Gianni Accasto



I paesaggi di Roma in questi anni stanno cambiando come non accadeva da tempo, scontando accelerazioni, fretta, superficialità, ma anche con risultati che danno nuovo senso alla scena urbana.
Anni or sono, chiamai ‘Passeggiate Romane’ un intervento in un’occasione di studio analoga a questa. Era anche l’occasione del mio ritorno alla Sapienza, dopo una decina d’anni allo IUSA di Reggio Calabria.
Carlo Aymonino, assessore al Centro Storico, aveva pensato, con la collaborazione dell’allora giovane Moschini, un interessante programma di studi, che fu poi purtroppo interrotto per un cambio di amministrazione, che spalancò anche a Roma le porte di quella indecente modernità italiana che sarebbe stata solo per poco interrotta dalla stagione di ‘mani pulite’.
Io scelsi, più che un itinerario, quasi un punto di sosta attraverso il tempo, una pausa di sguardi attraverso lo scorrere di quarant’anni di storia urbana: a metà di via Veneto, dove la strada curva e la pendenza si addolcisce. Più che da ‘Passeggiate Romane’, da ‘Vacanze Romane’.
E forse, rispetto al Console a Civitavecchia, sarebbe stato più adatto D’Annunzio a fare da guida nella Roma di inizio secolo, che passava da bizantina a imperiale, o forse Gadda, cantore della città dei piemontesi.
All’inizio, si era ancora fisicamente e mentalmente nell’area della villa Ludovisi, dove la città, per crescere, distruggeva un suo luogo.
Qui, ci può soccorrere la lingua di Beyle, in cui paesaggi si dice paysages, che suona anche come paesi saggi. Su cui, come accade troppo spesso, prevalgono i pays fous della superficialità e della presunzione.
E da cui la città fatica a riprendersi, anche se paradossalmente a volte le danno forza, operano come una salvifica mitridatizzazione. A Roma quei casi sono frequenti, meno frequenti gli esiti positivi.
E trovandoci appunto a parlare della distruzione della villa Ludovisi, la follia e la violenza segnano l’origine di questo percorso.
E forse la guida più adatta è uno dei simboli romani della distruzione e del cambiamento, Nerone. Ma, più che il Nerone tragico di Tacito, quello grottesco e amaro del teatro Jovinelli, Ettore Petrolini (nella foto). La cui città risorge sempre, più grande e più superba che pria.
L’angolo della strada non è solo un punto di svolta fisico, ma un catalizzatore: anche la storia gli gira intorno.
Il palazzo attuale sede dell’Ambasciata degli Stati Uniti è noto come Palazzo Margherita.
Venne commissionato nel 1880 a Gaetano Koch, figlio del grande pittore nazareno, dal principe Ludovisi, come sua residenza, in una porzione della villa non servita sul tavolo del grande banchetto della speculazione, un lacerto di villa conservato per sé, come luogo per spiare la crescita della città e delle sue personali ricchezze. Nella tabula rasa della speculazione, non sapendo dove collocarsi, il palazzo sentì il bisogno di radicarsi sui resti del palazzo Orsini. Per Roma, questa esigenza di radici sembra essere una necessità ricorrente.

Le ninfe dei boschi che abitavano la villa dovevano però essere vendicative, e le cose non andarono bene per il principe, che fu costretto a cedere il palazzo a casa Savoia per venire a capo dei suoi debiti. Il loro rancore non risparmiò neanche l’acquirente; il palazzo, infatti, prese il nome dalla sua vedova, che lo abitò dal 1900 alla morte.
È un edificio in cui lo stile ‘urbano’ di Koch, quello che definisce la Banca d’Italia, o il Palazzo De Parente si coniuga sapientemente, anche per il variare delle dimensioni e del modo insediativo, con quello della villa barocca; dove i resti del palazzo Orsini si integrano, appunto come a legittimare il nuovo edificio; che si definisce in un complesso suburbano con giardini e palazzine, in un insieme di notevole armonia.

