Il fuoco nella poesia

Breve viaggio con il fuoco dalla sua apparizione mitologica fino alla poesia italiana contemporanea

Prometeo era figlio di Titano Giapeto e dell’Oceanina Climene e viveva con il fratello Epimeteo (“Colui che comprende tardi”). Entrambi appartenevano alla famiglia dei Giganti, i quali, dopo aver osato sfidare Zeus (la battaglia prese il nome di Gigantomachia), erano stati sterminati. Prometeo non aveva aderito alla lotta intrapresa dei fratelli, ma era intervenuto a favore degli Dei e, quale premio per la sua fedeltà, aveva ricevuto da Zeus il permesso di frequentare l’Olimpo, nonché l’ incarico di forgiare l’uomo con il fango e di animarlo con il fuoco divino. La stima di Zeus, non cancellò il rancore di Prometeo per la sorte dei fratelli. Durante un banchetto al quale partecipavano sia gli Dei, sia gli uomini, fu necessario dividere un bue affinché fosse attribuito per metà ai primi e per la parte rimanente ai secondi. Prometeo fu incaricato della spartizione e, camuffando la parte peggiore dell’animale (grasso e ossa macinate), indusse Zeus a sceglierla nella convinzione che fosse la più ricca. Scoperto l’inganno, Zeus privò del fuoco gli uomini. Prometeo, unito agli uomini da profondo affetto, rubò il fuoco dell’Olimpo nascondendolo in un giunco e lo riconsegnò loro. Accortosi dell’inganno del gigante, Zeus ordinò ad Hermes e ad Efesto d’inchiodare Prometeo ad una rupe del Caucaso, dove un’aquila, durante il giorno, gli rodeva il fegato, il quale durante la notte si rigenerava, protraesse ininterrottamente il supplizio. Dopo trent’anni Ercole uccise l’aquila, e liberò il gigante.

Empèdocle visse ad Agrigento, in Magna Grecia, nel V° secolo a.C. Fu noto come filosofo, come studioso della natura e persino come taumaturgo. Il perno della dottrina di Empèdocle risiede nell’individuazione delle quattro “radici” (rhizòmata) di tutte le cose, ossia degli elementi essenziali dalla cui combinazione proviene ogni realtà: “Ascolta anzitutto le quattro radici di tutte le cose: Zeus lo splendido, Era la vivificante, poi Edoneo e Nesti, che con lacrime alimenta la sorgente mortale”. Le divinità simboleggiano rispettivamente fuoco, aria, terra, acqua.

Se immaginassimo di essere dei vigili del fuoco investiti del particolare compito di soffocare le fiamme che si levano dalla poesia italiana, non avremmo – fortunatamente – alcuna speranza di successo. Da un certo punto di vista, infatti, la poesia non è null’altro che una stupefacente forma di combustione dell’esperienza umana, dalla quale promanano le emissioni di calore e di luce proprie di un incendio. Ed è l’uomo stesso a trovare in sé la fiamma con cui appiccarlo o, meglio, riattizzarlo nella sua eterna sopravvivenza. L’origine dell’uomo che ci consegna la mitologia greca è quella di un impasto di fango “animato” dal fuoco degli dei, secondo il progetto voluto da Zeus ed attuato dal gigante Prometeo (il cui nome significa “Colui che è capace di prevedere”). La prima condanna inflitta da Zeus al genere umano, colpevole di aver trattenuto per sé la parte migliore del creato, è la “confisca” del fuoco (dell’anima?). Ed il primo reato internazionale perpetrato dagli esseri umani è il furto, con la complicità del generoso Prometeo, del fuoco confiscato, ricondotto così definitivamente sulla terra nascosto in un giunco. Perché un conflitto di simili proporzioni e fra tali protagonisti viene collocato agli albori dell’umanità? Perché senza il fuoco (e senza il fuoco-animo) l’essere umano non sopravviverebbe in quanto tale, forse non esisterebbe neppure, come ricorda il fisico greco Empedocle che, ancora dagli albori della cultura occidentale, scompone l’unità e gli equilibri dell’universo nel quadrinomio fuoco, acqua, terra ed aria.
I primi grandi poemi epici dell’umanità, l’ Iliade e l’Odissea, ruotano entrambi sul cardine dell’incendio di Troia e dalle stesse fiamme – che ci conducono ai lidi della penisola italiana – scaturisce la fuga del troiano Enea, leggendario fondatore di Roma nel poema dedicatogli da Virgilio (70-19 a.C.) per obbligatorio favore alla gens Iulia. Proseguendo a grandi falcate, scorgiamo la potenza salvifica del fuoco ricevere le carezze di gratitudine del Santo di Assisi: “Laudato si’, mi’ Signor e, per frate focu / per lo quale ennallumini la nocte: / et ello è bello et iocundo et robustoso et forte”. (San Francesco, Laudes creaturarum); la ritroviamo crepitante nella nota invocazione di Cecco Angiolieri: “S’i’ fosse foco, arderei’ il mondo; s’i’ fosse vento, lo tempestarei” (sonetto). Finché Dante Alighieri, nel suo eterno viaggio attraverso il tempo, ritrova la musica ignota del fuoco, i luminosi ultrasuoni attraverso i quali le fiamme, capaci di sgorgare dal silenzio e perfino dal ghiaccio, comunicano messaggi all’animo umano, del quale condividono la segreta origine: “Sovra tutto ‘l sabbion, d’un cader lento, / piovean di foco dilatate falde, / come di neve in alpe sanza vento”. (La Divina Commedia, Inferno, canto IX).

