Federica Visconti


Uno dei tratti distintivi della ricerca sull’architettura urbana1 è oggi quello relativo alla riscoperta delle specificità urbane.
Le istanze avanguardistiche e ipertecnologiche, che hanno caratterizzato il panorama della produzione architettonica degli ultimi anni, sembrano già lasciare il posto ad una nuova riflessione su come le città debbano ritornare a trasformarsi su se stesse e, di conseguenza, su quali strumenti debbano essere messi in campo per orientare questa
trasformazione. Da più parti si torna, quindi, a ragionare sui caratteri delle singole città, rovesciando l’interpretazione consolidata sulla generalizzabilità dei fatti urbani a favore di una tensione verso un ossimoro che può portarci ad affermare che l’assoluta specificità delle nostre città è, per le città medesime, l’unico dato realmente generalizzabile.
La risposta alla domanda di modernizzazione che le nostre città pongono non può, quindi, risolversi in modelli pre-formati e autoreferenziali, più legati all’ansia dell’inedito e preoccupati di rendere riconoscibile la ‘firma’ di chi li ha ideati che non tesi a svelare – attraverso un’architettura capace di contenere in sé un’idea e un giudizio sulla città – il carattere proprio di ciascuna ‘condizione urbana’.
E credo che questa ipotesi di lavoro assuma un significato ancor più rilevante quando si prova a ragionare sulle aree periferiche.
Se, da un lato, bisogna infatti riconoscere che anche le città sono oggi diventate uno dei ‘soggetti’ alla ricerca di un posizionamento nello scenario del mercato della competizione internazionale e se, ancora, bisogna riconoscere che, talvolta, la realizzazione di grandi opere affidate alle stelle dello Star Systemha contribuito, in misura non trascurabile,
alla crescita, almeno in termini economici, di alcune realtà urbane,2 pur tuttavia appare evidente come questa strada non sia perseguibile per risolvere le problematiche, essenzialmente differenti, poste dalle aree periferiche.
A valle di questa premessa proverei ad articolare il ragionamento attraverso tre considerazioni: una prima di carattere generale – ancora sulla definizione di specificità e genericità dei fatti urbani – una seconda sulla periferia, quindi l’ultima sul caso studio di Napoli, come oggetto delle ricerche di un gruppo che, nell’Università di Napoli, da molti anni lavora su questi temi3 e di una attività progettuale che ha la nostra città come terreno di studio e di intervento.

Planimetria IGM dell’area settentrionale di Napoli
Le ‘resistenze materiali’ dell’area settentrionale di Napoli come possibile punto di partenza per il progetto. In F. Bruni (a cura di), Il ruolo del progetto nella trasformazione della periferia. Una lettura dell’area settentrionale di Napoli, Napoli 2005

Specificità e genericità dei fatti urbani
Il ragionamento sulla impossibilità e illiceità di generalizzare i fatti urbani spiega in un certo qual senso l’evidente crisi e inadeguatezza dei vecchi strumenti di intervento: mi riferisco ai piani urbanistici tradizionalmente intesi, incapaci di controllare la trasformazione e, peraltro, oggi puntualmente e continuamente variabili e variati in presenza di interessi specifici attraverso le procedure dell’accordo di programma e della variante puntuale.
In questo quadro è tanto più indispensabile che il controllo pubblico della trasformazione passi attraverso un profondo aggiornamento culturale che ridefinisca gli equilibri ammissibili tra cultura del piano e cultura del progetto inteso, quest’ultimo, non solo e non tanto come trasformazione diretta di un luogo, ma anche come strumento di conoscenza
per antonomasia, in grado di prefigurare, nell’atto stesso dell’osservazione/ descrizione, il gradiente di trasformabilità dei luoghi, dopo averla individuata e valutata, all’interno di una strategia urbana che ha contribuito, in tal modo, a definire.

Periferie (?)
Il titolo dato alla sedicesima edizione del Seminario di Cultura Urbana di Camerino sottolinea forse – nel ‘corredare’ con un punto interrogativo la parola Periferie – la difficoltà nel trovare definizioni condivise. Sicuramente l’accezione topologica non appare oggi sufficiente ad esaurire la definizione di ‘periferia’ e la necessaria ‘interferenza’ di sfumature
sociologiche, economiche e politiche rafforza l’idea che, pur richiamando il significato etimologico del termine che rimanda al concetto di ‘stare al margine’, questo ‘stare’ debba essere inteso non con riferimento al dato fisico, ma a quelle condizioni morfologiche, di vita e di abitabilità che caratterizzano – o meglio dovrebbero caratterizzare – luoghi che tutti ci sentiremmo di definire ‘città’.
Dal titolo al sottotitolo del Seminario ‘Paesaggi Urbani in trasformazione’: dal punto di vista dell’architettura urbana, in chiave propositiva e progettuale, una ri-codificazione del tema può forse passare per una delle definizioni possibili che vede le aree periferiche come aree, rispetto alle quali, altissima è l’attesa per un loro ridisegno, aree particolarmente mature alla trasformazione, ma bisognose di regole che ne orientino lo sviluppo e ne guidino la ri-formulazione.

