Il giardino dei passi perduti

Progetto di: Eisenman Architects di New York
Testo di: Walter Pagliero
Foto di: Pablo Lorenzo Eiroa

Si tratta di un’opera del grande architetto Peter Eisenman, “un’architettura temporanea” che utilizza il verde per un
progetto di tendenza.

Non si tratta di un vero giardino perché non è fatto per durare: la sua grande siepe che imita le onde non è stata realizzata con piante vere. Vuol essere un omaggio temporaneo, in occasione della Biennale di Venezia, a un grande architetto veneto, Carlo Scarpa, autore di questo esemplare Museo di Castelvecchio per il cui cortile l’architettura di verde è stata creata.

Nella foto: Il cortile dell’edificio gotico divenuto museo dove l’architetto newyorkese Eisenman ha realizzato un giardino decostruttivista.

La presenza dell’antica costruzione gotica riutilizzata a museo è stata una fonte d’ispirazione sia per Scarpa che per Eisenman, ciascuno all’interno della sua poetica e del suo linguaggio, ma con in comune lo stesso concetto di architettura come opera d’arte, quasi fosse una scultura carica di valori simbolici. E l’architettura-scultura di Eisenman, qui sotto forma di giardino, è di un esasperato “decostruttivismo”, che è una tendenza di questi ultimi tempi, a prima vista non drammatica, ben intenzionata a mettere in crisi tutti i sistemi di riferimento a partire dalle grandi categorie vitruviane (firmitas, venustas, utilitas) per arrivare al razionalismo carismatico del Movimento Moderno. E’ un’architettura molto cerebrale che sembra parlare soprattutto alla mente (qui le putrelle verniciate di rosso
che spuntano dal sommovimento tettonico parlano di un sistema cartesiano andato in pezzi), in realtà
in maniera subliminale incide anche sulla psiche.
Nonostante l’angosciosità del tema (il crollo dei massimi sistemi e dei valori dell’Occidente), Eisenman realizza in queste sue destrutturazioni una specie di “catarsi” dando al groviglio delle forme un aspetto lindo e monacale, con un eccezionale grado di sublimazione. La siepe si apre per una profonda ferita che mette a nudo la base nascosta di cemento e la trama disarticolata delle rosse travi di ferro. Un’immagine drammatica che si ricompone in un superiore equilibrio, quello dell’arte, come avveniva nella visione michelangiolesca di reiterate apocalissi.

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