La collocazione, insieme al carattere di margine della pianta, ne faranno una sorta di cardine, di guida; una pausa, un punto discreto capace di indicare alla città le sue coordinate di sviluppo e contemporaneamente di legarsi a un elemento del suo passato.
Momento significativo di questo sviluppo, sarà un hotel.
Nel 1900, Carlo Busiri Vici costruì, di fronte, quasi ortogonale, allineato alla strada, un edificio di alta qualità che caratterizza la sua produzione, l’hotel Palace, noto per anni come il Palazzo degli Ambasciatori.
Per questo, rinunciò al suo stile raffinato romano-palladiano (di cui rimane esemplare il palazzo Giorgioli a via Cavour, con lo spigolo a valle a due colonne) per declinare una architettura metropolitana, di un eclettismo aperto ad influenze floreali, da grande albergo, anche da stazione termale o da proménade marina. La facciata, nei progetti di Busiri sempre elemento complesso, narrata su più livelli di profondità, si definisce come reticolo, di spessore compresso, di logge-balconi aperte sugli alberi e la passeggiata sottostante. La curva della via comincia a prendere forma sotto questi sguardi.
Anche qui troviamo quelli che possiamo chiamare elementi suburbani.
E come lo spazio viene compresso nella facciata, questi elementi si affollano e si legano a definire il sedime dell’edificio, a descrivere la memoria della villa e a confortare la via nella sua attesa della città.
Dovrà infatti passare la guerra perché la città si dispieghi intorno a questi edifici. E perché il modernismo romano affermi un suo spazio, definisca un suo linguaggio, e sappia proporre una grammatica dello sviluppo urbano.
Sarà Piacentini, con Clemente Busiri Vici e Giuseppe Vaccaro, a progettare l’edificio che, con le architetture di Limongelli, definirà la specifica declinazione romana del decò, eche avrà il nome con cui era conosciuto l’hotel Palace: hotel degli
Ambasciatori. Il nome non sarà tuttavia l’unico legame fra i due edifici vicini. Dobbiamo fare una digressione, occupandoci ancora di Carlo Busiri, che ebbe l’incarico, poco prima della guerra, di progettare il palazzo Simonetti
in via Marianna Dionigi.
A giudicare dal raffinato linguaggio arcaistico-archeologizzante, l’architetto pensò sicuramente a un omaggio all’archeologa, pittrice e letterata che segnò la vita e la cultura romana cent’anni avanti. La muratura disegnata a grandi conci, ad esempio, sembra una chiara citazione delle sue acqueforti su Ferentino e Alatri; e tutto l’apparato linguistico-
decorativo è altrettanto chiaramente debitore alla linea di ricerca sulla romanità di cui la Dionigi fu una dei protagonisti.
Carlo Busiri poi, fra gli ultimi della sua vita, ebbe anche l’incarico del restauro delle mura a Porta Maggiore. E non è certo per caso che l’apparato decorativo della tomba del fornaio Eurisace si colloca al centro della facciata dell’hotel degli Ambasciatori, in un progetto di architettura insieme chiaramente debitore dell’arcaismo romano che caratterizza
la casa vicino a piazza Cavour, e omaggio del figlio e dei colleghi a un autentico maestro.
Piacentini sarà anche il responsabile del progetto di urbanizzazione dell’area (come di buona parte delle aree nevralgiche delle città italiane nel ventennio successivo).
Di fronte all’hotel Palace, nel ’20 proporrà la costruzione del nuovo teatro dell’opera.
Poi, col consolidarsi del regime, contribuirà a determinare per quest’angolo la scelta della collocazione del Ministero delle Corporazioni.
Sarà bandito un concorso, con progetti di notevole interesse, soprattutto di Aschieri e Limongelli. Ma Piacentini otterrà l’incarico, con Giuseppe Vaccaro, che iniziò qui a sperimentare il linguaggio che portò quasi contemporaneamente ad esiti notevolissimi nel palazzo delle Poste di Napoli.

Carlo Busiri: Palazzo Giorgioli
Carlo Busiri Vici: palazzo Simonetti
Hotel Ambasciatori, modello

Invece del progetto neoromano dell’Opera, simile al coevo Tribunale di Messina, Piacentini costruisce qui, con l’evidente determinante contributo di Vaccaro, un edificio notevole, nello stile ‘modernista di stato’ che caratterizzerà tutto il decennio in Europa.
Quella che siamo abituati a considerare architettura moderna, invece, fatica a trovare spazio nel centro della città.
Come dirà Ridolfi: noi eravamo gli architetti delle periferie. E tuttavia, al riparo della gran chiesa di pietra bianca, in via San Niccolò da Tolentino, anonima e semplice come voleva il Gruppo 7 per il nuovo secolo, sta la piccola casa progettata da Adalberto Libera. Nascosta, discreta, in uno strano angolo residuo, palinsesto denso di strati, si mostra a chi la sa cercare.

