Giuseppe De Giovanni




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Coordinatori Laboratori A e B:
Pietro Artale, Daniele Balsano, Alessandro Camiz,
Giuseppe De Giovanni, Diego Emanuele, Cristina Garotti
Golnaz Ighany, Marcello Maltese, Giovanni Andrea Paggiolu
Marco Ragonese, Tamara Tossici

Siamo ancora in grado di riconoscere la nostra città, il nostro paesaggio, la nostra storia? Siamo in grado di descrivere quanto vediamo, tocchiamo, attraversiamo? Le città, i territori sono diventati illeggibili, difficili da comprendere, non riescono più a rivelare quanto di nascosto hanno sotto la loro ‘pelle’.
Ultimamente e troppo spesso i miei scritti pongono al lettore degli interrogativi, ma prima di tutto a me stesso. Le trasformazioni che ci coinvolgono, che ci inglobano non permettono più la riconoscibilità di ciò che prima era definito e comprensibile, negando la capacità di potere raccontare la tua città, il tuo paesaggio con parole o immagini.
Abbiamo sempre più bisogno di recuperare le nostre radici, le nostre memorie, specialmente quelle materiali, per non perdere la realtà, e per non lasciarsi travolgere dal virtuale, dal globale, dall’impermanente.
Se la permanenza è definita come la continuità nel tempo e di contro la continuità come estensione non interrotta nel tempo, entrambi i termini sono legati da una matrice comune che gioca un ruolo necessario per la nostra memoria, il nostro passato: il tempo.
Permanenza e continuità procedono così in accordo, divenendo ognuno il sinonimo e l’opposto dell’altro. Il permanere di un edificio e dei suoi caratteri linguistici, architettonici e materici costituisce testimonianza, memoria, conoscenza, cultura e storia della civiltà che lo ha costruito in un processo temporale continuo.
Permanenza e continuità si sovrappongono e creano il bagaglio che ogni società porta con sé, che fornirà le risposte più idonee a future permanenze e trasformazioni sia della città che del paesaggio, in cui la società vive e si riproduce: città continue (permanenti), paesaggi continui (permanenti), architetture continue (permanenti), proprio perché è il tempo a stabilirne la durata e la riconoscibilità.

Planimetria generale di Karnak a Tebe (tratta da Benevolo L., Corso di disegno 2°. L’arte e la città antica, Laterza, Roma-Bari 1986, p. 44)
Pianta schematica di Mileto ad opera di Ippodamo nel V secolo, a destra la divisione della città in zone (tratta da Benevolo L., op. cit. 2°, p. 112)
Pianta schematica della città di Priene, fondata intorno al 350 a.C. (tratta da Benevolo L., op. cit. 2°, p. 116)

Il termine continuità, inoltre, racchiude e rimanda ad altre locuzioni come trasformazione, estensione, riduzione, confusione, conferendo alla città una identità diversificata. Ma proprio perché così variabile, la città continua, divenuta oltremodo accattivante, si offre ad altre definizioni con la stessa intensità speculativa: la città chiusa, la città aperta,
la città invisibile, ecc.
Quest’ultima, in particolare, richiama alla mente il romanzo filosofico e fantastico-allegorico di Italo Calvino, Le città invisibili del 1972.
Protagonista del romanzo è Marco Polo, che alla corte di Kublai Khan fornisce al sovrano, attraverso dispacci, le descrizioni – non sempre vere ma frutto di fantasia – delle città che vengono toccate dai suoi viaggi all’interno dello sterminato impero. In queste narrazioni parla degli uomini che le hanno costruite, delle relazioni fra la gente che le popolano e della forma architettonica delle città stesse.
Anche se ipotetiche, le descrizioni di Marco Polo per alcune città sono cariche di riferimenti a contesti moderni e la capacità narrativa dell’illustre viaggiatore evidenzia ancora una volta come oggi non siamo più in grado di raccontare le nostre città, i nostri territori, le storie e le permanenze che racchiudono; in altri termini non siamo più in grado di ‘viaggiare’. Calvino, al contrario, attraverso il suo protagonista, pur abbandonandosi alla fantasia, da un capitolo all’altro è come se tracciasse una rotta, o volesse rintracciare il senso di un percorso, di un viaggio, l’unico ancora possibile: quello che si svolge all’interno del rapporto fra i luoghi e i loro abitanti, dentro i desideri e le angosce che
ci portano a vivere le città e la loro storia.
I racconti di Polo, infatti, lo portano ad affermare che ‘anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda’.

