Franco Purini – Migliorare l’abitare

Rimuovendo gli attuali eccessi dell’artisticizzazione radicale dell’architettura – che è certamente un’arte, ma del tutto particolare, meno autonoma della pittura, della scultura e delle altre espressioni della ricerca estetica – e quelli derivati dalla sua esasperata tecnologizzazione, è più semplice inquadrare con una certa esattezza la questione del ruolo dell’architettura a partire da una definizione della sua finalità, ovvero del chiedersi a che cosa essa serva. Molti anni fa chi scrive affermava in un libro dal titolo L’architettura didattica che ‘Il fine primo dell’architettura è quello di esprimere, tramite il suo fine secondo, il costruire, il senso dell’abitare dell’uomo sulla terra’.
A questa definizione, che sembra possedere ancora una sua validità e una sua utilità, occorre aggiungere un’avvertenza, riguardante il fatto che l’architettura esprime il senso dell’abitare dell’uomo sulla terra per quanto tale abitare può essere rappresentato dal costruire. In breve l’architettura non può farsi carico della totalità degli aspetti relativi alla condizione umana, ma soltanto di quelli che l’abitare è in grado di restituire. Questa definizione significa, intanto, che il costruire non è il fine primo dell’architettura, bensì uno strumento per raggiungere significati e contenuti più ampi e generali.
La seconda conseguenza consiste nel fatto che l’architetto si esprime con la forma. Con questo termine si indica un’entità la quale implica la dimensione della bellezza, una categoria in larga parte indeterminata e sfuggente, ma al contempo estremamente concreta, che in questa nota sarà chiamata bellezza utile.
La terza conseguenza è anch’essa importante. Difficilmente gli studenti riescono a capirla, ma anche molti architetti e più di uno studioso dell’architettura non concordano con questo discorso. Essa riguarda il fatto che l’architetto non è in grado di parlare di tutti i contenuti della condizione umana, ma solo di quelli positivi, ovvero degli aspetti legati al costruire come la solidità, la logica, la chiarezza strutturale, il senso della riconoscibilità. E quindi ciò che l’architettura può fare in merito alla condizione umana è intervenire sugli aspetti positivi di tale condizione. Tutto quello che non è positivo è escluso, perché l’architettura non è in grado di renderlo visibile e operante.
La quarta conseguenza si identifica con il fatto che il riferimento all’uomo non può essere inteso soltanto sul piano funzionale, dimensionale e rappresentativo, ma va concepito nella sua completezza comprendendo gli ambiti psicologici e spirituali. Tenendo comunque presente che, come si è già detto, il linguaggio dell’architettura non è come quello della poesia, della letteratura, dell’arte figurativa e del cinema, linguaggi che possono avere come oggetto il dolore, la sofferenza, il disagio, che riescono ad evocare la dimensione del tragico, a prefigurare la distruzione delle cose, la loro entropia, il loro inevitabile dissolversi. Tutto ciò l’architettura non lo può fare. Anzi, si può essere ancora più chiari. Non lo deve fare.

Franco Purini e Laura Thermes, Chiesa di San Giovanni Battista, Lecce 1999.
Vista dell’aula dall’alto con la statua di San Giovanni Battista di Mimmo Paladino. Foto di Moreno Maggi

