I camini nell’arte. Il segno e il disegno.L’ispirazione arriva dalla storia.


Il segno e il disegno. L’ispirazione arriva dalla storia

Nelle grandi immagini delle opere d’arte si trovano figure di camini ancora oggi apprezzabili, riproponibili e riproducibili.

Arte e architettura: la linea divisoria tra queste due diramazioni della creatività umana era un tempo molto tenue. Leon Battista Alberti e Michelangelo hanno compiuto esperienze dirette in molteplici discipline, e Raffaello, come Piero della Francesca o Leonardo, hanno immaginato non solo architetture, ma intere città che avrebbero potuto tuttora esistere.
Al punto che la loro pittura ha influenzato importanti avvenimenti architettonici di epoche successive e di paesi lontani: basti pensare alla cupola di stile rinascimentale che domina Capitol Hill a Washington DC, o alle molteplici realizzazioni parziali o totali dei visionari progetti leonardeschi; è di pochi anni fa la costruzione di un suo ponte in Svezia.
Oggi, quando il recupero del legato storico diventa tanto più importante dopo che si è appieno compreso il rischio dell’oblio e della cesura, che è stata in parte minacciata col trauma del “moderno”, trarre suggestioni da dipinti storici può diventare una via fruttuosa per diventare capaci di una sensibilità e di una creatività veramente universali non perché carenti di identità, ma in quanto capaci di parlare a diverse culture, in esse evidenziando le comuni aspirazioni.
E poiché il camino è cuore della casa, espressione universale di calore domestico e di intimità familiare, perché non trovare nei camini dell’arte figure adatte a riprodursi in tre dimensioni, immagini che ispirino la sapiente opera dell’artigiano, che sappia arricchire la casa contemporanea di presenze di autori importanti del passato?
Il camino inglese compare nel quadro “Il matrimonio alla moda (La mattina)” di William Hogarth (1744-45, Londra, National Gallery): silente testimone, unico austero emblema di dignità imperturbabile, nella scena così vera e pertanto così sfumata nelle differenti banalità del quotidiano arruffato dalle dissipazioni dei piaceri notturni variamente trascorsi,
di cui il marito e la moglie (l’uno a un lato, l’altra all’altro lato del camino) recano nei loro diversi atteggiamenti che accompagnano il loro tentativo di uscire dalla sbornia per entrare nella nuova giornata (mentre il maggiordomo
si dispera coi conti della dissolutezza in mano, sulla sinistra del quadro). Mentre tutto il resto appare transeunte (persone, atteggiamenti, colori dei fregi, quadri alle pareti), col suo pacato volto di pietra scolpita, con la sua geometrica schiettezza, il camino è qualcosa che resta. (Fig 1)

Imperturbabile, sfiorato ma non toccato dal moto turbinoso degli eventi: è il segno di una identità che supera il momento e resta nel tempo. E’ quindi vero che il camino è il cuore della casa: Hogarth lo riconosce per tale, sede di una identità superiore alle stravaganze del momento che, con il suo schietto pennello, tranquillamente irride. Il matrimonio è “alla moda”: libertino e vuoto. Il camino è “fuori dalla moda”: solido e elegante.
In “Peacock Room” opera di James Abbott McNeill Whistler (1876- 77, Free Art Gallery, Washington DC), troviamo un altro camino (Fig 2) in un altro contesto: alla fine dell’800 le “giapponeserie” erano diventate di moda al punto che nelle case più “in” del momento spesso di trovava una stanza dedicata a trasmettere i fasti di quel paese lontano. Ed ecco quindi che nella sala minuziosamente arredata tutto parla il linguaggio del lontano Oriente, con contaminazioni che l’Art Nouveau esalterà con convinzione. Qui il camino risulta perfettamente integrato con l’ambiente, inserito
nel ritmo variegato, scandito sulla parete da lesene metalliche e ripiani, prezioso piedistallo di un principesco dipinto in kimono, fin negli alari a girasole, serratamene incluso nel continuum di quel che appare come uno scrigno intangibile nella sua perfezione. Ma è un camino, moderno nella sua concezione. E senza di esso il locale apparirebbe stanco e ossessivo: l’apertura del focolare offre un punto di fuga: se cromaticamente il protagonista è il dipinto, sotto il profilo architettonico il camino è sostanziale per dare una soluzione all’ambiente e animarlo. La casa lo richiede e l’arte
lo conferma: è il focolare il luogo dove il vivere domestico trova il centro del conforto. L’anima dell’abitare, al di sopra delle mode. (L. Servadio)

L’arte come luogo d’incontro e dialogo

Il futuro sarà meraviglioso. “Basterà saperlo capire, come bisogna saper capire, d’altronde, anche il passato”: così afferma Flavio Caroli nel suo volume “Arte d’Oriente Arte d’Occidente. Per una storia delle immagini nell’era della globalità” (Milano, Electa, 2006). Nella visione dell’Autore, l’arte è un linguaggio universale
che sempre è stato attraversato da scambi, contaminazioni, reciproche influenze che hanno intessuto già nella storia un dialogo intenso tra le culture, al di là delle barriere divisorie dettate dalle strutture di potere e dai confini politici o geografici. Ma oggi questo flusso di contatti e scambi sul terreno artistico giunge a maturità nell’era della globalità. “Prima le culture erano montagne.
Hanno fatto di tutto per diventarlo – spiega Caroli – Poi, poco per volta, le montagne si sono sciolte, e stanno diventando un mare”.
Dalle espressioni artistiche all’epoca dell’impero romano d’oriente e d’occidente, l’autore esamina il fluire di passaggi e suggestioni, di confronti e invenzioni attraverso i confini di mondi lontani, ma che si avvicinano sempre di più, sino
a incontrarsi oggi nelle esposizioni e nelle ribellioni, nei caffè e nelle aspirazioni.
E forse aveva proprio ragione Dostoievskji, quando diceva che “la bellezza ci salverà”.
Perché un radioso sorriso è, per tutti i popoli e per tutte le culture, per lontane e avverse che siano, sempre e comunque simbolo di gioia e di speranza.

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