Pianta di Ostia Antica (tratta da Benevolo L., op.
cit. 2°, p. 200)
Pianta della città di Como in cui si distingue
il campo romano, centro della città
(tratta da Benevolo L., op. cit. 2°, p. 234)

Sebbene le città di cui Polo racconta sono intese come mondi conchiusi (città invisibili proprio perch&eacut
e; non entrano in relazione fra loro), le nostre città si espandono, si estendono, si ramificano, unendosi, intrecciandosi fra loro, ma spesso senza regole, senza programmi pensati e sperimentati. Nel romanzo di Calvino il desiderio di conoscere, di catalogare, di razionalizzare, di geometrizzare o di algebrizzare viene esaltato e impersonato dal sovrano Kublai Khan, che riduce la
conoscenza, derivata dai racconti che Marco Polo gli descrive con abbondanza di particolari, alla combinazione dei pezzi di una scacchiera e rappresenta le città con una o un’altra disposizione di torri, di cavalli, di re, di regine, di pedine su quadrati bianchi e neri.
Ma questa necessità di razionalizzare è dettata anche dalla molteplicità di variazioni di forme che l’architettura e l’uomo suo artefice sono riusciti a produrre e produrranno, generando un atlante (quello del sovrano) dalla difficile gestione. Infatti, l’atlante delle forme sarà sterminato: finché ogni forma non avrà trovato la sua città, nuove città continueranno a nascere. Dove le forme esauriranno le loro variazioni e si disfarranno, comincia il declino delle città; nelle ultime carte dell’atlante si diluiscono reticoli senza principio né fine, città a forma di Los Angeles, di Kyoto, di Osaka, senza forma.

Pianta generale della città di Montpazier nel Périgord, fondata nel 1284
(tratta da Benevolo L., Corso di disegno 3°. L’arte e la città medioevale, Laterza, Roma-Bari 1986, p. 180)
Pianta della città di Lucignano in Val di Chiana (tratta da Benevolo L., op. cit. 3°, p. 43)
Pianta della città di Martina Franca in Puglia, fondata nel X secolo (tratta da Benevolo L., op. cit. 3°, p. 28)

Eppure la storia ci ha insegnato che le città, le trasformazioni sul territorio e le loro permanenze erano dettate da leggi ben precise, da regole, miste a simbolismi o credenze religiose, che davano vita a testimonianze che ancora oggi hanno una validità attuale e una modernità senza paragoni. Basti pensare alle città di Karnak, di Mileto, di Olinto, di Priene, dove la continuità ha creato geometrie ripetibili all’infinito e allo stesso tempo irripetibili; a quelle gotiche come Mont –
pazier, a quelle medievali di Lucignano o di Martina Franca, a quelle rinascimentali di Pienza, o quelle moderne e contemporanee di Chicago, di Londra, di New York dove la regola è il principio generatore, la geometria il risultato indispensabile per governare il territorio, anzi per domarlo in reticoli cari al Kublai Khan.

Veduta dei quartieri periferici inglesi, costruiti secondo i regolamenti del 1875
(tratta da Benevolo L., Corso di disegno 5°. L’arte e la città contemporanea, Laterza, Roma-Bari 1986, p. 40)
Il Piano Regolatore di Chicago, progettato da Burnham
e Bennett nel 1912 (tratto da Benevolo L., op. cit. 5°, p. 96)
La città romana di Timgad in Algeria, abbandonata nel VII secolo (tratta da Benevolo L., op. cit. 2°, p. 237)

Ma non è sempre la geometria con la rigidezza delle sue individuabili e riconoscibili regole a determinare la forma. Città non invisibili, ma continue nel tempo, come la casbah di Algeri o quella di Tunisi, testimoniano questa differenza. Fino ad arrivare all’estremo, all’implosione determinata da fattori incontrollabili, dove i rapporti umani e le angosce prevaricano il ‘bello’, il razionale; dove la città continua si espande in un tracciato-non tracciato, in una spirale senza inizio e fine, generando le bidonvilles di Mumbay, del Bangladesh o le favelas di Rio de Janeiro, di San Paulo o le barriadas di Lima, dove la bellezza non riesce più a salvare il mondo.