C’è da trattare a questo punto un altro argomento, che entra con conseguenze di un certo rilievo nel discorso che si sta proponendo.
Se, com’è giusto, si esclude dall’architettura ogni proiezione empatica, si incontra un altro nodo fondamentale, che spesso gli architetti tendono a dimenticare. Quando molti di essi si pongono davanti all’architettura compiono un processo che consiste nel proiettare nell’architettura qualcosa che non è in essa, ma dentro di loro. È pressoché inevitabile che si attribuiscano alcuni sentimenti all’oggetto che si sta guardando, valutando, abitando. Ma occorre al contempo essere coscienti che tali sentimenti, in realtà, nella cosa con la quale si stabilisce un rapporto architettonico, non ci sono. L’importante teorico serbo Miloutine Borissavlievitch ha spiegato che, ad esempio, quando si osserva una guglia gotica, si pensa di solito che essa si erge eroicamente verso il cielo. In realtà è chi guarda che si slancia idealmente verso l’alto. La guglia, in realtà, non si slancia in alcun modo, sta lì ferma, insistendo sulle sue fondazioni. Anzi, se si slanciasse, crollerebbe, contraddicendo la sua finalità statica, costruttiva, architettonica.
Bisogna quindi stare molto attenti a separare la propria proiezione empatica dal problema tecnico-costruttivo e linguistico prodotto da una certa architettura. Un problema che, occorre ripeterlo, va riferito a quei contenuti della condizione umana che sono la solidità, la durata e la riconoscibilità. Per questo, malgrado l’interesse crescente per tutto ciò che la rete coinvolge – i flussi informativi, la loro simultaneità, la liquidità di cui parla Zighmunt Bauman, la processualità che investe la metropoli contemporanea – l’architettura si rappresenta nel suo stare, nel costituire una sorta di antemurale nei confronti dello scorrere del tempo, rappresentando tutto ciò che è stabile e durevole rispetto al dinamico e al metamorfico. Anche se ciò che è dinamico interessa ed emoziona. Si può essere coinvolti dall’energia metropolitana come abitanti della città – esiste una vastissima letteratura su questo argomento – però questo fluire non riesce a divenire per davvero un tema architettonico. A distanza di un chilometro da Valle Giulia c’è il MAXXI di Zaha Hadid, la realizzazione di un progetto che fu prescelto tra altri in quanto traduceva i flussi che investivano l’area
rappresentandoli con prospettive digitali in cui l’edificio prendeva le forme trasparenti ed evanescenti di un ectoplasma impalpabile e mutevole. Se oggi si va a guardare questo edificio ci si trova davanti a vaste superfici di cemento armato, altrettante barriere impenetrabili che tutto suggeriscono tranne l’idea di mobilità e di trasparenza. E non è un errore di Zaha Hadid. Come architetto lei ha giustamente costruito forme che stanno ferme: quelle curve ci sono e non cambieranno mai. Esse vorrebbero esprimere il movimento ma, essendo statiche, non lo possono tradurre in realtà, ma solo in una simulazione fissa. Tale permanenza della forma – statica o dinamica – fa sì che uno dei valori principali dell’architettura consista nel fatto che si ha coscienza di stare in un certo posto, e che, tornando, lo si ritrova.
Un’altra cosa di cui si ha certezza è che l’architettura si oppone al tempo in modo attivo, nel senso che non lo contrasta una volta sola. Le ville di Palladio, costruite da circa mezzo millennio, contrastano oggi il tempo attuale, che il loro artefice non aveva certo previsto. Esse sono inoltre in grado di rigenerare volta per volta la loro capacità di lottare
contro lo scorrere del tempo. È questo il senso di quello che è stato chiamato la bellezza utile, ovvero la bellezza della permanenza e della riconoscibilità.

Vista dal basso di uno dei quattro pilastri
Foto di Moreno Maggi
Vista della parete esterna del Battistero
Foto di Matteo Benedetti
Particolare dell’interno
Foto di Matteo Benedetti