Per la passeggiata di quest’estate, credo esista un luogo analogo, su un asse che faceva anch’esso parte della Roma mussoliniana, meglio, su un cardine e un decumano che misurano l’area fra ponte Milvio e la porta del Popolo, l’antica via Flaminia e via Guido Reni.
Qui, dopo il piano regolatore del 1931, via Guido Reni venne pensata come asse centrale di un tridente che, dalla via Flaminia, doveva condurre a un ponte per collegare le due rive del fiume. Il ponte non venne costruito, e la riva destra restò fuori dall’espansione della città, destinata allo sport, ad una pausa verde sino alla collina di Monte Mario. Solo di recente, sul fantasma del ponte, è stata decisa la costruzione di una passerella pedonale, diretta verso spazi semivuoti,
come le piste ciclabili dirette verso il nulla e pensate da un movimento verde più attento a immaginarie e improbabili scampagnate che un’idea di mobilità urbana sostenibile adatta a una città europea.
Sulla via, venne previsto il Museo delle Arti del XXI Secolo (acronimo MAXXI, un progresso rispetto allo GNAM che gastronomizza la Galleria Nazionale di Arte Moderna). Con un’amministrazione ansiosa di ‘sprovincializzare’ la cultura italiana seguendo i trend più ovvii, l’esito del concorso era quasi scontato. Nessuna chance ebbe l’idea di usare come adeguatissimi e adattabilissimi contenitori le vecchie caserme, utilizzando le competenze maturate dalla cultura architettonica italiana in più di cinquant’anni di attenzione ai problemi del recupero (a Parigi, al Trocadero, dopo lo scempio criminale delle Halles, hanno imparato la lezione, e fatto così). Si fece quindi la scelta di acquistare, sul mercato delle archistar, un pret-à-porter che sapesse épater la nuova borghesia overderessed. Vinse non proprio casualmente
il progetto di Zaha Hadid, di cui possiamo vedere i primi elementi costruiti. Possiamo anche misurare la distanza che separa gli emozionanti, fantastici grafici multicolori dalla banale, concreta imperfezione del cemento, argomento che potrebbe riportarci alla Roma Bizantina di D’Annunzio e di Novissima. Se poi il progetto si presti a contenere l’arte meglio di quanto la nota caserma Vitra dei pompieri si sia prestata a contenere le autopompe, è cosa che ci auguriamo tutti.
Mi viene comunque da riflettere su come i critici, che rimproverarono ad una generazione travolta dalla crisi craxiana di fare soltanto architetture disegnate, non abbiano niente da obbiettare a questo saccheggio astratto del disegno futurista senza neanche l’imbarazzo della citazione.
Pacata, senza urlare originalità e novità, credo sia molto meglio riuscita l’altra nuova opera che si è insediata a occupare l’area.
Per vederla, saliamo la ripida salita della collina dei Parioli. Da cui lo sguardo abbraccia tutto il complesso del Parco della Musica.
Come ho scritto per ‘Il Giornale dell’Architettura’, Il Parco della Musica può essere per molti versi definito come caso esemplare per la situazione dell’architettura e del costruire nell’Italia di inizio millennio; infatti, in una città da quasi settant’anni priva di uno spazio per la musica adeguato, sull’auditorium si sono come concentrate e cristallizzate
tutte le difficoltà di pensare, progettare, costruire che caratterizzano in negativo il nostro paese.

