Franco Purini


La considerazione con la quale questa riflessione si apre riguarda un fenomeno di una certa rilevanza. Per tutto il Novecento sono state l’arte, la letteratura, ma soprattutto il cinema, a produrre le grandi narrazioni.
Rappresentazioni che hanno profondamente determinato in tutto il mondo l’esistenza di milioni e milioni di individui. Da qualche anno la città ha, per così dire, ritirato queste deleghe, diventando essa stessa fabbrica di illusioni, luogo di mitologie collettive, città a tema che produce, dalla Las Vegas di Robert Venturi in poi, autorappresentazioni fantastiche.
A questo fenomeno, ormai imponente, si aggiunge un secondo elemento, diviso tra il modello del trionfo e quello del fallimento, la cui organica connessione con il primo, anche se la brevità di questo scritto non consente di argomentare tale interdipendenza, è evidente.
Questo secondo elemento riguarda la nascita di una opinione, densa di equivoci e di rischi, per la quale si ritiene che non sia più possibile controllare l’evoluzione degli insediamenti umani. In effetti si tende a credere che le città, a partire dalle megalopoli fino ai piccoli centri, debbano ormai la loro evoluzione a processi che riguardano quasi esclusivamente la sfera del mercato e del consumo. Soggette a logiche puramente economiche, accelerate oltre ogni limite dalla globalizzazione, le città, impegnate in modo sempre più consistente in una competizione che le oppone l’una all’altra, hanno rinunciato a modificarsi sulla base di autentici progetti urbani abbandonandosi, spesso euforicamente, ai meccanismi finanziari e speculativi inverati dalle magiche parole real estate, sigla sempre più presente e determinante. A fronte di questo arretramento del progetto urbano, l’architettura si limita a intervenire caso per caso, secondo modalità legate alla convenienza degli investitori facendosi così, al massimo, landmark, mediabuilding, un’ architettura-spettacolo spesso al limite dell’installazione. Un’architettura che ha rinunciato persino ad essere elemento provocatorio e antipolare nei confronti della città accettando di trasformarsi in un evento, molte volte effimero, e in un veicolo pubblicitario.

Allestimento del Padiglione Italia alla X
Biennale di Venezia, 2006. Particolare.
Foto A. Chemmollo
Allestimento del Padiglione Italia alla X Biennale di Venezia, 2006. Veduta d’insieme con il plastico di Vema. Foto F. Menegatti

All’interno di questa situazione l’insieme delle conoscenze, che qualche anno fa veniva chiamato scienza urbana,ha vissuto un declino che sembra irreversibile. Scomparsi o confinati in un’area residuale gli studi che indagano sulla struttura della città a partire dal suo tracciato per poi affrontare il problema delle relazioni, sempre molteplici e variabili, tra il tracciato stesso e la materia edilizia che lo sostanzia, sono emersi altri saperi piuttosto distanti, se non lontani o
alternativi rispetto a quello urbanistico e architettonico.
In effetti la riflessione sulla città è oggi dominata principalmente dalla sociologiae dall’antropologia, discipline alleate sia all’arte, divenuta un ulteriore e fondamentale spazio discorsivo sulla città – anche se, come si diceva all’inizio di questa nota, essa ha rinunciato alla sua finalità sovvertitrice per divenire strumento di consolidamento del consenso sociale – sia alla geopolitica, ovvero a quello sguardo attento alle questioni più complesse e di più vasta portata che riguardano gli equilibri mondiali. Aggiungendo a tutto ciò le componenti della comunicazione, dell’economia, della statistica e della geografia urbana si ottiene un orizzonte conoscitivo quanto mai complesso, ma anche intrinsecamente contraddittorio, nel quale uno spiccato sincretismo concettuale si associa a un gusto pronunciato per il frammento intuitivo.
Echi situazionisti si sommano a illuminazioni eterotopiche, mentre l’ambigua dimensione dei non-luoghi viene contraddetta da una lettura di ciò che è ancora un luogo, a sua volta ibridata da elementi narrativi.
In tale contesto la città come entità fisica è messa in ombra, mentre ciò che prevale è l’interesse per le relazioni tra le forze che agiscono sulla città, i flussi comunicativi che la attraversano, i processi di ogni tipo che la coinvolgono, le valenze estetiche che i vari linguaggi urbani producono. Il tutto in una atmosfera ansiogena immersa nel clima di un’emergenza continua. Va anche considerato che, nelle rare occasioni in cui si procede ancora a un’analisi della condizione urbana dal punto di vista dell’urbanistica e dell’architettura, si finisce il più delle volte con il considerare i risultati di questa indagine, come ciò a cui deve tendere direttamente il progetto. Un progetto che rinuncia in questo modo a quel plusvalore differenziale per il quale esso non si limita a riprodurre l’esistente, ma lo sottopone a uno scarto innovativo, iscrivendolo in una vitale differenza rispetto alla situazione in cui esso era in una fase precedente. C’è comunque da chiarire che non è tanto preoccupante che la sociologia, l’antropologia, l’arte, la geopolitica, la comunicazione, l’economia e la statistica si siano conquistate un ruolo importante nello studio delle città – cosa di indubbia validità perché aumenta sicuramente l’insieme delle conoscenze e dei punti di vista su di esse – quanto il fatto che tali discipline, come si diceva qualche rigo addietro, abbiano di fatto emarginato i saperi relativi in modo specifico agli insediamenti urbani.

