Ferri settecenteschi nel Chianti senese

Servizio: Luisa Carrara
Foto: Athos Lecce
Testo: Gabriella Anedi

Non può che essere un condensato di stratificazioni storiche una casa in pietra nel senese che risale al XIII secolo. In realtà i primi documenti attestano un’origine ancora più antica perché intorno al 1000 questa era di proprietà di un’abbazia ormai scomparsa, ma dobbiamo andare al XVIII secolo per ricostruire la storia delle trasformazioni intervenute con il passaggio alla famiglia del Taja, prima, e ai Piccolomini poi. Nell’800 infatti ampliarono la villa progettandovi un giardino intorno con un laghetto e un viale d’accesso alberato con altissimi cipressi. Il casale qui fotografato è parte di uno dei tanti sparsi nei terreni adiacenti. Costruito con pietre e mattoni conserva ancora alle finestre le inferriate del ‘700. Sempre in ferro è il parafuoco, in realtà parte di un cancello settecentesco riadattato allo scopo. Ancora un esempio di reimpiego molto ingegnoso è il tavolo in ferro battuto realizzato con un pezzo di una vecchia porta. Sembra poi di entrare in un libro di storia del ferro battuto quando si ammira la collezione di vecchi candelabri disposti con gusto sopra la cassapanca o il portafiori del settecento.
La passione verso questo materiale si estende anche a raccolte minori ma non meno interessanti come, ad esempio, la serie di vecchie chiavi esposta nel disimpegno prima della scala, oppure, a documentare il lavoro artigianale, la raccolta di vecchi ferri ed attrezzi da falegname ospitata nella cantina in una nicchia. L’uso del ferro continua anche nell’illuminazione: lampadari e appliques infatti sono tutti realizzati con lo stesso materiale che ben regge il confronto con la forza della pietra a vista e con le grosse travi che reggono la copertura in coppi.
I numerosi oggetti in ferro trovano qui una ambientazione ideale, continuano a essere parte viva di gesti e funzioni della vita quotidiana. Nello stesso tempo, la varietà dei pezzi permette di costruire brani di storia di questa antica lavorazione: vediamo ad esempio come si può modificare il tipo di sbarra.
C’è infatti quello piatto, quello quadrangolare e quello cilindrico, sovente mescolati fra loro, anche se quello più usato nel XVIII secolo è il “quadrello” lavorato in forme ricche di inventiva e di decorazioni anche immaginose. La tradizione italiana però ha sempre conferito a questo materiale forme funzionali rifuggendo da virtuosismi propri di altri paesi dove si chiedeva al ferro di emulare il merletto o la filigrana.
La scuola senese poi vanta una storia antichissima con i suoi magistri clavari così chiamati perché specializzati a fabbricare prevalentemente serrature e chiavi che, non a caso, hanno trovato posto in questa calda dimora.

 

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