Incisione di Marianna Dionigi
Passerella sul tevere

Ma sono anche emerse una serie di volontà e capacità di far fronte ai problemi e di usare al meglio le risorse. Dobbiamo fare qualche considerazione.
La lunga mancanza dell’auditorium, in una città per sua stessa natura teatrale, spettacolare, musicale, da un lato ha aggravato le difficoltà, moltiplicato le obiezioni, dall’altro ha liberato e dispiegato energie e volontà il cui esempio più significativo è l’invenzione dell’Estate Romana, diffusione totale della musica, del teatro, dello spettacolo su tutta la scena urbana.
Dall’inizio, sulla vicenda dell’auditorium si sono concentrate energie e volontà incapaci di trovare un esito. Come se la demolizione del Corea, la meravigliosa sala liberty costruita sul mausoleo di Augusto, appena restaurata da Piacentini, vero monumento al senso di palinsesto e implicazione del costruire a Roma, con le sue stratificazioni, le sue contaminazioni, il suo traversare e legare i tempi della città, avesse teso intorno al progetto un’aura negativa.
(Non è però casuale che un futurista come Fiorini, subito dopo la distruzione, proponesse di riedificarlo con una tensostruttura sospesa sull’Augusteo, anche ricordando che proprio il Teatro Futurista degli Indipendenti, negli scantinati di palazzo Tittoni, era stato reso possibile dalla scoperta che, sotto la galleria di pittura, erano gli spazi delle
terme Deciane).
L’area, dopo una serie di emigrazioni e epifanie, venne individuata in uno spazio di risulta, casualmente tra l’asse incompleto, vestigio residuale della Roma mussoliniana (e che ora, come abbiamo detto, senza ironia si è previsto di terminare, anziché in un ponte imperiale, con una passerella pedonale allegramente fuori scala e fuori dai percorsi)
e il Viadotto Olimpico di Corso di Francia. L’area venne scelta solo quasi per la sua disponibilità, ma presto rivelerà un qualche segno di quelli che gli Auguri dall’alto delle colline giudicavano promettere un buon esito.
Da più parti si è detto che la villa romana trovata negli scavi era ben conosciuta, scavata negli anni ’30, e dimenticata nei cattivi rapporti fra gli uffici. Comunque, proprio la villa ha determinato, reso indispensabile, un atteggiamento di individuazione del passato come risorsa nel progetto, ma soprattutto ha rifondato l’auditorium sull’architettura antica,
chiarito che a Roma costruire significa stratificare. E trovato un luogo di presenze per dare pace ai Mani del vecchio Corea.
L’architettura di Piano è caratterizzata come da un peccato originale, una sua peculiare forma di umanità, di debolezza, che è proprio quella che le permette di realizzarsi, di essere costruzione. Nell’architettura di Piano c’è sempre qualcosa che appare come ovvia, a volte banale. E ci porta a riflettere, ricordare che l’ovvietà è la massima qualità per un’arte civile, la capacità di divenire di tutti, di farsi, come scrivevano i fondatori della nostra modernità, come abbiamo ricordato per Libera, arte anonima.
Piano è soprattutto un costruttore. Si può dire che non inventa l’architettura, la racconta. Non affida sogni aerei e ineffabili a pazienti ingegneri, ma mette insieme i materiali a farsi edificio.

Il palazzetto dello sport in costruzione
Il viadotto del villaggio olimpico

I materiali sono anche quelli del sentire comune. I mattoni dell’auditorium, come gli elementi che contornano le tre sale, più che romani sembrano essere una qualsiasi citazione di postmodernismo o brutalismo trent’anni dopo. Ma è proprio questo rifarsi al costruire comune che ha permesso alla città di riappropriarsi del luogo. Luogo che era insieme sedime di un capolavoro della modernità architettonica e residuo degradato.
Il Villaggio Olimpico, monumento dell’ultimo razionalismo, ne ha scontato e reso manifesto uno degli elementi di crisi: la difficoltà che incontra l’architettura razionalista quando cerca di ordinare il suolo su cui i suoi edifici si levano coi pilotis, la incapacità di definizione e gerarchia degli spazi propria della idea razionalista di ordine. Nello spazio indeterminato sotto i pilotis, non fluisce un’idea di libertà urbana, ma si insinua un’aria di insicurezza. Forse solo a Sabaudia, dove i pilotis convivono col cardo e il decumano delle città romane di fondazione, questo problema viene superato poeticamente.
In questo senso, il portico di Piano, apparentemente simile, in realtà è profondamente diverso, è strada porticata, è ricordo dei portici della città dell’ottocento, recupera nel passato umbertino di Roma lo spazio di accoglienza subalpina che altrove la città non ha assorbito, e contemporaneamente immette elementi di urbanità nel quartiere, lo recupera alla città.
Anche la cavea, per tanti versi il pezzo meno convincente del complesso, d’inverno diventa una bellissima pista di pattinaggio, e d’estate è centro di musica e di incontri. Come il portico, dove la vita continua oltre la musica. La città ha quindi saputo abitare il suo auditorium. Ma altre cose continuano invece a risentire delle difficoltà di costruire la città che segnano il nostro paese. La seconda fase di costruzione, con l’asse dal MAXXI all’auditorium, è infatti stata pesantemente ridimensionata, e tutto il progetto del quartiere dell’arte e dello sport sembra dover rinunciare a vedere la luce.
L’altro asse da cui siamo partiti, quello della via Flaminia, unis
ce il nuovo Parco
della Musica all’Augusteo, su cui era il vecchio Corea.
(Anche l’auditorium previsto dal concorso degli anni del dopoguerra, coi bei progetti di Muratori e di Moretti, era affacciato sulla strada).
Per questa passeggiata che inizia fuor de porta, ancora una volta potrà esserci guida il vecchio Petrolini. Dopo la distruzione dell’auditorium, infatti, sembra difficile per la tomba e l’Ara di Augusto trovare una qualche pace.
In una città con notevoli, pesanti problemi di mancanza di strutture per una vita civile, è difficile pensare che il nuovo museo, che pure oggi conosce un gran successo di pubblico, fosse una priorità.
Tuttavia, qualche cattivo consigliere riuscì a convincere un principe con sporadiche frequentazioni dell’architettura che un progetto nel centro storico di un architetto ‘moderno’ sarebbe stata un’operazione di notevole successo mediatico. Senza concorso, venne affidato l’incarico a Richard Meyer, buon progettista di ville americane e musei periurbani. Del tutto ignaro, però, dei problemi del costruire in un’area nevralgica del più grande centro storico esistente.
Per abbattere la vecchia teca tra neoclassica e miesiana di Morpurgo, elegante segnale sul lungotevere, venne individuata una grave carenza di climatizzazione nelle sue vetrate. La soluzione ovvia sarebbe stata, appunto, di affidare l’incarico di progettare gli impianti adeguati.
Ma l’esigenza pubblicitaria veniva prima di tutto. Dell’edificio attuale, c’è poco da dire. Non è certo una delle cose migliori di un progettista comunque un po’ stanco. Ma, anche prescindendo da una qualità non eccelsa, che fa sì che l’opera sia ormai orfana di sostenitori, soprattutto sono insopportabili gli errori.
Le pareti a brise-soleil hanno lo sgradevole effetto di rigare di ombre il monumento, come accade ai carcerati che cercano un po’ di sole attraverso le sbarre. Ma soprattutto, sull’asse di via di Ripetta, l’edificio non solo sporge bianchissimo come un dente bisognoso di intervento ortodontico, ma ha come disagevole accesso un profferlo al
contrario, come un basso capitato sotto il livello della strada, o come accade quando finalmente le strade vengono costruite e la loro quota entra in contrasto con l’ingresso agli edifici preesistenti e rende foriero di allagamenti ogni temporale.
Ora, un concorso per la sistemazione della piazza, vinto da un raffinato progetto minimale di Cellini, le darà forse la dignità che merita.
Per adesso, gli interventi più significativi restano i tavoli di ‘Gusto’ e le opere di Fausto allineate sul bordo dello scavo archeologico.
Anche l’uso fatto del museo, tuttavia, è capace di chiarirci le cose.