Veduta aerea dell’isola di Manhattan a New York (tratta da http://earth.google.it)
Veduta aerea della casbha di Algeri (tratta da http://earth.google.it)
Veduta aerea della città vecchia di Tripoli (tratta da Benevolo L., op. cit. 3°, p. 16)

Allora, quando si ha l’impressione di avere raggiunto una certezza, una chiarezza che sembrano consolare il desiderio di raccontare la città, il paesaggio, ecco che altri interrogativi si presentano e non lasciano spazio alla tranquillità raggiunta: bisognerà affidarci alla ‘rassicurante e sperimentata geometria’ o sarà necessario intraprendere nuovi ‘viaggi, nuove metamorfosi’ per raccontare le nostre città continue?
Eppure il nostro pianeta si sta velocemente dirigendo verso il punto di ‘non ritorno’, la cui spiegazione non va ricercata unicamente sotto gli aspetti demografici e spaziali, ma nei segnali che queste irregolari ed estemporanee crescite trasmettono e di cui non si intravedono gli esiti ultimi. Si assiste da una parte allo sfruttamento delle risorse naturali e dell’equilibrio ambientale, dall’altra all&#8217
;instaurazione di un ‘nuovo ordine’, come sostiene Mike Davis studioso della povertà urbana degli slum, contraddistinto da una crescente ingiustizia e disuguaglianza, frutto della contrapposizione fra città globali dei ricchi e megacittà dei poveri attraverso un gioco dialettico fra centralità e marginalità.
È in questa contrapposizione che va interpretata e raccontata la nuova città continua, la metropoli contemporanea e i suoi enigmi, ‘dato che l’urbanizzazione della popolazione mondiale è un fenomeno tutt’altro che lineare, segnato da contraddizioni, ambiguità e complessità enormi’ (cfr. Petrillo A., Il Pianeta degli slum, Riflessioni a partire da Mike Davis, in ‘Materiali’, novembre 2007, dal sito www.posseweb. net/spip.pho?article14).

Bidonville di Mumbai in India
Slum in Bangladesh (foto di Mark Knobil)
Favelas di Rio de Janeiro

Le riflessioni appena descritte sono il risultato a posteriori di quanto discusso e dibattuto sia durante gli incontri e le conferenze in occasione del XVIII Seminario di Camerino che nel Laboratorio A ‘Permanenze storiche, archeologiche, paesaggi rurali’, dove sono stati indagati attraverso i progetti esposti e discussi in aula dagli autori tre aspetti relazionabili alla città continua, riferibili all’architettura, al territorio su cui insiste e alle trasformazioni che nel corso della storia hanno prodotto permanenze di varia natura.
Ad arricchire il dibattito, nato dal confronto fra autori, coordinatori e presenti al Laboratorio, contribuiscono in questo articolo gli scritti di Alessandro Camiz, che individua e fa il punto sui modelli di riferimento che accompagnano il progetto di architettura alle varie scale e nei vari contesti, con particolare riferimento all’applicazione di modelli antichi per il radicamento e la sostenibilità di una architettura rinnovata; di Cristina Garotti, che sostiene quale sia il processo da seguire affinché un progetto sia cosciente in ogni sua fase (dalla ricognitiva alla preliminare, dalla presentazione alla consegna dell’opera), in quanto nel momento in cui ogni azione è generata implica una modifica continua, data dall’interazione fra la complessità del contesto e la complessità dell’uso, dal passaggio fra essere e divenire; di Golnaz
Ighany, che sottolinea come la città nasca da numerosi e diversi momenti di formazione e la loro unione diviene continuità e unità urbana nel suo complesso, in cui le permanenze storiche ne individuano la memoria e l’identità; da Giovanni Andrea Paggiolu, che nell’analizzare alcuni lavori presentati relativi a interventi su spazi urbani incompleti e privi di carattere, o a interventi per città di nuova fondazione cerca di fare emergere il costante rapporto che deve esistere fra le influenze culturali e le congruenze progettuali; da Marco Ragonese, che evidenzia come alcuni progetti hanno affrontato con maggiore evidenza uno dei termini del Laboratorio relativo alla permanenza, secondo due distinti approcci, che vede da una parte la possibilità di creare paesaggi mediante un nuovo disegno urbano e dall’altra la
‘riparazione’ di paesaggi esistenti grazie al recupero di antiche tracce riproposte in termini contemporanei; infine, da Tamara Tossici, che pone alcuni interrogativi sull’identità di un edificio, in quanto la sua vita si manifesta ‘attraverso la permanenza nel tempo dei tratti formali caratteristici’ e ne sancisce l’autonomia dell’edificio stesso, interponendo
una vera e propria distanza fra sé e il suo architetto; da qui la solitudine degli edifici, la loro indipendenza, il loro rapportarsi al solo contesto, sostenuti dai principi formali impliciti nella loro architettura, con cui, grazie ad essi, l’edificio potrà affrontare il trascorrere del tempo, i cambiamenti, gli interventi, ma rimarrà comunque presente e incorruttibile la sua identità.

