Gianni Accasto



Nel progetto originario della modernità architettonica non c’è traccia del problema della sostenibilità. L’origine positivista, la fiducia illimitata nel progresso, il bisogno di racconto del futuro, ne hanno configurato per un secolo il percorso come una corsa all’ovest senza alcun oceano alle cui rive fermarsi e riposare.
Anche progetti utopici, con radici umanistiche o variamente cristiane, nel loro perseguimento igienico di armonia, e nel loro bisogno di ordine universale non ammettono limiti di spazio e di tempo alle azioni dell’architettura. Per molto tempo, tuttavia, questo carattere di dilapidazione è stato ininfluente, secondario a fronte della fascinazione del fantastico progetto di costruzione del nuovo mondo.
L’origine di questo atteggiamento può essere individuata, in modo plausibile, nella sostituzione che viene operata nell’800 dell’universo della tecnica con quello della natura come riferimento di verità.
Il primo effetto dello spostamento del riferimento della mimesi verso l’universo tecnologico è la riduzione della natura a cosa da sfruttare, la sua macchinizzazione.

Lina Bo Bardi. Centro cultural Pompeia. Disegno
Lina Bo Bardi. Centro cultural Pompeia
Lina Bo Bardi. Centro cultural Pompeia. Disegno

E questa macchinizzazione permane paradossalmente intangibile anche nei tanti percorsi di ritorno, sino alla attuale asfissiante e rumorosa insostenibilità, che si agita a pervadere e occupare tutti gli spazi, su due piani, quello tecnico e quello formale, sotto gli effetti di superbie simmetriche e contrapposte, producendo lo stato attuale di emergenza, discarica di resti di razionalità dopo la devastazione delle risorse e della terra.
Di questa devastazione si ragiona con attenzione e pervicacia sul piano delle tecniche; mentre viene lasciato in secondo piano, fuori fuoco, la devastazione della forma.
Nelle ideologie dell’architettura razionalista è ben presente, anche se spesso inconscio, un carattere coloniale, che si può individuare sia sul lato tecnologico-positivista che su quello ecologico-neonaturalista, e che pervade sia la volontà di futuro che il tentativo di nuovo radicamento nel passato.

Le Corbusier. Cabanon. Pittura
P. Eisenman

Quando si ragiona criticamente delle magnifiche e progressive sorti che dovrebbe procurarci immancabilmente la tecnica, è bene preliminarmente ricordare che l’arte del costruire è antica e raffinata, come le tecniche che le hanno permesso di realizzarsi.
Dal gesto primordiale di piegare il ramo dell’albero, a coprire il capo per ripararsi dalle intemperie, è nato un percorso continuo e inesausto di affinamento di saperi, uno dei maggiori e più fecondi accumuli di conoscenza dell’uomo.
Ora tuttavia ci capita di vivere in uno spazio e in un tempo di amnesia.
Continua infatti ad essere riproposto un fastidio per le cose del passato tipico della descrizione delle avanguardie come storia di supereroi che la vulgata zeviana ha pervasivamente diffuso nella nostra cultura. In questa visione, l’innovazione non è ricerca di progresso, è fine a se stessa. Il nuovo è un valore comunque: ha in se stesso la sua necessità.
L’ammonimento di Oud, che l’architetto moderno deve essere libero da qualsiasi pregiudizio, soprattutto dal pregiudizio del nuovo, sembra essersi smarrito nella generale fede nelle virtù salvifiche del cambiamento.
Se è vero che la civiltà (e così il progresso) richiede di apprendere e praticare lucidamente l’arte del dimenticare, il momento attuale appare piuttosto sotto il segno degli eccessi dell’amnesia.
Delle avanguardie, smarriti i messaggi sociali e le lucidità iconoclastiche, rimane la parodia della furia di dilapidazione del passato (e dei 13 suoi saperi).

Milano. Progetto per l’area Fiera
Amancio Williams. Casa sobra el arroyo

Sono debitore a Gerardo Ayala di una bella parabola sulla concezione corrente della tecnologia. La casa in cui siamo nati ha uno scambio continuo di aria con l’esterno, che è un elemento non secondario (e come tale attentamente studiato) del benessere. Poi si è generalizzato l’uso di tinte impermeabili e soprattutto della finestra a tenuta stagna, di quella che Ayala chiama la ventana alemana, che ha sigillato gli spazi, e avviato il problema generalizzato della muffa (Ayala
aggiunge che, comunque, visto che nei paesi mediterranei la ventana è costruita con qualche approssimazione, la muffa della perfezione ci è almeno in parte risparmi
ata).
L’abbandono della mimesi dell’universo naturale ha comportato anche la sostanziale revoca degli apparati della conoscenza che ne erano derivati. Mentre la mimesi dell’universo tecnologico introduce nel sapere una ipotesi di certezza che non ha corso nella scienza contemporanea.
Anche per questo la tecnologia conosce da un lato uno sviluppo ubriacante, ma dall’altro dimentica le fragilità nascoste nelle sue basi. In un momento in cui la diffusione della conoscenza ha un’estensione orizzontale sterminata, e contemporaneamente sembra abbandonare la verticalità della stratificazione del tempo, è come se alle radici si fosse sostituito un galleggiare senza manovre, in balia di venti occasionali.
E tuttavia, la tecnica ha in ogni caso una dimensione positiva di costruzione e sperimentazione. La preoccupazione della sostenibilità si è affermata ben oltre le possibilità che erano prevedibili nel quadro originario. Rimane tuttavia una difficoltà e una inadeguatezza, e il survival through design di Neutra sulle rive dell’oceano Pacifico, sembra
quasi essere divenuto, nella contemporaneità, una adesione disincantata al fighting for survival dei Buffalo Soldiers compianti da Bob Marley nei suoi sogni di libertà.

Amancio Williams. Casa sobra el arroyo

Ma altro e più grave è il caso di insostenibilità che caratterizza la situazione presente: l’insostenibilità della forma.
Che non riguarda la cattiva qualità della costruzione diffusa, e lo spreco sconsiderato del territorio, ma il proliferare del gesto gratuito, dell’agitazione forsennata degli elementi del progetto.
Il dato più inquietante è la diffusione di una concezione dell’architettura indistinta da quella dello spettacolo, la perdita della pacatezza, la scomparsa dell’aspirazione che meglio definiva la modernità italiana: la volontà di arrivare a un’arte anonima, che riuscisse a separarsi dall’artefice per essere di tutti.
Permane invece, ma passato da grido di ribellione a mossa rumorosa di lottatore di catch, la traccia distorta del messaggio delle avanguardie.
Ho detto del carattere coloniale dell’ideologia del razionalismo. E non è un paradosso se proprio ai margini, nelle situazioni fuori del centro, è possibile rintracciare un filone di rigore e chiarezza. Anche Le Corbusier aveva trovato, sul margine del mare, il luogo della definizione del suo mondo. Ma anche altrove, nel sud dell’America, architetti
straordinari hanno costruito opere che ancora oggi danno un senso al lavoro dell’architettura. Penso al sogno di vita civile della Pompeia di Lina Bo, e a ciò che resta della casa sul fiume di Amancio Williams.
Parole pacate che si fanno sentire anche nel rumore attuale, nell’horror pleni di cui ci parla Dorfles. Calma da cui ripartire.

G.A. Università degli Studi ‘La Sapienza’ di Roma

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Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali

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