Editoriale


La Valtellina “ispira” i cuori

In occasione di una bella cena al Circolo della Stampa a Milano, organizzata dall’Associazione Culturale Valtellinese a Milano, e dall’Accademia del Pizzocchero di Teglio, ho avuto modo di incontrarmi con Giacomo Gusmeroli, contadino,
figlio di Giovanni, contadino, e Gianfranco Avella, magistrato, figlio di Pietro, magistato, entrambi con la passione della poesia, autori di una riuscitissima pubblicazione (Nodo Libri Como) con i disegni di Lux Bradanini: Magnalia di Valtellina e Valchiavenna con il sotto titolo: Percorsi di poesia duale, che traccia con intelligenza e sensibilità tutta una storia di
costumi e tradizioni, paesaggi e atmosfere che meritano non solo riflessione, ma che arricchiscono il lettore di emozioni.
Emozioni che lasciano dolcezza di pensieri sentendo nel passato un presente che può innammorare.
Colgo allora il momento di poesia vissuto intorno al camino, che gli autori hanno letto bene adagio facendo sentire nelle parole scritte tutto l’affetto alla loro terra.
Ho sentito assieme agli autori "il profumo del legno del larice, il suo crepitio…"
Mi sembra bello coinvolgere e fare partecipare ai nostri lettori la stessa atmosfera magica di poesia quando si è davanti al camino della propria casa.

Giuseppe Maria Jonghi Lavarini

Nella bella Valtellina davanti al camino: i pizzoccheri, il buon vino e la zangola nella quale si faceva il burro (la penagia).

Poesia duale
La scrittura "duale" è lo scrivere uno o più testi – in questo caso, poesie – in due.
Questo modo di scrivere, in qualche modo innovativo, mette a confronto sensibilità differenti che tendono a fondersi.
Due persone, con esperienze e scelte diverse, che si sono incontrate a un certo punto delle loro esistenze e hanno deciso di intraprendere questo percorso artistico e umano mettendo insieme il loro modo di vedere e fare poesia, poesia della memoria, dei luoghi, e delle belle cose di queste due Valli, cose anche semplici, che spesso sono importanti, anzi, le più importanti: Magnalia, appunto.

Baca dè camerùu

C’eri tu, Carlotta, anche noi c’eravamo,
e Rezio, che era arrivato dopo, conosceva
già l’atmosfera delle nostre lunghe discussioni
serali.

Avevi finito di lavorare
poi sei arrivato.
Il vino, versato dal fiasco nei ciapèi,
profumava come un rosolio.

“Ma Dio esiste?” – incalzasti, scrutando
intensamente fuori la finestra, perdendoti nella
nottata di neve.
“Ti prego Dio, esisti!” – implorò Carlotta.

Era davanti al camino dove questionavamo
insieme seduti sulla baca dè camerùu, un po’
sghimbesci fra la porta del bàet e la penàgia.

Quell’“esisti!” uscito fuori dal mare della vita
e modulato dal tono di voce decisa
ammutolì di colpo anche il silenzio,
sorpresi ci guardammo tutti in volto

poi una fiammata alleggerì le parole,
il profumo del legno di larice,
il suo crepitio

avvampò la notte,
i boschi intorno,
la luna tra le rame.

arch. Giovanni Simonis

Baca dè camerùu: panca con spalliera, collocata nei pressi del camino, che aveva sotto il sedile una gabbia per le galline.
Bàet: locale nelle baite dei maggenghi dove si tiene il formaggio.

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