E ora bisogna lanciare un nuovo Premio

L’accento posto dal Concilio Vaticano II sull’assemblea celebrante ha implicazioni significative anche per quanto riguarda il sagrato: un luogo che l’urbanizzazione selvaggia degli ultimi cinquant’anni ha spesso lasciato in secondo piano. Un tema architettonico di notevole complessità, che richiede ulteriori approfondimenti, anche riguardo alla piazza delle cattedrali. Parla il Presidente della Giuria Nazionale del Premio,Mons. Giancarlo Santi.

Una valutazione sul Primo Premio Nazionale di Idee di Architettura “I Sagrati d’Italia”: che impressione si ricava dall’approccio progettuale odierno al tema?
Il sagrato non ha avuto particolare attenzione nel passato, come tema
considerato in sé.Tranne casi sporadici, come ad esempio un concorso a Milano nei primi anni Novanta, il sagrato di solito è inserito all’interno del progetto dei complessi ecclesiastici. Nel Premio invece, è stato posto al centro
dell’attenzione e trattato in termini specifici. La partecipazione è stata significativa e denota l’attenzione all’approfondimento di temi architettonici
specifici. Mi par di capire che in prevalenza i partecipanti sono stati giovani professionisti, a dimostrazione della disponibilità che le nuove generazioni
hanno per l’approfondimento di temi specifici.
Mons. Arch.Giancarlo Santi

E’ stato un test importante che offre molti spunti per capire come occorre procedere per affrontare questi argomenti. Mi sembra, infatti, che nel trattare il tema, i partecipanti abbiano adottato in prevalenza un approccio che si basa sull’intuizione. Mi spiego meglio: il tema del sagrato implica un intreccio di diverse problematiche di carattere simbolico, urbanistico, civile, religioso. Si richiedono cioè molteplici competenze ed è evidente che non è facile che qualcuno le possegga tutte. Mi sembra di poter notare che i partecipanti abbiano teso in prevalenza ad affrontare il tema sotto il profilo dell’arredo urbano: aspetto importante, ma che richiede di essere affiancato anche da altre cognizioni e sensibilità; di carattere liturgico, per esempio. Insomma, mi sembra che questo Premio sia stato un importante primo passo, una porta che è stata aperta su un argomento che andrebbe approfondito. Temi “complessi” com e il sagrato vanno studiati, ripensati, sedimentati: non sono convinto che possano essere risolti con un colpo di genio estemporaneo o una riflessione breve. Perciò spero che questo Premio non rimanga un episodio singolo, ma possa essere considerato come un primo approccio, una specie di sondaggio, cui far seguire un secondo Premio nazionale, che invogli chi ha già partecipato ad approfondire le proprie elaborazioni, e che attiri nuovi partecipanti. Che possa inoltre costituire l’occasione per compiere scelte anche più impegnative. In questo primo Premio sono state prese in considerazione in prevalenza le chiese delle periferie urbane; sarebbe interessante che anche i sagrati delle cattedrali venissero presi in esame. Spesso infatti troviamo sagrati di cattedrali ancora non risolti. Basti pensare al caso del Duomo di Milano, la cui piazza è stata oggetto di lunghe discussioni e di diverse proposte progettuali: ma che ancora non hanno dato luogo a una sistemazione pienamente soddisfacente. Il sagrato va coordinato con la piazza antistante e con gli spazi attigui. Per riferirmi ancora al Duomo di Milano, vi sono proposte che potrebbero essere riprese e ridiscusse (come quella di Ignazio Gardella che risale agli anni Ottanta), sia per la piazza antistante che per gli spazi laterali dell’edificio, dove ancora si trova il deposito temporaneo dei materiali per la manutenzione. Un’iniziativa originale come il Premio potrebbe essere ripresa e allargata, così che la discussione che essa ha provocato, possa essere approfondita.

Il sagrato del Duomo di Milano.

