Fernando Miglietta



Un nuovo futuro
L’Architettura si interroga e lo fa, riflettendo, sulla sua stessa Natura: la natura appunto, della Forma architettonica, della sua ‘sostenibilità’, del suo futuro, del suo destino, in un mondo sempre più segnato da improvvisi cambiamenti; in molti casi, veri e propri stravolgimenti che pongono inquietanti interrogativi sulla condizione dell’uomo nel terzo millennio.
L’architettura è divenuta altra cosa rispetto all’idea che ci ha accompagnato per tutto il Novecento. Oltre ogni inimmaginabile profezia.
In questi anni è cambiato il mondo, la comunicazione; è cambiata, inevitabilmente, anche l’architettura, la città, il paesaggio. È mutata l’idea del futuro.
Il nuovo millennio impone, un mondo di città, sempre più ‘macro’ e ‘sconfinate’, complesse e inquietanti. Un mondo di città ‘senza confini’.
La loro immagine è tutta da inventare.
Non senza fratture, abbiamo attraversato nuovi spazi, complessi linguaggi, seducenti forme ma, tutto, oggi, ahimè, appare maledettamente estraneo al senso dei luoghi. L’architettura riflette la crisi della città e, ancora una volta, rilancia la sua condizione estrema di salvezza, non senza fuorvianti contraddizioni.

La crisi della ‘forma architettonica’
Si parte, dunque, da una condizione di ‘crisi’: la coscienza della crisi della ‘forma architettonica’ e della ‘forma città’. La crisi, appunto, del progetto, di una progettualità senza valori, senza idealità, senza prospettiva né futuro.
In questi anni, c’è stato chi, in nome del progetto ha invocato la storia; altri, invece, sempre più in nome della storia hanno invocato il progetto. E storia e progetto sono divenuti così elementi trainanti di un generale ripensamento metodologico-culturale, frutto di una realtà mutata e in continuo mutamento.
Cambiato il sistema produttivo con conseguenti riflessi sulla geografia del mondo, è cambiata la città, la sua immagine, il suo corpo.
È cambiata l’architettura. Come poteva, allora, il progetto restare immutato? Esaurita la sua spinta di certezze, ha finito col trasgredire la sua stessa funzione vivendo, sempre più, una grave crisi di identità.
Quali, allora, i segni di questa crisi e, soprattutto, quali le ragioni profonde di questo disagio che investe non soltanto il campo tradizionale del progetto ma coinvolge, in una nuova definizione di progettualità, ampi settori, dall’architettura all’urbanistica, al campo più specificatamente artistico, a quello della ricerca scientifica. Basterebbe volgere lo sguardo alla condizione delle nostre città per capire il grande mutamento in atto che, inevitabilmente, avrà concrete ripercussioni
sul prossimo futuro e sulla natura stessa dell’habitat umano.

Facciata, edificio residenziale, Napoli, 1999
Facciata, Eur, Roma, 2002
Facciata, Colosseo, Roma, 2004

Si impone, allora, una nuova formulazione di progettualità, non già restrittiva di vincoli o codificazioni, ma capace di coniugare innovazione e tutela per nuovi processi di intervento e di trasformazione. Un ripensamento progettuale e culturale, di forte criticità nei confronti di quell’ideologia del consumo che ha finito col consumare le stesse nozioni di progetto, di storia, di cultura, di ambiente, di natura, elementi essenziali e trainanti della realtà economico-sociale e culturale del Paese.

La nuova era progettuale
Il fallimento della città moderna è, dunque, il fallimento della modernità, del suo progetto, della sua prospettiva di sviluppo. D’altra parte, il declino, sin troppo prevedibile, del ‘postmoderno’ e la riflessione teorica sui grandi mutamenti internazionali aprono questioni di grande importanza per la stessa condizione umana: fra tutte, quella di un
nuovo rapporto tra uomo e natura che influenzerà e sta già influenzando l’idea stessa di progresso, di scienza, per un diverso futuro.
Crollati i miti del dogmatismo e riassorbita la lezione della storia ci apprestiamo, dunque, a vivere una ‘nuova’ era progettuale, del tutto inedita: l’era della centralità ecologica, del condizionamento ecologico, dell’evoluzione umana in simbiosi con l’ambiente naturale, della creatività di nuovi spazi e nuovi linguaggi molto più vicini all’uomo e in netto
contrasto con la negatività delle città attuali e della loro disperazione.

Il progetto della contemporaneità
Nasce il ‘progetto della contemporaneità’: il progetto del superamento e del rifiuto di una realtà artificiale, di un ambiente fisico costruito su intrecci banali e speculari, lontano dai veri bisogni dell’uomo, destinato, quindi, al fallimento e al suicidio.
L’utopia del domani impone al mondo una nuova artigianalità – anzitutto del pensiero – che obblighi la scienza e la tecnica a una revisione critica dello sviluppo e a un nuovo rapporto tra modificazione e tutela dell’ambiente dell’uomo. Un’idea di sviluppo in grado di soddisfare bisogni materiali e spirituali, ‘rieducante’ la macchina infernale del consumismo.
Una grande possibilità per tutti, architetti, artisti, urbanisti, politici, istituzioni, di contribuire quindi, alla creazione delle nuove città, alle città del futuro. Ma, non senza una riapp
ropriazione forte del ruolo e della qualità dell’architettura in realtà oggi prive di riferimenti simbolici, di relazioni, di significati; per rilanciare, appunto, una politica della riconoscibilità e della identificazione in un Paese, proprio come l’Italia, dove il permanente vuoto di indirizzo, di iniziativa e di gestione
urbana ha compromesso finanche la singolare immagine delle città d’arte.
Non più allora scatole vuote ma ‘architetture’, giacchè è necessario restituire al corpo della città l’anima dell’arte e dell’architettura.
Dunque, meno corpo e più anima dinanzi alla invivibilità dei centri urbani, alla perdita di identità dei luoghi, alla negazione urbana.