La bellezza utile dell’architettura è quella che risulta dal rendere migliore l’abitare. È questo infatti il suo ruolo. Tale miglioramento – il quale comporta l’innovazione, la ricerca di una socialità sempre più ampia, una struttura semplice e chiara – non si dà se ci si limita a riprodurre la realtà, ma solo se si intrattiene con essa un rapporto dialettico che consenta di trasformarla. Come si è già detto l’architettura non può aderire alle problematiche del flusso, del movimento, dello scorrimento delle cose, della compenetrazione dei tempi, ma è, anche in questo contesto, costruzione di un’alternativa duratura al movimento.
Non è possibile sottrarsi a questo impegno. Se si esclude dall’architettura la proiezione empatica, ovvero se ci si rende conto che alcuni contenuti che vengono attribuiti all’architettura sono, in realtà, trasferimenti ad essa di moti dell’anima che il costruire non può comunicare, appare più evidente quale sia lo spazio discorsivo del linguaggio architettonico. In altre parole, se è vero che l’architettura esprime il senso dell’abitare dell’uomo sulla terra per come questo senso può
darsi nella costruzione, allora è altrettanto vero che l’abbandono alle metafore del crollo, della distruzione, dello spaesamento spaziale, dell’instabilità, dell’indeterminazione, tematiche strettamente legate ad esempio a una concezione impropria ed estremistica della decostruzione, è largamente incompatibile con il fine autentico dell’architettura.
Negli ultimi venti anni molta architettura contemporanea ha invece scelto di descrivere l’instabilità e la catastrofe. Si pensi a un certo aspetto della decostruzione che non è tanto di Peter Eisenman, ma senz’altro di Frank O. Gehry e di altri protagonisti di questa ricerca.
Mentre per Peter Eisenman la decostruzione è qualcosa che investe le strutture interne del linguaggio, ma non mette in pericolo la solidità concettuale dell’edificio, rappresentandolo in un modo il quale, seppure estremo, non lo nega nella sua essenzialità, in altri casi, come in alcune architetture di Zaha Hadid, di Rem Koolhaas, ma soprattutto di Daniel Libeskind, la vocazione a parlare di ciò che l’architettura non può dire è molto forte, producendo opere disequilibrate e discutibili.
L’opera contemporanea che infrange di più il limite costitutivo dell’architettura è il Museo Ebraico a Berlino, nel quale Libeskind si è concesso una cosa che l’architettura non può permettersi, vale a dire la rappresentazione del tragico attraverso una serie di manipolazioni dello spazio che provocano angoscia e costrizione, come se l’architetto polacco-americano avesse costruito un tunnel dell’orrore. Questi vanno bene nei luna park, ma rendere la Shoah un parco tematico significa non aver compreso cosa è l’architettura, piegandola a improprie deformazioni teorico-linguistiche. Si pensi invece al monumento romano alle Fosse Ardeatine. In quell’opera i loro autori, nella pienezza del loro compito, sono riusciti a dare un messaggio di pace e di oltrepassamento del dolore. L’architettura, per sua natura, deve fare
questo.

Il volume dell’aula con la copertura staccata
dal volume. Foto di Moreno Maggi
Il campanile
Foto di Moreno Maggi

Il ruolo dell’architetto è dunque quello di migliorare l’abitare.
Lo deve migliorare, anche se di poco, anche se temporaneamente.
Il modo di procedere è quello qui di seguito descritto: si constata che si tratta di un abitare fatto in un certo modo; se ne rilevano – non da soli, ma assieme alla comunità che lo abita – le mancanze, le incompletezze, i difetti; si propongono elementi di cambiamento. La bellezza utile dell’architettura è il risultato di questo processo. Migliorare l’abitare significa costruire tale bellezza attraverso la forma, tenendo presente che l’abitare stesso è un organismo nel quale tutto si lega.
Pertanto intervenire sull’abitare significa intercettare la sua totalità vitale dando risposte che investano questa stessa totalità rinnovandola in ogni suo aspetto. Oggi tutto ciò sembra non avvenire. Alcuni pretendono di scambiare l’analisi di ciò che avviene con ciò che occorre fare.
La realtà non è più vista in termini trasformativi e dialettici, ma come qualcosa che va solo rappresentata e confermata, come pensa ad esempio Rem Koolhaas assieme a molti altri. Per lui i grandi
shopping malls sono l’unico spazio pubblico rimasto.
Questa interpretazione va decisamente respinta. Lo spazio pubblico non è soltanto lo spazio del consumo. Anzi, i luoghi del consumo sono quelli dove lo spazio pubblico viene radicalmente messo in crisi e sostanzialmente contraddetto. Senza essere talmente astratti da negare l’evidenza, occorre prendere atto di questo fenomeno che interessa le metropoli contemporanee non tanto per registrarlo quanto per correggerlo con una serie di interventi calibrati e precisi, anche di ridotta entità. Ciò al fine di ricostruire, almeno in parte, la centralità dello spazio pubblico nella sua essenza reale, che non consiste nell’essere pura estensione dello scambio delle merci, ma nel configurarsi come luogo di incontro, come ambito di una conflittualità implicita ed esplicita, che modifica incessantemente gli equilibri che lo governano.

FP

Università di Roma ‘La Sapienza’

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Consiglio Nazionale degli architetti, pianificatori paesaggisti  e conservatori
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