II edizione del Premio “Frate Sole”La sacralità oggettiva in architettura

 

S.E.R. Mons. Francesco Marchisano

LA SACRALITA’ OGGETTIVA IN ARCHITETTURA

Su CHIESA OGGI architettura e comunicazione n° 43 abbiamo presentato tutti i progetti inviati da 30 Paesi del mondo al secondo Premio Internazionale di architettura sacra “Frate Sole”. Il 4 ottobre scorso presso l’Istituto Angelicum di Milano si è svolta la premiazione del vincitore, Alvaro Siza con la chiesa di Marco de Canavezes in Portogallo. In quell’occasione S.E.R. Mons. Francesco Marchisano, Presidente della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, ha offerto una prolusione ricca di spunti di riflessione. La pubblichiamo qui.

In questi tempi molte volte si è dibattuto sulla qualità della architettura sacra. Non è infatti difficile riscontrare un certo disagio entrando in chiese moderne. Si sono espressi pareri molteplici, ma emerge chiara una costante: non abbiamo sufficiente capacità critica nel giudicare quanto progettato, dato l’estremo pluralismo dei linguaggi. Spesse volte poi il popolo di Dio non è disposto a subire soluzioni ritenute stravaganti. I progettisti inoltre non sempre sono preparati convenientemente all’arte cultuale anche se molti desidererebbero costruire una chiesa. Pertanto il promuovere e diffondere iniziative intese a far discutere attorno a progetti e soluzioni di edifici sacri, sia architetti, sia critici, sia committenti, rappresenta una lodevole operazione di sensibilizzazione e di formazione. Il Premio “Frate sole” – creato quattro anni or sono dallo zelo di P. Costantino Ruggeri e di alcuni amanti dell’arch-tettura sacra – si colloca in questo contesto, va presentato in questo contesto, deve ulteriormente crescere in questo contesto. Tale Premio deve infatti incentivare un’autentica architettura cristiana partendo anzitutto dalla consapevolezza delle debolezze e delle soggettività, tanto nell’ambito delle progettazioni, quanto nell’ambito delle valutazioni. Gli architetti non si possono improvvisare, né improvvisare si possono i committenti, i giudici, i critici, i tecnici, ecc. Dunque l’indire un Premio, il discutere sui progetti pervenuti per una valutazione, il presentare attraverso questa manifestazione milanese i risultati, dovrebbe creare il terreno per una riflessione critica da continuare nel tempo attraverso altre iniziative, non ultime quelle editoriali. Non entro ovviamente nel merito del progetto vincitore, perché altri ne illustreranno con competenza le sue caratteristiche. Personalmente mi interessa di più che vengano alla ribalta delle idee progettuali e su di queste si tentino autorevoli criteri di valutazione. La chiesa edificio è un luogo importante per la comunità cristiana, così che non può ridursi a monumento di un architetto anche se grande, ad encomiasmo di una committenza, ad esercizio di laboratorio. Essa è il segno sensibile di una particolare comunità, in un preciso contesto socioculturale, con determinate prerogative spirituali. Non può allora essere pensata sopra le teste e in modo anonimo. Va pensata con la comunità dei fedeli e con la cultura contemporanea. Ora il Premio deve anzitutto far comprendere che per fare una chiesa edificio occorre il concorso di molte competenze. L’architetto non può pensare da solo lo spazio in cui dovrà abitare la comunità fedeli. Deve pensare cum ecclesia, con la gente, con i diversi esperti del settore, con creatività, con preparazione, con buon senso. Il buon senso richiede umiltà e quindi disponibilità ad ascoltare e collaborare. La creatività non si confonde con l’esibizionismo ed è mossa pensando a coloro che in quella chiesa pregheranno. Le diverse competenze ricostituisco-no il tessuto di confronto necessario e improrogabile tra costruttori, pastori, liturgisti, critici, iconologi, storici dell’arte, psicologi, esperti nelle dinamiche sociali, ecc. La chiesa è un’unità intimamente complessa e fisiologicamente congiunta all’assemblea dei fedeli, per cui è un unico spettacolo globale di manufatti e persone da pensare con cura al fine di far pregare con devozione.Tali valori deve poter trasmettere il Premio in questione. Attraverso il Premio, e soprattutto la selezione critica dei progetti, cosa si deve allora poter comunicare ad architetti e committenti? Si deve dire con esempi concreti e vari (è impensabile oggi un modello unico) che il progetto di una chiesa non deve solo essere un’esibizione virtuosa di strutture architettoniche (talvolta di difficile manutenzione e dai costi eccessivi); che non deve rispondere al solo senso del sacro dell’architetto, bensì conformarsi alla “sacralità oggettiva” confacente al luogo cultuale cattolico; che deve tenere conto, pur nella sua originalità, dell’impostazione dello spazio sacro tramandatoci nel corso della storia di ogni cultura; che deve essere adatta all’ambiente sociale e urbanistico dove è sita; che deve essere identificabile verso il territorio per la sua impostazione sacrale e contestuale; che deve avere soluzioni acustiche, illuminotecniche, climatiche idonee alle esigenze rituali. Il Premio deve far comprendere che la costruzione di una chiesa edificio è un servizio ecclesiale umile e alto. Una struttura cultuale deve essere idonea a quanto esige l’at-tuale liturgia con un presbiterio in cui siano identificati i vari ministeri e poli liturgici, con luoghi idonei alla celebrazione del sacramento della riconciliazione, con un battistero che tenga conto delle diverse esigenze celebrative e assembleari, con la sistemazione congrua della riserva eucaristica, con la possibilità di percorsi processionali per i fedeli, con un’aula che faciliti l’”actuosa participatio”, con il luogo della schola. Una chiesa deve avere un programma iconografico coerente e comprensibile in cui si correlino i vari elementi: architettura, decorazione, pittura, scultura, ar-redo, vesti, suppellettili, ecc. Una chiesa deve favorire il raccoglimento spirituale per cui deve dare anzitutto agio fisi-co e psicologico e, conseguentemente, disporre gli animi all’ascesi e alla preghiera. Finora il Premio ha riscontrato quanto si è fatto giudicando progetti eseguiti. Non è impensabile però volgere l’attenzione anche a quanto si vorrebbe fare e non vi sono ancora state committenze disponibili. Forse sarebbe l’occasione di uscire dal ristagno troppo convenzionale troppo esibizionistico degli “affermati” e dare ascolto a chi può essere profeta di linguaggi genuinamente creativi, di collabo-razioni sapientemente condivise, di soluzioni provvidenzial-mente spirituali. Sono queste considerazioni che vengono spontanee e sulle quali forse si potrà riflettere in futuro.

S.E.R. Mons. Francesco Marchisano
Presidente, Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa

 

 

Condividi

Utilizziamo i cookie per offrirti la migliore esperienza sul nostro sito web.
Puoi scoprire di più su quali cookie stiamo utilizzando o come disattivarli nella pagine(cookie)(technical cookies) (statistics cookies)(profiling cookies)