Zaha Hadid: MAXXI

Molto in carattere con quello che vuole esser un edificio alla moda, per un tempo lunghissimo venne usato per esporre una personale alla carriera del sarto Valentino. In questi anni in cui in tutto il mondo si celebra (anche a Roma, con una mostra quasi contemporanea) la scoperta dell’armata di terracotta di Xian, e dopo la mostra di Margit Heyerdhal che ha fatto con gli artigiani cinesi un esercito di donne, i manichini anoressici sulle finestre e sul lungotevere sembravano una maldestra celebrazione delle ‘soldatesse alle grandi manovre della moda’ degna dei vecchi film con Bombolo e Edwige Fenech, che saranno sicuramente presto rivalutati (del resto ci ha accompagnato nella passeggiata Petrolini, che del
varietà è stato un maestro), ma lo sarebbero stati anche senza bisogno di questa architettura spaesata e alienante.
In ogni caso, la città ha spalle larghe secoli, e riuscirà rapidamente ad assorbire questi fastidi, a farne anche un motivo di affezione, come accade quando si fanno consueti i dolori di una vecchia frattura.
Come diceva Petrolini, Roma risorge sempre.
Ci auguriamo che questa resurrezione non sia solo un risveglio dopo un’amnesia.

Renzo Piano: auditorium
L’esercito di Valentino all’AraPacis
R. Meyer: museo dell’Ara Pacis
Vittorio Ballio Morpurgo: teca per l’Ara Pacis
L’esercito di Xian
G. Heyerdahl: l’esercito delle soldatesse

GA

Università di Roma ‘La Sapienza’

Unicam - Sito ufficiale
www.archeoclubitalia.it
Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali
Consiglio Nazionale degli architetti, pianificatori paesaggisti  e conservatori
Consiglio Nazionale
degli Architetti, Pianificatori
Paesaggisti e Conservatori

Condividi

Utilizziamo i cookie per offrirti la migliore esperienza sul nostro sito web.
Puoi scoprire di più su quali cookie stiamo utilizzando o come disattivarli nella pagine(cookie)(technical cookies) (statistics cookies)(profiling cookies)