Giovanni Corbellini


In conclusione a una recente intervista televisiva, Renzo Piano affermava che ‘la bellezza è una bellissima idea’. Una ennesima conferma, dall’alto di una fonte particolarmente autorevole e dal basso di un contesto quanto mai popolare, che di quello, proprio di bellezza tratta l’architettura.Tuttavia, la tautologia usata da Piano mostra quanto problematica
sia la questione, a partire dalla stessa definizione di cosa sia bello e degli strumenti per raggiungerlo. Problematicità connessa alla soggettività del tema (il termine ‘estetica’ è legato alla sensazione), tanto mutevole ed evanescente da aver indotto la produzione di una serie ininterrotta di teorie, proposte, ricerche, ciascuna tesa a stabilire uno standard definitivo, ma inesorabilmente destinata a essere negata da concezioni nuove, da rimozioni di confini, persino da rinascite di modi precedenti. Nell’attuale panorama frammentato di ipotesi molteplici e contrastanti, la nozione di bellezza ha visto ampliare a dismisura la propria influenza (estendendosi da poche elevate occasioni a ogni più minuto oggetto d’uso, fino a investire interi stili di vita) e allo stesso tempo diluire inevitabilmente le possibilità di essere realmente raggiunta. Una condizione che impedisce di trasgredire senza imitare superata in campo artistico dall’azione rivoluzionaria di Marcel Duchamp: la sua idea di elevare a opera d’arte gli oggetti d’uso, ma anche la polvere depositata sul Grande vetro, sposta da questo momento in avanti lo sguardo dalla qualità dell’oggetto in sé al processo, dal belloall’ intelligente, in altre parole dal formale al concettuale.
A sentire Renzo Piano e la gran parte dei colleghi si direbbe che questo non abbia avuto conseguenze sull’architettura. Eppure i novant’anni abbondanti dalla Ruota di bicicletta (1913) non sono passati senza lasciare traccia. Lo slogan Less Aesthetics More Ethics, titolo della Biennale veneziana curata da Massimiliano Fuksas nel 2001, per quanto largamente disatteso (grossomodo ne emergeva che l’etica dell’architetto sta nell’estetica …), riassume una storia ormai secolare
di reazioni al formalismo, riallacciandosi alla componente fondativa del moderno. Un approccio certo favorito dal peculiare intreccio della nostra disciplina con l’economia e la società, già registrato da Vitruvio e successivamente radicalizzatosi con la rivoluzione industriale.

Marcel Duchamp, Fontana, 1917
NL Architects, De Wild Pleck, Delft 1999-2000

Come è noto, il tentativo operato dai funzionalisti di riassumere la venustasvitruviana nella firmitase soprattutto
nell’ utilitas, di produrre ‘buona forma’ attraverso il controllo sui modi d’uso e di produzione, si è rivelato un’illusione positivista, evidenziata dalle dinamiche mutevoli e indeterminate di quelle stesse componenti industriali dalle quali
traeva ispirazione. Contraddizioni dalle quali non sfuggono nemmeno la successiva reazione postmoderna, i vari contestualismi, i periodici ripiegamenti all’interno dell’autonomia disciplinare. Al di là di ogni giudizio sul loro essere ‘a tempo’, le pretese di ricostruire un quadro estetico più stabile e condiviso – e le conseguenti contrapposizioni reciproche
di linguaggi – alimentano, in definitiva, quegli stessi processi di consumo delle immagini che intendevano combattere. Ne consegue che di ‘bellezza’ certamente si parla, ma più difficilmente se ne scrive in modo esplicito. Il termine ha quindi subìto una evidente svalutazione (finendo sulle copertine di manuali per la decorazione fai da te) mentre, da parte di ricerche più avanzate, è stato sottoposto a una deformazione di senso, accostandolo paradossalmente ad aspetti estremi e problematici (Rem Koolhaas parla infatti di Bellezza terrificante del ventesimo secolo…).
Dall’altra parte si sono invece moltiplicati i contributi che hanno cercato di fondare teorie e metodologie architettoniche progressivamente slegate dalla dimensione formale, la cui adesione alla concretezza delle realtà contemporanee avviene inaspettatamente attraverso strumenti elaborati all’interno delle più stravaganti ricerche artistiche (per
alcune tracce bibliografiche rimando alle mie ‘parole chiave’, www.architettura. it/parole). Provando a seguire l’influenza duchampiana nell’architettura recente, ritroviamo l’aleatorietà e l’automatismo dei Trois stoppages étalon(1913-14) in molte proposte di Koolhaas e Tschumi, sicuramente tra i primi ad abbandonare l’idea di progetto come assetto pacificato per abbracciare una visione apertamente conflittuale.

NL Architects, De Wild Pleck, Delft 1999-2000
NL Architects, De Wild Pleck, Delft 1999-2000

Riconosciamo l’ironia della Fontaine (1917) e le sue procedure di inversione in molti progetti olandesi, soprattutto da parte di NL Architects, di Mvrdv, di Maxwan. Assistiamo all’utilizzo di ready-made nell’opera di Anne Lacaton e Jeanne Philippe Vassal, ancora di NL Architects, del Rural Studio, di Hrvoje Njiric … Si tratta di progetti e realizzazioni che si confrontano spesso con situazioni limite, estendendo le capacità di intervento dell’architettura su terreni inesplorati, un po’ come la relatività o la meccanica quantistica hanno ampliato le possibilità di capire i fenomeni fisici e di intervenire su di essi. Teorie, queste ultime, che hanno incluso i raggiungimenti precedenti come casi particolari.
Allo stesso modo, i nuovi approcci progettuali non escludono il sapere compositivo, specifico degli architetti e necessario nelle scelte conformative, ma ne relativizzano l’operatività, delegando ad altri strumenti strategici la costruzione della possibilità stessa di controllare la forma di oggetti e spazi, soprattutto quando questa è minacciata dai fatti della vita alla base della loro realizzazione. Le architetture che ne derivano, evitando di cercare l’armonica ed equilibrata appropriatezza dell’ideale vitruviano, trovano la loro peculiare ‘bellezza’ nell’intelligenza dinamica, aperta e sorprendente di originali processi ideativi e nella capacità di interagire con gli instabili contesti della contemporaneità.

* Il presente articolo è una sintesi di Parole chiave: bello?, in ‘arch’it’, www. architettura.it/parole, 27 giugno 2005.

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al servizio dei beni culturali e ambientali

 

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