Da quel momento, il fuoco e la poesia rimarranno in stretto contatto, l’uno a svelare serenamente le sue multiformi ed inesauribili verità – l’origine divina resiste –, l’altra a ritrovarvi elementi costitutivi della vita e della sua ignota destinazione: “…altare della sopravvivenza davanti ad un falò presso il Naviglio, dove Qualcuno può tradire /a quel fuoco di notte, può negare / per tre volte la terra (…)” (Salvatore Quasimodo, La terra impareggiabile, Dalla natura deforme); volto della condizione umana, perché “Se ti fermi in un angolo, lontano / io resterò, lontano / dalla tua pace, o ardente / solitudine mia” (Sandro Penna , Una strana gioia di vivere, IV); “…sussurro trascendente del corpo, allorquando (…) ogni domani, / una favilla brucerà negli occhi / dei fanciulli tirreni, / trasparente memoria, o presagio, / d’eternità”. (Elena Clementelli, Così parlando onesto, Quaderno etrusco), “…inquietudine degli affanni, (…) fuoco che tu porti / in tasca, in una busta / di fiammiferi”. (Bartolo Cattafi, L’osso, l’anima, la campagna d’autunno). Riconosciuta la sua innegabile natura di elemento primordiale, il fuoco non teme nemmeno l’acqua, distrattamente e superficialmente designata come suo naturale avversario. Tutt’altro: fuoco ed acqua si alleano, infatti, a modellare l’esistenza: “Il mare brucia le maschere / le incendia il fuoco del sale. / Uomini pieni di maschere / avvampano sul litorale” (Giorgio Caproni, Cronistoria, Il mare brucia le maschere); “…amalo dunque il mio rammemorare / per quanto qui intorno s’impenna sfavilla si sfa: / è tutto il possibile, è il mare” (Vittorio Sereni, Un posto in vacanza, III).

Infine, saldamente fedele alla sua missione, il fuoco rientra nelle nostre case, richiede e riceve nutrimento vitale dalla donna come se fosse un figlio d’uomo, intona gioioso la sua melodia ed affida alla sua luce il compito d’illuminare dimensioni che lo sguardo umano potrà, compiacendosene, soltanto intuire: “Case come questa sono ricoveri/o poco più per gente di passaggio, / ma se la madre di famiglia nutre / il fuoco, aggiunge rovere sottile, / la casa di fortuna non più alta / del noce che le dà un po’ d’ombra, scarsa / a contenere il poco che contengono / di più destini quattro mura, basta / a fonderli in uno quanto è lunga / questa vita, quanto spazia la speranza di un’altra”. (Mario Luzi, Dal Fondo delle campagne, Erba).
(Riccardo Sappa)

“Case come questa sono ricoveri/o poco più per gente di passaggio, ma se la madre di famiglia nutre / il fuoco, aggiunge rovere sottile, la casa di fortuna non più alta / del noce che le dà un po’ d’ombra, scarsa a contenere il poco che contengono / di più destini quattro mura, basta a fonderli in uno quanto è lunga / questa vita, quanto spazia la speranza di un’altra” ( Mario Luzi, Dal Fondo delle campagne, Erba)

“Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu / per lo quale ennallumini la nocte: et ello è bello et iocundo et robustoso et forte” ( San Francesco, Laudes creaturarum)

“Se ti fermi in un angolo, lontano / io resterò, lontano / dalla tua pace, – o ardente / solitudine mia” ( Sandro Penna, Una strana gioia di vivere, IV)

“… altare della sopravvivenza davanti ad un falò presso il Naviglio, dove Qualcuno può tradire / a quel fuoco di notte, può negare / per tre volte la terra (…)” ( Salvatore Quasimodo, La terra impareggiabile, Dalla natura deforme)

“… sussurro trascendente del corpo, allorquando (…) ogni domani, / una favilla brucerà negli occhi / dei fanciulli tirreni, trasparente memoria, o presagio, / d’eternità” ( Elena Clementelli, Così parlando onesto, Quaderno etrusco)

“Sovra tutto ‘l sabbion, d’un cader lento, / piovean di foco dilatate falde, / come di neve in alpe sanza vento”
(La Divina Commedia, Inferno, canto IX )

Testo di Riccardo Sappa
Impaginato grafico di Stefano Frattallone ( sulla rivista n.d.r.)

 

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