Cantiere/Facciata, Parigi, 1994
Architettura e scultura
(un intervento di Cesar),
La Defense, Parigi, 1994
Centre G. Pompidou, Parigi, 1994

Il Pensiero e la Forma
Nella storia dell’umanità il pensiero umano ha sempre generato esempi illuminanti e significative forme di città, architetture rappresentative e simboliche di una cultura; forme che hanno prodotto ‘pensieri’ che a loro volta hanno generato forme ‘altre’.
Ma oggi pensiero e forma non dialogano più, anzi sono sempre più estranei, non si riconoscono, quasi indifferenti dinanzi al triste destino di sottomissione acritica alle mode e al mercato della comunicazione multimediale.
‘Città della storia’ e ‘città della modernità’ si intrecciano sempre più in percorsi e destini paralleli, al di là del tempo e delle barriere.
Globale e Locale divengono così i termini guida per pensare il futuro in modo ‘plurale’; si impone la ricostruzione del senso di una comunità proprio nel segno delle diverse memorie collettive.

Ma dobbiamo dirlo, non possiamo negarlo, non conosciamo la nuova realtà se non concettualmente. Sarà necessario, allora, scoprirla, e ricostruire i segni della diversa condizione. Linguaggi multipli e territori sconfinati evocano già davanti a noi una pluralità di segni che a loro volta rimandano ad altri segni, a nuove grammatiche estetiche, a sempre più complesse realtà.
Occorre oggi ridisegnare il nostro presente e riscoprire il senso della contemporaneità; rilanciare, finalmente, un futuro di città. La città della coniugazione culturale, tra tradizione e innovazione, memoria e futuro. Ossia la città della Contemporaneità, espressione di un pensiero generante forme e luoghi della complessità del presente. Una città
in cui ritrovarsi e riconoscersi senza fratture, senza smarrimento; una città con un’anima capace di interpretare i desideri di una comunità.
Così non è stato, in questi anni. La vulgata edificatoria ha innestato un processo di oscurantismo urbanistico senza precedenti. L’Italia ha perduto una grande occasione per ridisegnare e rilanciare la propria idea di città. La sua immagine oggi è l’esatta negazione della sua stessa storia culturale.
Rilanciamo allora l’idea di un grande laboratorio urbano, dal centro alla periferia, in grado di esprimere disegni interpreti della grande tradizione storica e della volontà di riconquistare, finalmente, nel segno della continuità, valori nuovi che stanno alla base di una idea di città.

La forma ‘plurale’
Per molto tempo mi sono interrogato; per lunghi anni ho sperimentato le difficoltà di un atteggiamento plurale, le inquietudini di un progetto eretico, critico, dinanzi ad una certa idea di modernità imperante, al delirio esemplificativo dello stile e della funzionalità tecnicistica che distruggeva e negava l’immagine dell’architettura e delle città italiane.
Un percorso che via via è divenuto un viaggio di ricerca nei complessi sentieri dell’arte che, per oltre un trentennio, si è nutrito di culture diverse, di interscambi continui: l’arte, lo spazio, la comunicazione, la psicologia, la pedagogia, la didattica, sono divenuti per anni punto di convergenza e di conflitto ma, anche, di ricomposizione di una pluralità di codici e di linguaggi della contemporaneità creando un’interfaccia critica, educativa e creativa di una nuova cultura dell’abitare.

Entrata, Piazza Venezia, Roma, 2002
Legni, paesaggio urbano, Rende, 2004
Mimmo Rotella, ‘Affissione abusiva’ 1999, ‘Archivio Miglietta’

Fotogrammi di Fernando Miglietta, tratti dal volume
‘Lo sguardo critico. Fernando Miglietta. Un artista urbano’
edito da Abitacolo&Rubbettino 2006

Fino a quando la condizione plurale è divenuta coscienza critica e culturale, ‘profezia’ progettuale del cambiamento. Con attraversamenti e contaminazioni di varia provenienza, ma tutte finalizzate a costruire percorsi di una spazialità senza confini, aperta e dirompente, creativa e dissacratoria, sempre più forma plurale, espressione emblematica di una cultura dai nuovi o
rizzonti.

Ecco allora architettura plurale, l’altra architettura che costruisce la sua forma nella acquisione e accumulazione di nuovi codici, di nuovi alfabeti tutti da reinventare, in un diverso interscambio comunicativo e creativo dai risvolti imprevedibili e straordinariamente efficaci.
L’arte, la comunicazione, il territorio, il paesaggio ritrovano nuove possibilità dialoganti in un’interfaccia plurale che ne esalta la sua immagine e identità altra. Condizione, questa, indispensabile, per sconfiggere la ‘città reddituale’ e costruire, finalmente, la città plurale, la forma plurale della città democratica, la città opera d’arte, luogo delle culture, dell’estetica e della libertà.
Per delineare, appunto, paesaggi urbani sostenibili dove poter finalmente costruire città nuove, ricche di storia e di futuro, di mutazioni e continuità, di identità e culture, di umanità e libertà.
Interrogare oggi l’architettura ‘oltre la forma’, significa, allora, dare forma nuova ad un pensiero generante che scopra nuove categorie comunicative con cui ritrovare autonomi percorsi di ricerca e differenti visioni del futuro. Una forma ‘plurale’ che sappia rilanciare l’amore per l’architettura e la città, giacché esse contribuiscono alla formazione
di valori etici e sociali.
Davanti a noi c’è una grande sfida progettuale.

F.M. architetto, scrittore, direttore di Abitacolo

Unicam - Sito ufficiale
www.archeoclubitalia.it
Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali

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