Area metropolitana di Napoli. Una interpretazione. In P. Miano (a cura di), Tecniche
di intervento per le aree dismesse, Napoli 1994
Una interpretazione progettuale dell’area orientale di Napoli come ‘città per parti’.
Progetto di S. Gallego e C. Iglesias in M. Santangelo – F. Visconti (a cura di),
La trasformazione delle aree periferiche nella dimensione metropolitana della città.
Il caso-studio di Napoli Est, Napoli 2006

Il caso-studio: Napoli
Esaurire in poche righe le questioni che le periferie napoletane pongono è operazione piuttosto complessa. Uno dei tanti luoghi comuni sulle periferie è quello che definisce le aree periferiche come tutte uguali fra loro: il ragionamento su Napoli smentisce questa affermazione perché le tre grandi aree periferiche – ad est, ad ovest e a nord della città consolidata4 – presentano caratteri molto differenti che derivano da differenti condizioni morfologiche e dalla diversa storia che ne ha caratterizzato le fasi di nascita e crescita. Indagare sui caratteri specifici di ogni singola realtà diventa quindi indispensabile per delineare correttamente le ipotesi di intervento e riqualificazione di queste aree. La riflessione sull’area orientale e sulla cosiddetta area nord, nel caso di Napoli, può essere funzionale a questo ragionamento.
Se ad oriente la città appare essersi formata, nel tempo, per ‘parti ed elementi separati’ (il ‘tessuto’ degli insediamenti industriali, i segni lineari della grandi infrastrutture, il recinto monofunzionale del Centro Direzionale, i frammenti residui di una organizzazione agricola del territorio), i temi sui quali lavorare potrebbero essere quelli del rapporto con il paesaggio in un’area, relativamente a bassa densità – stretta tra le due dense conurbazioni di Napoli e Barra-Ponticelli – che dialoga con il mare, da un lato, e con le colline ed il Vesuvio (anche come presenza iconica), dall’altro, e del rapporto tra le infrastrutture a rete, gli spazi aperti e le attrezzature da insediare quali manufatti in grado di rapportarsi alla nuova ‘misura’, interscalare o multiscalare, introdotta proprio dai grandi temi infrastrutturali e dalle relazioni con il paesaggio.

A nord la condizione geografica e orografica costituisce un primo, determinante, elemento di specificità dell’area che ha determinato una frattura mai sanata e un suo proiettarsi più verso l’hinterland che non verso la città. E oggi il futuro di quest’area deve essere delineato a partire proprio da un allargamento della visione alla dimensione metropolitana: costruendo una ipotesi generale che non rinunci ad una immediata possibilità di intervento su alcune questioni specifiche (legate, ad esempio alla riqualificazione dei grandi insediamenti residenziali, alla realizzazione di attrezzature …) all’interno però di una ipotesi strategica e formale che punti a definire, per l’area nord, il ruolo non più di area di margine rispetto alla città, ma di luogo intermedio tra due grandi parchi di livello territoriale (quello delle colline di
Napoli e quello dall’arco collinare dei comuni di Marano e Mugnano) ribaltando il significato, rispetto alla dimensione metropolitana, della condizione orografica da condizione di ‘esclusione’ ad elemento di ricchezza e di apertura all’entroterra.

Una lettura dell’area orientale di Napoli: tra urbanizzazione e paesaggio. Progetto di A. Barbaud, S. Dangin, Y. Oger in M. Santangelo – F. Visconti (a cura di), La trasformazione
delle aree periferiche nella dimensione metropolitana della città. Il caso-studio di Napoli Est, Napoli 2006

1. Non si pretende qui di definire in poche righe un termine complesso come ‘architettura urbana’, trattandosi di una questione che ha occupato ed occupa ampi settori del dibattito disciplinare. Ai fini del ragionamento con il termine ‘architettura urbana’ vogliamo fare riferimento ad un modo di intendere l’architettura che impiega la città non solo come contesto, ma anche come ‘materiale’ per il progetto, interpretandola come un ‘manuale di soluzioni progettuali’ e come un grande ‘trattato di architettura’.
2. Si pensi al caso di Bilbao che ha visto crescere in maniera esponenziale le presenze turistiche dopo la costruzione del Gugghenheim progettato da Ghery. Ma forse più interessante sarebbe analizzare i casi di Barcellona o di Torino: casi nei quali intorno ad un grande evento (le Olimpiadi del 1992 nel primo caso, le Olimpiadi Invernali del 2006 nel secondo) sono stati coinvolti come progettisti delle opere grandi ‘firme’ internazionali, ma nei quali si è attuata anche una politica di interventi infrastrutturali e di riqualificazione urbana necessari nel quadro di un processo di modernizzazione delle città.
3. I risultati delle ricerche e delle attività cui si fa riferimento, coordinate da Uberto Siola, sono pubblicate in M. Santangelo – F. Visconti (a cura di), Progetto e trasformazione della città, Napoli 2005; F. Bruni (a cura di), Il ruolo del progetto nella trasformazione della periferia. Una lettura dell’area settentrionale di Napoli, Napoli 2005; M. Santangelo
– F. Visconti (a cura di), La trasformazione delle aree periferiche nella dimensione metropolitana della città. Il caso-studio di Napoli Est, Napoli 2006.
4. Le tre grandi aree della conurbazione napoletana definibili periferiche sono a est l’area vesuviana, a ovest la piana di Bagnoli, a nord l’area estesa lungo la direttrice della SS. Appia che unisce Napoli a Roma. Disposte a corona intorno alla città queste tre aree presentano caratteri diversi che si sono determinati in ragione delle di
verse condizioni geomorfologiche, delle diverse epoche di formazione, della diversa storia di queste parti urbane.

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