I SIMBOLI E I RICHIAMI

Un complesso articolato, quello per la parrocchiale di San Paolo, non nel senso dell’hortus conclusus, bensì in quello della “cittadella santuariale”. Sull’agorà s’affacciano, unitamente alla chiesa, due corpi di fabbrica per attività pastorali, oltre che l’auditorium per utenze multiuso. Ne deriva un insieme variegato di parallelepipedi spiegati su tre lati, mentre il quarto è in parte occupato dall’imponente cilindro della chiesa e in parte aperto sulla città. La composizione planimetrica gioca sull’intersezione di aree quadrate e circolari, così da alternare elegantemente il sistema ortogonale. Sistema evincibile dall’ordito pavimentale del cortile riunificante gli edifici, dal gioco tangente dei cilindri costituenti chiesa e battistero, dal modulo assemblato dei cubi caratterizzanti auditorium e hall, dai corpi parallelepipetoidi di locali parrocchiali e spazi porticati. Tracciando gli assi di ogni volume si ottiene una struttura radiale che converge dinanzi alla chiesa per aprirsi in modo indefinito sulla città.
Lisi adotta stilemi da fortezza pur non rinunciando a compaginare il complesso sul territorio urbano, che distingue da esso con opportuni filtri architettonici.
Una sorta di scenografia spezzata e, parimenti, di fisionomia forense. Verso il centro geometrico dell’agorà s’affacciano, infatti, “edifici pubblici” di incontro e di preghiera, così da riunire la socializzazione orizzontale a quella verticale. Gli articolati volumi architettonici si specchiano con asimmetrie medievalegganti nello spazio a corte, che funge da indistinto sagrato.
L’insieme polarizza la rilevanza prospettica, anzitutto della chiesa, poi dell’auditorium e, a modo di trait d’union, degli edifici ospitanti i servizi della parrocchia e le abitazioni dei presbiteri. Sostanzialmente il sistema è ortogonale; accidentalmente è diagonalizzato.
La chiesa, per esempio, sembra eccedere nella corte, ma il suo centro è in linea con il limite esterno dell’ideale quadrilatero costituito dai vari corpi di fabbrica.Così, la sala dell’auditorium che appare disassata nella hall, ma ortogonale al sistema nel corpo principale, origina un interessante gioco di volumi intersecati, costituiti, su un fronte, dalla germinazione di chiesa e campanile, sull’altro da quella di auditorium e hall.
Siffatti volumi prevalenti avanzano l’uno verso l’altro, intensificando il valore e incrementando la suggestione.
Ne deriva un’originale coincidentia oppositorum, tanto nei “significati”, quanto nei “significanti”.
Per esprimere questi, l’opposizione è tra il cilindro fortemente murario della chiesa e il cubo leggiadramente vetrato della hall. Per esprimere quelli è l’opposizione tra incontro della comunità con Dio e della collettività con se stessa. Da una parte, quindi, una struttura possente di richiamo sacrale, dall’altra, una delicata di sapore ricreativo. Non va poi dimenticata l’opposizione simbolica tra struttura circolare e quadrilatera, in quanto la prima indica l’unità celeste, la seconda la molteplicità contingente. I volumi impostati da Lisi sono perciò il cubo e il cilindro, così che ciascuno trasla la ridondanza simbolica sull’altro.
Il cubo, infatti, è un indicatore contingente, ma avendo le facce eguali suggerisce una perfezione trascendente. Il cilindro, invece, è un indicatore metacontingente, ma avendo le basi piane ricorda l’attualità contingente. Solo la sfera indica la perfezione trascendente, non ancora accessibile a quanti abitano in questo mondo. Confortato da tali simbologie Lisi adotta, allora, una pianta circolare, onde evocare il trascendimento religioso, ma non ricopre il cilindro con la cupola, quasi a suggerire l’urgenza della  sollecitudine terrena prima di ogni pregustazione celeste.
A coniugare chiesa e auditorium sono gli edifici parrocchiali costituiti in due quinte angolari, la cui diagonale divide lo spazio aperto, generando la citata svecchiatura dei sistemi volumetrici protagonisti. Il complesso sembra presagire l’involucro meieriano dell’Ara Pacis, senza anticiparne le aberrazioni.
