IL COMMENTO – LA SCELTA DELLA CONCRETEZZA

L’architettura di Berardo Dujovne e Silvia Hirsch potrebbe essere definita architettura della concretezza che rende concreto, diretto e univoco il linguaggio nel momento stesso in cui ne rivela la necessità. Un linguaggio nutrito da una grammatica e da una sintassi profondamente radicate nella tradizione moderna, in una scelta di continuità e di coerenza. Tale tradizione è vissuta con consapevolezza storica e coscienza strategica, soprattutto con totale adesione a quell’atmosfera di estrema chiarezza teorica e programmatica che anima le maggiori opere del Novecento, e che si è spesso risolta nella creazione di una idealità della scrittura fatta di nitide superfici, scabre stereometrie, dettagli intagliati nello spazio con una precisione nella quale vibra una trattenuta emozione plastica. Un realismo critico, dunque, dal quale discende un’idea di progetto come strumento di modificazione dell’ambiente dotato di una forte motivazione sociale. Una motivazione che non si risolve però in una semplice, seppure avanzata, soluzione di problemi funzionali, ma che sa trascendere la sfera estetica per attingere alla sola dimensione nella quale l’architettura si riconosce nel tempo, ovvero la dimensione etica, quel plusvalore atteso e insieme sempre inaspettato, che rivela a chi vive un edificio ciò che senza saperlo stava cercando.

“ OPERE CHE SI MUOVONO ENTRO UN’EQUIVALENZA TRA SPAZIO E STRUTTURA ”

L’opera di Berardo Dujovne e Silvia Hirsch presenta un rapporto organico con la città, dalla quale ricava una percepibile legittimazione. La città è un sistema stratificato che possiede livelli segreti, piani di significato nascosti, una trama spesso intricata, come un romanzo: progettare nella città non è mai una pura questione tecnica, quanto un’avventura che coinvolge il senso profondo dell’organismo urbano, un senso che va cercato con spirito rabdomantico…
La categoria disciplinare che sovrintende come custode severa a questo ambito del progetto è senza dubbio la tipologia, intesa come capacità di ridurre la moltitudine delle strutture edilizie a pochi capostipiti, ovvero la molteplicità a unità. Nel momento in cui si produce il ricongiungimento tra la misura collettiva dominata dalle convenzioni normative e la particolarità del singolo episodio edilizio si determina una condizione di necessità che si pone come uno schermo tra le volontà autografiche del progettista e le esigenze autorappresentative proposte dalla città. Nasce così un paradigma espressivo per il quale il linguaggio decide di non farsi antagonistico nei confronti della media dei linguaggi urbani, ma si configura come una sorta di commento cifrato, scrittura parallela in codice che attentua o accelera quel grande racconto che ciascuna città scrive incessantemente.
Impeccabilmente costruite, le opere progettate dai due architetti argentini si muovono all’interno di un’equivalenza tra spazio e struttura intesa come paradigma tettonico e principio compositivo. La ridondanza costruttiva oggi così diffusa è rifiutata, perché fonte di un improprio decorativismo nel quale gli elementi diventano segni di se stessi, in una riverberazione che toglie loro densità e valore; al suo posto si riscontra una sobrietà tecnica raggiunta con mezzi contenuti, soggiacenti a un’economia strutturale che li predispone al raggiungimento di una sicura validità estetica; il tono edilizio è tenuto sul piano della durevolezza, un possesso del tempo concepito come uno dei principali fattori dell’immagine urbana.

(Da “Dujovne – Hirsch en el Museo Nacional de Bellas Artes”)

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