LO STATO DELL’ARTE NEGLI USA

Faith & Form, la rivista statunitense di architettura per il culto, organizza ogni anno un Premio rivolto alle opere a carattere religioso.
Ne parliamo con il Direttore, il Prof. Michael Crosbie, Ph.D.

Rivista e Premio nascono assieme?
No, Faith & Form esce dal 1967, il Premio a essa collegato nasce invece nel 1979. Se lo scopo della rivista era documentare e dibattere quanto avveniva nel campo dell’architettura per il culto, lo scopo del Premio è di dare un riconoscimento alle opere di particolare qualità e così offrire anche un orientamento che contribuisca a migliorare la produzione. Si è deciso di non limitare la scelta a un solo progetto, ma di indicarne un certo numero (più o meno da 12 a 20, e quest’anno i premiati sono stati 14, a dimostrazione che la qualità generale non era eccelsa, e non solo in campo architettonico, ma anche artistico, dell’oggettistica e dei paramenti cultuali, dell’arte visiva… Una caratteristica fondamentale di Faith & Form e del Premio è che non limitano il campo di scelta a una sola corrente religiosa, ma raccolgono quanto viene presentato da qualsiasi famiglia: cristiana, ebraica, islamica, e recentemente sono stati premiati anche alcuni templi buddisti. Abbiamo un orientamento interreligioso.

I progetti presentati al Premio riflettono il “peso” percentuale delle varie religioni negli USA?
Non so se si possa dire questo. Da un lato devo dire che il Premio è di carattere internazionale, ed è noto che grazie alla collaborazione con CHIESA OGGI architettura e comunicazione negli anni recenti abbiamo ricevuto un numero crescente di adesioni da diverse parti del mondo.
Nell’edizione che si è appena conclusa c’è stata anche una certa presenza giapponese (4 progetti sui 185 presentati). Ma senz’altro è predominante la presenza di opere compiute negli Stati Uniti d’America. In quest’ambito non credo che i progetti presentati siano proporzionali al numero di edifici di culto realizzati dalle varie correnti religiose. Per esempio, raramente abbiamo avuto “mega chiese”, quelle dei singoli predicatori capaci di mobilitare masse enormi…”

Come la “cattedrale di cristallo” di Philip Johnson?
(v. CHIESA OGGI architettura e comunicazione n. 1/1992) Esatto: sono edifici di enormi dimensioni, ma per lo più privi di valore architettonico – tranne rari casi, come quello citato. Di solito non sono presentati al Premio.Come si stabiliscono i criteri su cui esprimere un giudizio, se si confrontano templi di  religioni tanto diverse?
Questo è compito della giuria, la quale a sua volta è scelta di anno in anno tra persone indipendenti dalla rivista. Ogni giuria si compone di un religioso (di solito un prete o un rabbino) un artista, un paio di architetti, un consulente per il design liturgico. Credo che a seconda del tipo di oggetto esaminato, abbia un peso maggiore l’opinione dello specialista che meglio conosce quel singolo prodotto. Comunque ogni oggetto è esaminato in sé e per sé: non sulla base di un confronto con gli altri.

Gli architetti ricavano vantaggi dalla partecipazione?
Non vi sono premi in denaro, anzi per partecipare occorre pagare l’iscrizione (la cifra peraltro è modesta, 225 dollari per architetto, 125 per gli artisti). Ma i progettisti premiati ricevono un riconoscimento nel corso del Congresso annuale dell’American Institute of Architects a Washington, i progetti sono esposti nella sede di questo
organismo e sono presentati in una conferenza.
Di solito chi è premiato lo segnala con grande evidenza nel proprio sito e credo che questo funga da garanzia di qualità.

C’è stata qualche novità quest’anno?
Per la prima volta hanno partecipato progetti non ancora realizzati (una quarantina, due dei quali sono stati premiati). Comunque, una volta realizzati, potranno essere ripresentati nella categoria “progetti finiti”.

Che altri piani avete per il futuro?
Ci piacerebbe allacciare un dialogo più stretto con i Seminari nei quali si preparano i futuri sacerdoti, o comunque i futuri religiosi. Il ruolo del committente è importantissimo per l’architettura e purtroppo nelle scuole che formano i futuri religiosi non c’è attenzione all’arte o all’architettura.

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