum” (De consideratione, V, 13). Semplificando dunque possiamo dire che il minimalismo è reductio ad numeros.
È minimalista l’architettura basata sulla struttura archetipica del numero considerato nella sua natura simbolica, non nella sua natura di cifra che è proliferazione senza significato.

D – Possiamo dire che la definizione di minimalismo alla quale siamo appena arrivati ricorda in qualche modo il “ne quid nimis” di Benedetto e il “less is more” di Mies ?
Certamente: la regola di Benedetto del "
ne quid nimis" che tradotta letteralmente, significa [mai] nulla di eccessivo, è un monito alla moderazione ed alla sintesi, nel senso proprio del termine.
Il motto –che era inciso sul tempio di Delfi- costituisce un precetto di sobrietà da applicare in ogni situazione. La sentenza classica che ispira il senso del giusto mezzo e della discrezione è passata successivamente nella Regola benedettina, a proposito della conduzione dell’abate nella correzione dei monaci (Regula LXIV, 12) ma si può ben adattare alla spirito monastico in generale ed alla architettura benedettina in particolare. La quale regola essendo portatrice di ordine, è a sua volta manifestazione dell’archetipo della creazione.
Si confronti con Mies, e la sua poetica del "less is more". Si rammenti anche che Mies, commentando S. Agostino, rammentava che “è bello ciò che si manifesta nella luce del vero” e che pertanto –parafrasando- è bello ciò che corrisponde alla relativa forma formante.

D – Come mai, nonostante l’insegnamento di Mies e del tardo Le Corbusier, il modernismo è il fallimento del minimalismo? In cosa fallisce il Modernismo quando propone architetture improntate al minimalismo?
In primo luogo fallisce, perché confonde il minimalismo con l’Existenz-minimum. Quindi, perché propone edifici che recano il significante ma non il significato, legandosi alla cifra, anziché al numero.
Non fu così per il primo Mies –quello della casa in mattoni del ‘23- per il quale il significato era quello del radicamento al luogo, e l’edificio era perfettamente rispondente all’idea. Non fu così per il tardo Corbu’ che fece uso del simbolo che è l’unico strumento in grado dipanare la matassa di significati contenuti in ciascun archetipo.
La verità è che il moderno non capisce la sua inferiorità di fronte a epoche rette da una metafisica, e di fronte alla corrispondente arte.

D – Dovendo definire operativamente l’architettura minimalista, in cosa consiste?
Parafrasando Le Corbusier, il minimalismo operativamente è: precisione, esattezza, modestia le quali tre caratteristiche corrispondono esattamente all’umiltà del monaco, alla quale virtù la Regola dedica un intero capitolo, il VII.
Avrei potuto dire che il minimalismo, è chiarezza nell’agire, sottigliezza, agilità, impassibilità; ed ancora una volta avrei enumerato le virtù del buon monaco.
Il progetto minimalista, è pertanto tassonomico, sufficiente, non ridondante. È modesto.
È figlio della Sapienza che “è presaga, perché coglie le cause archetipiche” giacché essa stessa “è il mondo delle forme formanti e la conoscenza che di esso se ne abbia”.
Non ha a che fare con la vista ma con la percezione.

D – Esiste un legame fra minimalismo e tipologia?
Sia che si manifesti nelle forme di un convento domenicano –è il caso del convento de La Tourette di Le Corbusier, del quale altri parleranno nell’ambito di questo stesso incontro- sia che si manifesti nelle forme di un convento benedettino -penso al bel progetto di John Pawson per un convento a Novi Dvur,
l’architettura minimalista è strettamente legata alla tipologia, giacché essa –la tipologia- è forma formante secondo la bella intuizione di Carlos Martì Aris, per il quale tipo è “ciò che differisce nella identità”.
Tipo non è modello secondo l’insegnamento di Quatremere de Quincy. Tipo è ciò che si riproduce sempre diverso da sé, secondo le infinite varianti della forma formata.

D – Potremmo dare qualche esempio di architetture minimaliste per eccellenza?
Architetture minimaliste per eccellenza sono: il convento benedettino, la casa giapponese, la chiesa romanica, il Pantheon, giacché ciascuna di esse corrisponde perfettamente alla sua idea, residente nel mundus imaginalis.
È minimalista la chiesa del convento domenicano di St. Marie de la Tourette (Le Corbusier, 1952-57) regno del numero puro e della sezione aurea, in cui lo scabro volume di cemento a vista è impercettibilmente deformato dall’inclinarsi della linea di colmo la quale, legandosi all’andamento del pendio sottostante, indica un
punto di fuga che tende ad oriente, senza però che questo legame con l’orientamento e con l’andamento del pendio facciano perdere l’idea dell’assolutezza del piano –ipotetico- di appoggio dell’intero complesso. Piano che Shigeru Ban –parlando a proposito di una delle sue case, riferendo alla architettura tradizionale giapponese- definisce piano universale, archetipo di tutti i piani.
Sono minimalisti i corpi scarni ed essenziali della certosa di Marienau (Emil Steffann, 1962-64).
È minimalista un piccolo convento urbano per le suore cappuccine (1952-55) realizzato da Luis Barragan a Tlalpan in Messico. Severo nelle sue bianche murature esterne, rivela un “rovescio” di piani colorati e traforati dalla luce all’interno, trasfigurando la semplicità della composizione in una mistica armonia di spazi che si configurano quale regno della luce.
È minimalista la cappella dedicata a san Benedetto, opera di Peter Zumthor; a proposito della quale Mariano Apa in un suo scritto recente suggerisce di “non impantanare l’architetto artista nella letteratura della <semplicità e della essenzialità esotica neo-giapponese> bensì di rilevare il suo lavorare nella dura
verità della materia rapportata al proprio statuto di immagine in quanto realtà dell’archetipo” (Apa 2009). E ancora, la chiesa di San Marco de Canavezes, di Alvaro Siza presso Porto; il convento benedettino di Novi Dur, Di John Pawson. La villa imperiale di Katsura a Kyoto, in Giappone.
Architettura minimalista è senz’altro il monastero di Siloe, opera di Edoardo Milesi, allievo di Franca Helg, nel quale siamo ospiti tutti noi in questi giorni.