Veduta delle barriadas, abitazioni abusive alla periferia di Lima (tratta da Benevolo L., op. cit. 5°, p. 246)
La città globale dei ricchi e la megacittà dei poveri, da sinistra a destra: le favelas di San Paulo (foto di di Luiz Arthur Leiräo Vieira); Shinujuku, distretto di Tokyo (foto di Yann Arthus-Bertrand)

Al Laboratorio A Permanenze Storiche, Archeologiche, Paesaggi Rurali della XVIII edizione del ‘Seminario di Architettura e Cultura Urbana’ di Camerino hanno esposto i propri lavori per la sezione Progetti e ricerche: Sergio Arsena, Giacinto Barbera, Giancarlo Coffaro, Marcella Moavero, Rosario Vizzini e gli Allievi dell’I.S.A. di Cefalù (Un workshop di architettura a Cefalù, riqualificazione di Piazza Cristoforo Colombo); Stefania Calascione e Carla Conti Guglia (Spazi integrati
per una nuova funzionalità. Riqualificazione della Torre Nervi di Reggio Calabria); Margherita Caruana e Elvira Ciancimino (La memoria dell’acqua … Tracce storiche del suo percorso nel tessuto urbano); Claudia Celsi (Ilizia); Ivana Falcomatà e Antonio Gioffrè (Interno Esterno. Riqualificazione della Torre Nervi di Reggio Calabria); Vincenzo Giardina (Design e Tecnologia per la sostenibilità); Tommaso Lanfiuti Baldi e Laura Platania (Trama); Virginia Lombrici e Elisa Maceratini (Neakrepis); Paola Raggi (La fortificazione e il tessuto urbano della città murata di Senigallia alla fine del Cinquecento); Elisabetta Ricci (Studio storico, restauro della Chiesa di San Girolamo ad Arpino, FR, e riqualificazione ambientale del contesto); Giuseppe Romagnoli e Tiziano Dalpozzo (Riqualificazione della zona centrale della frazione di Voltana – Comune di Lugo, RA); Daniel Screpanti, Dania Marzo e Gloria Mancini (Bientina: un centro senza centro).

Per la sezione Opere realizzate: Giovanni Ingardia (Cantina vinicola ‘Ottoventi’, Valderice, TP).

Inoltre, fuori concorso al ‘Premio di Architettura e Cultura Urbana’ hanno presentato i propri la
vori: Matteo Casanov
i, Luca Fornaciari e Roberto Gasparini (Infrastruttura ibrida); Brunella Popolizio (Laboratorio teatrale nel borgo di Fiumicino); Giuseppe Simotti (Un borgo a Poggio Mirteto, RI); Paola Sperlinga (Proposta di recupero dell’area di Prato
Casarile: i sentieri e le opere di ripristino dei terrazzamenti per un possibile inserimento nel circuito dei Parchi Urbani di Genova).

GDG
Università di Palermo

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