All’esterno chiesa e campanile mutuano dall’immaginario, tanto antico, quanto industriale, configurando un intrigante sistema di percezioni sacrali che dispongono a intuire la trascendenza divina e a inculturare il cammino religioso.La risoluzione cilindrica richiama misteri: da qui il senso della strombatura.
Vi è, altresì, la simbologia di Cristo salvatore degli uomini, che attrae a sé gli “uomini di buona volontà”: da qui lo svettare della croce. All’opposto del portale è iscritto il rosone con doppia cornice in materiale lapideo e laterizio. Al di sotto del rosone si apre una larga lunetta. Il cilindro è chiuso da un terrazzamento su cui s’innalzano tre piramidi a base quadrata a modo di lucernari. Queste sono allineate sul diametro che lega il portale con il rosone. Si reitera la simbologia che correla l’immagine alla trascendenza, così che il piano quadrato rappresenta la partenza umana e lo sviluppo piramidale l’attrazione divina. Questa si fa luce che inonda interamente il percorso processionale dall’entrata all’altare.
Diverso dal cilindro della chiesa è quello del battistero sormontato dal campanile. In opposizione allo zoccolo a tamponatura piena perimetrante l’aula, in quest’altro parato si aprono vari ordini di finestrelle quadrate, così da correlarsi alle finestrelle poste in alto al cilindro grande. Su tale “piedistallo”, ospitante il battistero, poggia il supporto in acciaio a sezione triangolare, per le campane. Esse sono sospese a un graticcio esterno. Ancora una reminescenza oppostamente classica e contemporanea. Strutturato a modo di monumento, su una base possente, che pare rievocare l’urbana Tomba del fornaio, e con una scultura minimalista che concettualmente esprime tanto l’elevazione della croce quanto l’annuncio della salvezza, il campanile coinvolge vista e udito, come si addice a compiaciute espressioni d’avanguardia o, meglio, alla consolidata tradizione ecclesiale.
Simbolico è anche il congiungimento tra campanile e battistero, poiché entrambi sono ”voce di Dio”. In quanto questo trasforma l’individuo in cristiano, cioè testimone di Cristo e quello convoca i credenti in assemblea, onde celebrare i divini misteri. Il battistero è poi circondato di luce, dal momento che il catecumeno, rinascendo in Cristo, s’illumina e s’impegna.
Impegno continuamente richiamato dal suono delle campane, così da indurre a elevare lo sguardo verso l’alto.
All’interno, chiesa e battistero raccolgono i fedeli per le celebrazioni sacramentali. Lisi rappresenta strutturalmente e cromaticamente tale assunto simbolizzando il congiungimento di cielo e terra. I simboli diventano ambivalenti, risuonando di richiami trascendenti e immanenti. Lo spazio è in forma di aula circolare colonnata a guisa di tempio classico.
Alcuni degli intercolunni sono tuttavia tamponati, così da stravolgere il sistema pagano. Ne deriva una sorta di poderosa cinta muraria che assicura quanti sono raccolti all’interno dell’aula.Tuttavia, non mancano consistenti aperture finestrate che permettono la percezione della luce naturale fino all’abbagliamento e, nel contempo, indicano il rapporto con l’habitat, sebbene sostenendo la separazione. A tutela del protiro vestibolare è l’immensa croce che ordisce la vetrata moltiplicandosi con altre armoniche cruciformi.
In opposizione è la porta del cielo, in forma di rosone, mentre l’estesa lunetta fa da fondale scenografico all’azione liturgica connotandola a modo di cerchio luminoso. Due varchi intercolonnati s’aprono per l’accesso al battistero, fortunatamente sito fuori dall’aula e in quota ribassata.
Mentre le tamponature laterizie interne al cilindro svettano verso l’alto, quasi a descrivere le mura della celeste Gerusalemme, la sezione intonacata del medesimo piove verso il basso, fasciando l’ambiente d
i tonalità azzurre tessute a reticolo quadrangolare.
Ne deriva un’aggraziata atmosfera celeste, fissata in ordinato sistema geometrico. Nell’inserzione dei fascioni azzurri s’aprono le finestrelle quadrate, scandendo il percorso solare a modo di meridiana, onde ricordare come il tempo cronologico si risolva in tempo spirituale, grazie alla sacramentalità ecclesiale.