D – Possiamo ora accennare a quest’opera della quale siamo tutti entusiasti?
Premesso che “non si può fare architettura senza fare contemporaneamente della cosmologia”. Che il monastero in quanto tale è il luogo dove si sposano il Creato e la natura dispiegando una ecologia ante litteram, giacché un convento è come una gemma in una corona di bellezza, nella quale l’uomo non predomina sulla natura.
Premesso che il monastero in quanto
luogo ordinato in senso metrico e cosmico, è luogo liturgico per eccellenza, e rito, in sanscrito “rita”, significa ordine.
Tutte queste caratteristiche io riscontro nella bella architettura di Siloe, nella quale il cielo e la terra si sposeranno perfettamente nello spazio del chiostro, quale questo si andrà delineando quando il progetto sarà portato a compimento. Luogo chiuso e circolare – pur se quadrato – portatore di un tempo ciclico, che si esprime in un movimento a spirale di approfondimento e innalzamento.
Ma in special modo vorrei segnalare la sua rispondenza all’archetipo del sacro, che qui, in questo luogo, si manifesta in tutta la sua potenza.

D – Possiamo dunque dire che questa di Siloe è una architettura che declina l’idea di Sacro?
Se per sacro intendiamo ciò che è separato –come ricorda il padre gesuita Heinrich Pfeiffer- possiamo ben dire parafrasando il testo di Genesi, “terribilis est locus iste”, perché qui -nella separazione fra ciò che è dentro e fuori- in questo luogo perfettamente disposto secondo gli assi geografici, si manifesta potente l’archetipo del sacro, proprio in quel vuoto –il chiostro- che abbiamo precedentemente individuato quale centro della costruzione; e il centro, come sappiamo, è anche proiezione dell’asse del mondo che nel simbolismo geometrico rappresenta il ritorno al Principio; è il palo con il quale si trafisse la testa del serpente e pertanto luogo ove si impone l’ordine della creazione.
È archetipo della ascensione e pertanto è insieme scala di Giacobbe, pilastro, palo, albero, albero della cuccagna; trafila di frecce l’una accodata all’altra, colonna di fuoco.
E dunque il monastero è sia centro che asse del mondo che tanto maldestramente a detta di molti Corbù segnò con una croce.
È luogo di pura geometria la cui funzione, secondo Plutarco è quella di “staccarci dal sensibile e dal perituro, per innalzarci all’intelligibile ed all’eterno”.
Il monastero di Siloe, con il suo radicarsi al suolo tramite il suo bel basamento di pietra, ci rammenta che la pietra –nel linguaggio dei simboli- è lume, fiaccola, luce, occhio, vita germinante; è fermento, saliva, perla, sale, gemma; è cuore, è
incontro degli opposti, è sole e luna che si congiungono in un accordo si-fa in tempo di 9/8, e pertanto è musica pietrificata; è architettura che si costruisce mediante le “occulte cifre ritmiche del canto religioso”, poiché come rammenta S. Agostino, “ipsum cantare edificare est.”
È dunque luogo ove anziché cercare Dio, ci si lascia trovare: luogo di sprezzatura: “essere nel mondo ma non del mondo”.
È la perfetta messa in opera del ne quid nimis benedettino.
È la vita stessa che si fa liturgia, nei luoghi e nelle ore, in un contesto di armonia e comunione nel quale i singoli ambienti senza ostacoli, ordinano la vita del monaco che inizia e chiude ciascun momento del suo agire con la preghiera.
È un habitat che si configura quale esperienza archetipica del monaco che edifica soltanto ciò che per la sua vita è essenziale.
In chiusura sottolineo come questa architettura, frutto di secoli di affinamento del tipo monastico e della vita monastica, è assai lontana dalla architettura cultuale di tipo parrocchiale, che ha anche funzione pedagogica e mistagogica, necessitando per questo di un ambiente assai diverso, certamente meno scarno ed essenziale ma altrettanto capace di evocare l’idea della Assemblea quale Corpo Mistico d Cristo del quale Egli è il Capo e noi le membra.

P. Ab. Dom Michael John Zielinski, O.S.B. Oliv.

 

Condividi

Utilizziamo i cookie per offrirti la migliore esperienza sul nostro sito web.
Puoi scoprire di più su quali cookie stiamo utilizzando o come disattivarli nella pagine(cookie)(technical cookies) (statistics cookies)(profiling cookies)