Vema. Veduta longitudinale
Vema. Planimetria generale

Riassumendo in altro modo ciò che si è appena scritto, lo scambio tra le varie discipline, ma anche il loro sovrapporsi o il trascorrere l’una nell’altra sono importanti e necessari, ma solo fino a quando non fanno sì che un determinato sapere venga abbandonato e che un problema, legato proprio a questo sapere, rimanga insoluto. Oltre questo limite l’intreccio, l’ibridazione e il divenire a un certo punto quasi interscambiabili tra i diversi saperi si trasformano in una difficoltà, se non proprio in un fattore ostativo, a una reale conoscenza di uno specifico ambito del mondo.
Nel caso delle città è avvenuto proprio questo. La proliferazione di interpretazioni multidisciplinari si è risolta nell’eclisse del progetto urbano, esautorando gli urbanisti e gli architetti dal prefigurare il futuro delle città separandoli anche dall’opinione pubblica, che nel migliore dei casi li assimila oggi a stilisti, ad artisti figurativi, a performero a protagonisti dell’universo mediatico. Quanto esposto finora si può riassumere nel fatto che sia la scienza urbana, sia il progetto urbano e conseguentemente l’architettura, intesa come una risposta coerente e motivata a una serie di problemi che la città pone nel suo continuo evolvere, hanno visto drasticamente ridursi il loro spazio.
Una delle conseguenze più gravi e vistose di questa situazione è la scomparsa di quelle corrispondenze strutturali tra la città e l’architettura che assicuravano all’ambiente urbano una fisionomia precisa, conseguente e duratura. Analizzare la realtà ha significato infatti accettarla acriticamente così come gli stessi interventi urbani si sono limitati a riprodurre la situazione esistente. All’interno di tale orientamento, nel quale tutto si accetta e si giustifica, dalla città diffusa ai non
luoghi, all’architettura viene riservato, in una malintesa idea di realismo, il semplice ruolo di presenza ornamentale, di frammento tanto spettacolare quanto intrinsecamente irrilevante.
L’analisi svolta finora non riguarda solo la città, ma ha un effetto determinante anche per l’architettura, come peraltro si è già anticipato nelle righe precedenti. Allo stesso modo delle città, l’architettura si situa oggi tra sociologia, comunicazione e arterinunciando in qualche modo alle sue finalità primarie per concentrarsi su ciò che si potrebbe
definire la sfera dei contenuti secondari e per così dire, aggiuntivi, del costruire. Nel contesto di questa situazione tutto si estetizza.
La funzione viene concettualizzata secondo le modalità astratte ed ermetiche del programma, anche in questo caso fortemente influenzato da letture sociologiche, così come il processo formale perde la sua natura operazionale, vale a dire quella formatività congetturale e fenomenica teorizzata da Luigi Pareyson per farsi diagramma, vale a dire repertorio trasformazionale tradotto in una simbologia di tono più performativoche propriamente architettonico. In particolare una scelta disciplinare che in questo contesto problematico si presenta come necessaria è quella di riaffermare, pur se in un ambito teorico da riformulare dalle sue basi, la centralità del pensiero tipologico. Un pensiero
da troppi anni del tutto dimenticato che deve riacquistare il suo ruolo di luogo di convergenza concettuale e operativa delle procedure relative al costruire un edificio – nozione quaroniana che incorpora la complessa dialettica tra memoria e innovazione – con la città che deve accogliere questa azione.

Vema. Progetti
Vema. Veduta trasversale

X Mostra Internazionale di Architettura alla Biennale di Venezia 2006
Schema insediativo di Vema redatto da Franco Purini con Francesco Menegatti e Sebastiano Giannesini
Disegno allestitivo prof. arch. Franco Purini con arch. Massimiliano De Meo, arch. Carlo Meo Colombo, arch. Franco Puccetti e arch. Valter Tronchin Progetto esecutivo e direzione lavori prof. arch. Franco Purini, arch. Franco Puccetti, arch. Valter Tronchin Coordinamento allestimento arch. Valter Tronchin con arch. Sara Caburlotto

La situazione appena descritta impone indubbiamente una serie di scelte tese a restituire alla riflessione analitica, nonché alla elaborazione teorica e progettuale, uno spazio rinnovato e una vera incidenza nei processi di trasformazione della città e nella costruzione dell’architettura.
Occorre infatti ricominciare a studiare gli insediamenti umani in quanto sistemi di manufatti fisici e non solo come luogo
di relazioni e di processi; va riaffermata con urgenza la necessità del progetto urbano come messa a punto di un quadro di esigenze e di conformità generali da premettere agli interventi architettonici; c’è bisogno infine di ritrovare la capacità di esprimere in termini di linguaggio il rapporto tra architettura e città, considerata come un esito, che dovrebbe essere
sempre positivo e creativo, dei conflitti che agitano la società costituendone il nucleo più dinamico.
Per quanto riguarda il rapporto tra architettura e città c’è da ricordare che proprio a tale relazione, vissuta con intensità e continuità, l’architettura italiana moderna deve il suo carattere principale. Per ciò che riguarda più direttamente l’architettura è necessario e urgente ricondurre l’attuale centralità del pensiero socioantropologico al suo ruolo
indirettoe complementare.
Allo stesso modo l’arte non può più accontentarsi di essersi appropriata
della città e dell’architettura, una conquista il cui emblema è il museo, il nuovo edificio sacro della metropoli contemporanea, ma deve ritrovare un suo ruolo diverso, più ampio, autonomo ed eversivo.

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www.archeoclubitalia.it
Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali

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