Sul percorso processionale, tra porta e altare, piove la luce dei tre lucernari, evidente simbolo dell’illuminazione che viene dall’alto, rivestendo il credente con le virtù teologali di fede, speranza, carità. Virtù già richiamate all’esterno dalle tre campane. Il resto del soffitto a travature lamellari incrementa ordine e concettualità dell’insieme, pur evocando il caldo senso di accoglienza delle magioni antiche.
L’aula liturgica non devia dai parametri dell’actuosa participatio. Sono garantiti i percorsi processionali ed è favorita la visione rituale. Il presbiterio è sufficientemente distinto dall’aula, anche se non troppo esteso.
Consta di una pedana a due gradoni convessi nella parte centrale antistante l’altare, onde enfatizzarne la proiezione verso l’aula. L’altare è in asse, per cui ambone e sedi dovranno essere in chiasmo obliquo, al fine di riferirsi a esso per ribadire il fulcro cristologico.
La custodia eucaristica dovrà essere esaltata in misura delle nuove tendenze, così da prolungare il sacrificio eucaristico nell’adorazione personale.
Opportuna è la collocazione del battistero fuori dall’aula, per cui si può ipotizzare un doppio ingresso, in modo che il catecumeno entri direttamente in battistero e da questo, una volta battezzato, acceda alla chiesa.Congruo è l’abbassamento di quota del fonte con tre gradini che simboleggiano l’immersione e la riemersione, ovvero la morte al peccato e la rinascita nella grazia. La penitenzieria è opportunamente ricavata all’ingresso, tanto a destra quanto a sinistra del nartece, così da farsi filtro purificatorio per chi vuole disporsi alla celebrazione dei divini misteri. Lisi, in questa sua quarta progettazione di edificio cultuale, ha essenzializzato le forme, mostrando buona capacità concettuale. Siffatti volumi spaziali dovranno però integrarsi con iconografie figurative, così da indicare nel simbolo e nella figura la logica dell’incarnazione. La narrazione iconografica richiede, infatti, l’integrazione di architettura, pittura, scultura, vetrate in modo da supportare un sistema rituale unitario.
Lisi attribuisce notevole significato alla luce. Essa irrompe nello spazio interno attraverso grandi vetrate, che rapportano direttamente con l’esterno, e innumerevoli finestrelle, che fanno opportunamente percepire il corso solare. La luminosità dell’aula si oppone retoricamente alla luminosità del battistero. Questo crea, attraverso le finestrelle in quote ribassate, una sorta di bagno di luce, come si addice a chi sta per essere inondato dalla grazia divina. Quella procura, attraverso le ampie finestrature e le alte finestrelle, effetti abbaglianti e arcani, così da indicare nello scorrere del tempo cronologico, sia l’impossibilità a sostenere la visione di Dio, sia la possibilità d’essere illuminati dallo Spirito. Lisi s’adopera perché l’architettura chiesastica indichi nel limite il travalicamento verso l’illimitato, per indicare l’ineffabile divino. Inventa forme di nitore volumetrico e di raffinata concettualità, che nell’ordine geometrico indicano l’armonia religiosa.
Capovolge elementi del linguaggio ordinario, per cui il rosone è in abside e non in facciata, la lunetta si allunga a dismisura in basso anziché situarsi in alto, la strombatura è a modo di vestibolo interno e non di nartece esterno, al fine di spaesare dall’abitudine, recuperando diverse valenze simboliche e suscitando rinnovata attenzione percettiva. In tal modo s’adopera perché tale spazio architettonico accompagni la santificazione cristiana. L’architettura di San Paolo non è semplice anche se essenziale. Alcune arditezze compositive sono davvero paoline, come paolino è lo “areopago” in cui si affacciano i vari poli pastorali. Su tutto campeggia Cristo “e questi crocifisso e risorto”, come proclama la grande croce ordita nella struttura del portale. Per questo il complesso concede poco al sentimento e offre molto alla ragione, pur garantendo disciplinata accoglienza.

*Il testo di S.E. Mons. Carlo Chenis è già stato pubblicato nel volume “Danilo Lisi. Quattro
chiese. Complessità dell’architettura di culto” (Skira, 2007)

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