Il canto al centro della liturgia


TESTIMONIANZE IL RUOLO DELLA MUSICA

Non un abbellimento che si aggiunge, ma un aspetto essenziale del pregare assieme. Musicam Sacram, istruzione postconciliare della Sacra Congregazione dei Riti, sottolinea che “L’azione liturgica riveste una forma più nobile quando è celebrata in canto”. Ne parla Mons. Felice Rainoldi, maestro di cappella della Cattedrale di Como, compositore e musicologo.

Che importanza ha la musica nella liturgia dei nostri giorni?
“La partecipazione attiva, richiesta dalla natura stessa del celebrare e descritta dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium, comporta un impegno totale della persona: anima e corpo.
E non impegna semplicemente i singoli fedeli, ma il corpo ecclesiale nel suo complesso. Infatti nel canto l’assemblea dei fedeli si unisce in modo particolarmente efficace mentre le tante voci si fondono in una. Ciò è essenziale almeno per quegli interventi dialogici per i quali, sul Messale, sono da sempre indicate le melodie; purtroppo, malgrado le direttive che emergono dai testi rubricali e dal magistero, la pratica del canto liturgico – a cominciare da questa base – non si trova oggi in condizioni ottimali.

Mons. Felice Rainoldi

Quali i motivi di questo?
Uno, forse il principale, è per una trascuratezza dei presbiteri o altri ministri che sono chiamati a essere i primi cantori nella liturgia: al loro canto risponde l’assemblea e l’essenziale della coralità liturgica si regge su questi due pilastri. Ma in realtà sono ben pochi i presbiteri capaci o desiderosi di intonare i loro interventi in chiesa. Le cause di ciò sono molteplici: i piani di studio dei seminari non lasciano molto spazio alla musica. Un tempo, già nei seminari minori la
preparazione al canto era ben più curata, mentre oggi questi luoghi formativi sono praticamente scomparsi e l’età media dei seminaristi è più elevata di quel che era solo due o tre decenni fa. Lo studio in seminario si rivolge perlopiù a persone mature, già in gran parte condizionate da una propria esperienza e bisognose di insegnamenti ritenuti prioritari e più urgenti.
Naturalmente, se manca il canto del presbitero, viene a cadere la struttura sonora basilare e più facile, manifestativa del dialogo dell’Alleanza, e gli altri canti – anche se moltiplicati – rischiano di adempiere funzioni improprie. Ovviamente, per tutti questi altri interventi corali la presenza di almeno un cantore, o di un piccolo coro, o di una schola giova a
sostenere il ruolo dell’assemblea.
Nell’istruzione Musicam sacram si raccomanda che le persone destinate a sostenere o guidare il canto siano preparate spiritualmente e tecnicamente capaci. Il loro ministero è importante, e il loro numero dovrebbe essere proporzionale alle dimensioni dell’assemblea e alla molteplicità delle celebrazioni.

Ma spesso nelle chiese si sente cantare solo il cantore o il coro…
Vi sono occasioni particolari in cui questo è non solo inevitabile e comprensibile, ma forse anche utile.
Per esempio quando, in occasioni solenni, si introducono brani di particolare complessità o di particolare risalto, come potrebbe essere un Gloria, offerto all’ascolto. Ma in generale i cantori hanno una responsabilità nei confronti dell’assemblea: ne sono parte e ne sono al servizio. Sono attivatori ed educatori del canto. Sono anche l’esponente della sua bellezza offerta a Dio. La riproposta nel tempo di brani adatti, aiuta l’assemblea ad assimilarli e a farli
propri. Naturalmente ripetizione non vuol dire che i canti debbano essere sempre uguali: deve essere promossa una certa varietà di forme in armonia con la varietà dei riti e un sufficiente repertorio per rimarcare i diversi tempi liturgici.

La qualità della musica proposta oggi pare sufficientemente coinvolgente?
Anche questo è un problema delicato e complesso.
Nessuna affermazione va generalizzata. Ad esempio: Pio X polemizzò contro la tendenza di trasferire in chiesa modalità musicali di tipo operistico. Oggi assistiamo, a volte, al tentativo di trasferire nei canti liturgici – per favorire il coinvolgimento – delle atmosfere orecchiabili che seguono la musica di consumo o di particolari mode variamente indotte. Alcuni musicisti svolgono il tentativo di proporre canti più severamente composti a modo di sviluppo organico di
una tradizione che prenda le distanze dal “sentire” ordinario. Anche in campo musicale, come in tutte le arti, si registra una difficoltà di equilibrio, un prevalere di “autoreferenzialità” che rischiano di non essere consone né alla esigenza di continuità rituale né, d’altro lato, a un cammino linguistico che la Chiesa nella storia deve pur compiere. Tenendo conto che i problemi di stile sono legati alla necessità di comunione e non dimenticando che la Chiesa ha un radicamento
territoriale ed è nel contempo universale, segno dell’unità dei popoli. Per dire in termini spiccioli: in Africa si canteranno melodie derivanti dalle tradizioni locali più che dalla cultura eurocentrica; nelle chiese dell’Italia del Sud non saranno necessariamente connaturali le melodie di stampo nordico. Ma la Chiesa, chiamata a rispettare le differenze, è anche
impegnata a proporre simboli e strumenti di unità. La diffusione universale del canto gregoriano fu imposta dall’epoca carolingia, per motivi legati a quel particolare periodo storico. Oggi in clima di pluralismo culturale e il plurilinguismo liturgico resta pur urgente elaborare linguaggi di “incontro”.

Che cosa si può fare per ridare vigore al canto liturgico?
Occorre formare i fedeli inculcando in loro le motivazioni teologali ed ecclesiologiche dei gesti di canto.
Pari formazione è necessaria per i coristi parrocchiali di vario tipo. Maggior impegno formativo deve coinvolgere le
persone alle quali più responsabilmente, ai vari livelli nelle diocesi, deve essere affidata la cura del canto liturgico. Di tale settore si occupa lodevolmente l’Associazione Italiana di Santa Cecilia (A.I.S.C) e, inoltre, da più di una dozzina di anni è stato attivato, da parte dell’Ufficio Liturgico Nazionale, un corso di perfezionamento per la liturgia musicale (in acronimo Co.Per.Li.M.). Posto sotto il patrocinio della Conferenza Episcopale Italiana è destinato a professionisti già formati in Conservatorio, finalizzato a offrire loro una seria competenza liturgico- musicale. Tra le materie di insegnamento: Liturgia, Musicologia liturgica, Pedagogia del canto assembleare, Animazione al canto, Repertorio; si svolge per un totale di circa 250-270 ore di lezione in tre sessioni, nel corso di due anni, così da non incidere sullo svolgimento della professione delle persone.
Già vari specialisti soprattutto laici sono stati così formati per il lavoro in alcune diocesi. Operano in qualche caso con prestazioni di carattere professionale remunerate, e in altri con convinti interventi e servizi di carattere volontario. Bisognerà insistere anche su questa via.

(L.S.)

 

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