Invece come vede la situazione generale dei sagrati delle chiese nuove?
Non vi sono studi ad hoc che permettano di tentare una valutazione complessiva. Si può dire però che l’attenzione non è mancata. Basti pensare a come è stato affrontato il tema del sagrato nella cattedrale di la Spezia progettata da Adalberto Libera, o nella nuova cattedrale di Taranto, opera di Gio Ponti. Si deve tuttavia notare che spesso il sagrato è sacrificato per motivi di carattere economico: là dove serve una chiesa nuova si bada anzitutto a realizzare
l’edificio.Tutti il resto passa in secondo ordine e talvolta, per mancanza di fondi, viene definitivamente dimenticato. E’ successo così per esempio, nel caso della chiesa della Madonna dei Poveri a Milano, progettata a metà degli anni cinquanta del secolo passato da Figini e Pollini, e che costituisce un esempio significativo di architettura contemporanea. Il progetto prevedeva un quadriportico che, però, non è mai stato realizzato. La facciata si presenta
priva di mediazione verso la strada. Vi sono molti casi di questo genere.

Come le sembra che sia cambiato l’approccio al tema del sagrato nel corso degli ultimi cinquant’anni: quelli
della urbanizzazione selvaggia?
Mi sembra che si sia passati da un periodo in cui occorreva dare velocemente risposta ai pressanti problemi della casa e della chiesa per tutti, a una fase in cui la sensibilità si sta spostando verso problematiche attinenti alla qualità degli spazi urbani: una città (non solo casa) per i cittadini (non solamente per le automobili). In questo contesto mi sembra che il tema del sagrato abbia una particolare rilevanza; permane il problema dei fondi: per realizzare sagrati
occorrono fondi che allo stato attuale spesso mancano. D’altro canto ci siamo abituati a considerare la costruzione di una chiesa in una prospettiva
molto limitata; sarebbe utile, invece, recuperare la prospettiva lunga: soprattutto per le chiese, per le quali ci si aspetta una durata lunga nel tempo. Quel che non si è ancora fatto, e spesso è il sagrato, potrà essere realizzato in futuro.

Quando si pensa al Vaticano II, quasi automaticamente la mente corre all’altare “versus populum”. La nuova
prospettiva liturgica trattata nella “Sacrosanctum Concilium” ha anche implicazioni per il sagrato?

Anche in riferimento al sagrato il Vaticano II pone importanti premesse. Dà importanza all’assemblea che si raccoglie attorno all’altare. Quindi l’assemblea diventa un fatto primario nella chiesa. Ma dove si costituisce questa assemblea? Il sagrato è appunto il luogo dove l’assemblea si raccoglie prima delle celebrazioni e dopo di esse: costituisce quindi un
prolungamento del momento liturgico e dei suoi luoghi. Un luogo esterno ma non estraneo. E l’assemblea dimostra la sua vitalità proprio perché al termine della celebrazione non si discioglie come neve al sole ma dura a lungo: sul sagrato, dove si manifestano gli incontri e dove coloro che hanno partecipato alle celebrazioni continuano il dialogo
nel segno dell’amicizia. Il Vaticano II ha contrastato una visione della celebrazione divenuta nei secoli decisamente individualista e ha posto l’accento sull’assemblea. In tal modo ha evidenziato la necessità di spazi adeguati per il
passaggio graduale del formarsi dell’assemblea e del riconoscersi. Il sagrato, inoltre, è luogo di gratuità: sul sagrato si sta non per fare qualcosa, ma per un dialogare che è fine a sé stesso, un atto di sincera umanità illuminato dalla prossimità della celebrazione.

Per la sua caratteristica di luogo aperto, lo vede adatto all’incontro interreligioso?
Perché no? Il problema è tuttavia trovare chi sia disposto a questo incontro e le occasioni per attuarlo. Infatti le comunità religiose, a qualunque confessione appartengano, tendono a ritrovarsi nei loro luoghi. Servono i momenti adatti e ben strutturati, come quello che si è realizzato recentemente a Milano e ad Assisi, nell’occasione degli incontri interreligiosi promossi dalla Comunità di Sant’Egidio, quando attorno al carisma di san Francesco e del Santo Padre si sono ritrovati gli esponenti di molte, diverse comunità religiose.

(L. Servadio)

Foto tratta dal volume “Piazze in Lombardia”, autori Piero Orlandi e Guido Gerosa, Edizioni CELIP, Milano.

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