I LUOGHI DELL’ARTE


Il progetto per Calcata dell’arch. Paolo Portoghesi.

Che l’architettura sia un’arte risulta evidente nella storia: arte “maggiore”, perché definisce spazi, ambienti, paesaggi.
E nel corso del XX secolo ha assunto una tendenza fagocitativa, assolutizzante: in certi momenti è sembrato che
l’architettura, intesa sotto il profilo estetico, volesse bastare a se stessa. Oggi ci si rende conto che è importante, forse fondamentale, che essa invece sia completata, al livello della piccola scala, da interventi artistici.
Il problema è stato affrontato, con un’ampia discussione a tutti i livelli, nel campo dell’architettura ecclesiastica. La Chiesa, nei secoli, è stato il maggiore committente di opere d’architettura e d’arte: sono quelle che ornano le città europee. Che sarebbe Milano senza il suo Duomo, Roma senza San Pietro, Parigi senza Nôtre Dame… Ma tutte queste pietre miliari nel cammino della cultura sono anche giacimenti di pitture, sculture, affreschi. Dopo decenni di incertezza e di dubbio, oggi la Chiesa è tornata a chiedere che gli edifici di sua pertinenza siano rivestiti dello splendore artistico: che l’architettura non pretenda l’autoreferenzialità.
Ne è un esempio la nuova chiesa di Calcata (VT), concepita proprio in questo modo da Paolo Portoghesi (nella foto), noto progettatista ma anche raffinato storico dell’architettura: un’opera d’arte “maggiore” entro la quale i luoghi liturgici (altare, ambone, sede, cappella) e altri elementi sono frutto dell’intervento di alcuni artisti che hanno operato sin dall’inizio insieme, in un team. L’architetto definisce lo spazio, e con questo gli artisti si pongono in dialogo attivo.

L’altare è stato elaborato da Paolo Borghi per stare proprio lì: sotto “quel” lucernario, coronato dall’ardito tamburo stellare che frastaglia la luce ad evidenziarne il potere irraggiante; Luigi Frappi ha conformato i due paesaggi delle cappelle laterali nel momento stesso in cui il progetto prendeva forma, e lo stesso ha fatto Rita Rivelli per la vetrata istoriata che sovrasta l’ingresso.
Così, spazio e colore, forme e richiami simbolici danno vita alle voci diverse che compongono un unico coro. “Il miracolo della Pentecoste è rievocato nella luce unica che scende dall’alto…” scrive Portoghesi (CHIESA OGGI architettura e comunicazione 88/2009); “Questo altare ci indica la presenza di Cristo che abbraccia tutte le dimensioni del tempo…” spiega Borghi. Tempo e spazio vanno assieme, fusi nel potere evocativo della luce e simbologico delle forme.
La Chiesa, in quanto committente, ha richiesto con forza che architetto e artista collaborassero: solo così lo spazio diventa non solo accogliente, ma anche eloquente e ricco di una molteplicitià di significati. Certo è un committente privilegiato perché la bellezza fa parte della propria missione.
Ma la bellezza non è chiamata forse ad abitare anche le case? Non avrebbe dunque senso che anche per i luoghi della vita di tutti i giorni si riprendesse il discorso della congruità tra architettura e arte? Che nell’edificare i condominii, gli spazi comuni venissero rivestiti di un afflato particolare, che distingua quell’atrio, quel portone da tutti gli altri? E che chi acquista un appartamento, o una casa singola sin dall’inizio la concepisca come rivestita della grazia che solo l’arte sa donare? Nel Rinascimento solo i grandi, i Medici, i Portinari, i Pitti potevano permetterselo:
oggi i giovani designer, progettisti e artisti sono disponibili per un più vasto pubblico.

L.S.

1. La sezione e la pianta: lo studio dell’effetto della luce nello spazio. 2. Vista assiale dell’aula: l’altare in terracotta e la retrostante statua sono concepiti ad hoc per questo spazio. 3. Vista esterna dell’originale tamburo stellare con struttura lignea prefabbricata.
4. Particolare della statua in terracotta (opera di P. Borghi) 5. Cappella laterale (i paesaggi di L. Frappi). 6. ll presbiterio.

 

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