I folli anni ’60 e il rigore della funzione


"La bellezza è una
promessa di felicità […]
Esistono tanti stili di bellezza
quante visioni della felicità"
(Stendhal)

a colloquio con Ezio Didone protagonista del design milanese

Come è iniziata la sua avventura col design?
Mi sono laureato nel 1967 con una tesi sul design. Il design m’era sempre piaciuto come esperimento e da studente avevo già progettato per Epamfer un tavolo particolare che si divideva diventando un appoggio, mentre il piano si poteva staccare e appendere alla parete come un quadro (vedi foto a destra). Erano mobili oggetto, nel senso che in quel momento gli era attribuito da Sottsass, cioè oggetti protagonisti dell’ambiente, come “Elisabetta” (un portascarpe con grandi orecchie) che era più una scultura che un mobile.

JOHN RUSKIN
(8 febbraio 1819 – 20 gennaio 1900)
fu uno scrittore, poeta, pittore,
studioso di estetica, storico dell’arte e critico britannico.
La sua interpretazione
dell’arte e dell’architettura
influenzarono fortemente l’estetica
vittoriana ed edoardiana.
“John Ruskin suggerì di cercare due cose nei nostri edifici: che ci diano riparo e che ci parlino – ci parlino di tutto ciò che noi riteniamo importante e che vogliamo ricordare" scrive Alain de Botton. Ed è un pò questa la chiave che Alain inserisce e con la quale si parte nel suo viaggio attraverso i tempi e i significati dell’architettura. "Qualsiasi oggetto di design trasmette un’idea degli atteggiamenti psicologici e morali che rappresenta”. Se da un lato siamo pieni di passioni contrastanti, dall’altro vorremmo che quelle “positive”, le virtù, ci condizionassero un po’ di più. Quelle che per noi sono piu’ adatte.
Lasciando che gli oggetti e gli edifici ci parlino, vorremmo che ci ricordassero quello che di positivo ci manca e che magari vorremmo raggiungere.
Ogni architettura è figlia del proprio tempo.
I gusti cambiano con la cultura e per ogni individuo.
Secondo Alain, infatti, ognuno riconosce negli oggetti, negli edifici, se ben progettati, quelle che considera le qualità a lui più consone. Dunque diverse per ognuno. “Dire che un edificio è bello, quindi, ci rivela più di una pura e semplice passione estetica; implica
un’attrazione verso il particolare stile di vita che l’edificio incoraggia attraverso il tetto, le maniglie, le finestre, le scale, gli arredi. Se percepiamo la bellezza è segno che ci siamo imbattuti in una traduzione pratica di certe nostre idee sulla vita.” “A ciascun edificio chiediamo non soltanto che assolva a una certa funzione, ma anche che abbia un certo aspetto e contribuisca a creare una precisa atmosfera: di religiosità o di cultura, di semplicità o di modernità, di lavoro o di vita famigliare.”
Nell’Ottocento le case parlavano di privilegi e vita aristocratica, nel Novecento del futuro con promessa di velocità e tecnologia…
Oggi di cosa parlano? O meglio cosa vogliamo che ci dicano oggi? Ma allora se i gusti cambiano, cos’è un edificio ben progettato? Alain dà una risposta o più risposte anche a queste domande, senza voler però mettere la parola fine alla dicussione.

Lei è soprattutto noto come designer di lampade?
Non ho progettato solo lampade, ma vi ho dedicato molto tempo. Ho incominciato con Valenti e poi sono entrato in rapporto stabile con Arteluce, la ditta fondata da Sarfatti, quando era diventata proprietà della Flos. Una grande ditta e per me una grande esperienza. Oggi sarebbe difficile fare lo stesso percorso poiché la maggior parte delle aziende non possiede una vera mentalità industriale e non capisce che per fare seriamente un modello bisogna investire molto nella ricerca e nella continua sperimentazione. Oggi del prodotto interessa solo cosa viene a costare e a quanto si può vendere. Ad Arteluce invece c’era un apposito laboratorio dove il designer poteva sperimentare senza limite di spesa; e non sempre il progetto veniva realizzato, certe volte si prendeva atto di essersi infilati in un vicolo cieco. La
testa pensante di tutto questo era Marco Pezzolo, uno dei soci della Flos che si dedicava al rapporto con i designer e allo studio del prototipo. La mancanza di questo modo di fare è secondo me alla base della sparizione di molte ditte del settore. Siccome la lampada è un prodotto comunque costoso, la gente lo vuole di alto livello e per ottenerlo occorre dedicarvi energie, tempo e soldi.

Dove sta andando il design oggi?
Guardando il panorama attuale si ha l’impressione di una gran superficialità, con produttori convinti che chi compra i loro prodotti sia completamente ignorante.
Ripropongono vecchie forme dell’art déco o del periodo fascista spacciandole come nuove, fanno vasche da bagno supergrandi in un momento dove la gente va in spazi piccoli ed esasperano ogni cosa per dare una sensazione di novità. Non tenendo conto che tutto questo stanca e che le cose più sono semplici più vengono capite dalla gente.

A cosa si deve questo cambiamento?
Quando ho iniziato c’era il 50 per cento di designer validi; oggi ce n’è sì e no il 5 per cento. La prova è negli oggetti di quel periodo che dopo decenni sono ancora in produzione e si vendono, segno che l’accumulo di contenuti culturali interni a quei progetti non è stato completamente bruciato. Molti, come il buon vino, maturano nel tempo; per esempio, certi oggetti dei fratelli Castiglioni sono ancora presenti sul mercato, più belli di quelli di Philippe Starck che sono già vecchi perché il loro contenuto l’hanno bruciato in fretta. Il design di Alessi, per fare un altro esempio, brucia in tempi brevissimi perché non ha niente da esprimere.

La pratica attuale è un design che brucia subito?
Questo non è design, ma moda. Il design non può essere un vestito; i prodotti che Armani propone come design
(vedi le sue lampade) non sono affatto opere di design. Il guaio è che ci sono troppe persone che si sanno
vendere molto bene, ma non hanno niente da dire.

Quali potrebbero essere i contenuti di oggi?
Io le posso parlare dei miei contenuti. Prima di tutto cerco di trovare un linguaggio che abbia una giustificazione
nell’uso del prodotto: una mia lampada non nasce dalla stravaganza, ma da un’attenta ricerca su luce, fonte luminosa e forma della lampada, che deve essere attinente al migliore utilizzo di quella fonte. Inoltre deve risultare costruibile e affidabile nel tempo. Poi cerco di arrivare a una sintesi togliendo tutti gli orpelli, i segni che non hanno significato, semplificando al massimo gli elementi utilizzati, cioè quell’insieme di strutture che, compenetrate tra loro, hanno dato origine all’oggetto. Si tratta dell’ultimo atto di un processo che deve portare a un risultato estremamente chiaro e senza ambiguità.
Apprezzo particolarmente il modo di fare design di Paolo Rizzato e dei Castiglioni proprio perché hanno molto da dire e lo comunicano con un linguaggio semplice e comprensibile a tutti.

 

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Pubblicato in FARE

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