Una dimora di vetro e pietra alle sorgenti del Clitunno

Sembra un moderno fortilizio, in realtà è una “scatola per abitare”.

Chi, girando nel bosco secolare di pini marittimi che sovrasta le Fonti del Clitunno, s’imbattesse in questo fortilizio di pietra dalle forme geometriche, proverebbe l’inquietante sensazione di assistere a una specie di sortilegio. Anche se cammuffato  sotto i muri di pietra della tradizione contadina, questo piccolo spazio abitativo porta con sé un salto culturale vertiginoso, perché propone in un ambiente ancora medioevale una sofisticata tecnologia del XXI secolo, quella della cosiddetta “casa passiva”. E’ lo stesso salto nel tempo che si prova nel film di Kubrik “Odissea nello spazio” quando dal cielo piove un misterioso parallelepipedo nero in mezzo ai rozzi uomini scimmia: dopo tale evento nulla è come prima. Qui per secoli i contadini si sono difesi dalla natura costruendo edifici in pietra con piccole porte e minuscole finestre per reagire alle forze soverchianti della natura; ma oggi che l’uomo è il dominus in grado di decretare la vita e la morte dell’ecosistema, il panorama abitativo sta cambiando e la tecnologia permette di avere quel che prima era impossibile: grandi vetrate che mantengono in casa un clima ideale.Il bosco dove sorge la casa sovrasta il borgo di Campello, notevole per le sue mura medioevali (nella foto). Il castello risale all’Alto Medio Evo, quando Rovero di Champeaux, barone di Borgogna, per meriti di guerra ha ricevuto questo feudo dal duca di Spoleto. Italianizzato il nome in Campello (oggi Campello della Spina), i suoi discendenti per più di un millennio sono rimasti proprietari di questo antico maniero, anche quando a metà ‘600 si sono trasferiti in una più comoda e splendida villa barocca. E’ a uno di loro, il conte Paolo, che si deve la creazione a metà ‘800 del bellissimo laghetto alle Fonti del Clitunno, per ripristinare quello che c’era in epoca romana.Questa costruzione, sobria all’esterno ma con un’esibita struttura metallica all’interno, è dovuta alla fantasia dell’architetto tedesco Martin Stubenrauch, pittore astratto dal linguaggio minimalista. E’ stato straordinario il modo con cui ha deciso di venir a vivere qui, alle fonti del Clitunno. Mentre abitava negli Stati Uniti ha letto sul giornale la notizia del grande terremoto in Umbria, e subito ha detto alla moglie ”adesso avranno bisogno di architetti”, così hanno fatto le valige. Una decisione abbastanza folle di cui però non si è pentito. Dice l’architetto: “Questo è uno dei più bei posti del mondo e le case che qui ho costruito vogliono essere una celebrazione del paesaggio. Di conseguenza ho cercato d’interpretare in modo attuale un casale umbro visto da un bavarese.”L’interno è volutamente molto ferroso e poco “umbro” per la presenza evidente delle strutture progettate dall’architetto Stubenrauch in collaborazione con l’ing. Andrea Giannantoni. L’architetto ha optato per una struttura in ferro per le sue ottime caratteristiche antisismiche e per il fatto che rendeva possibile la grande vetrata frontale. Essendo tutte le sue parti bullonate, è stato possibile eseguire il montaggio sul posto in meno di una settimana, anche se il trasporto di ogni pezzo a spalla è risultato particolarmente faticoso.
Le pareti sono a tre strati (laterizio, isolante, rivestimento in pietra) di cui nessuno è strutturale ma tutti sono inglobati nella struttura portante in ferro. L’accostamento del ferro in combinazione con materiali locali di recupero, crea una tensione tra passato e presente, tra storia ed estetica contemporanea.
Un simile accostamento di materiali si trova già nella locale architettura industriale di fine ‘800.Dopo che furono stravolte dal terremoto di Costantinopoli del 447, le sorgenti del piccolo fiume Clitunno non sono più quelle decantate dai più grandi scrittori latini. Sono invece l’opera di un nobile locale, il conte Paolo Campello della Spina che, dopo aver sposato la principessa Marie Bonaparte, volle ricreare intorno a queste spettacolari fonti l’ambiente leggendario dove morì Napoleone, avo di sua moglie. Nel 1852 il conte fece molti scavi per allargare la fonte e per formare l’attuale laghetto; intorno piantò gli alberi più di moda in quel periodo: i pioppi cipressini e i salici piangenti dall’aspetto struggente. Per più di un secolo rimase un luogo tranquillo e suggestivo, poi si decise di far passare al suo fianco la superstrada SS3 che collega Perugia con Spoleto fino a raggiungere Roma.Nato in Germania nel 1962, si laurea nel 1987 all’Università Tecnica di Monaco di Baviera in progettazione, storia dell’arte e scultura. Apprendistato a Firenze con A.S.A. progetti (collaborazione con Aldo Rossi). Inizia l’attività professionale a Berlino nello studio del prof. Otto Steidle (1987-96), continua a Filadelfia nello studio di David Slovic e del Vitetta Group (1996-98). Si trasferisce a Campello sul Clitunno dove apre con Massimo Biondini lo studio artistico/tecnico “SB-architettura”. E’ autore di numerose costruzioni in Europa, Israele e Stati Uniti. I suoi edifici mostrano spesso una concezione sculturale una forte omogeneità col paesaggio circostante.Per sua ammissione, quel che più interessa all’architetto Stubenrauch è la compenetrazione dell’ingegneria con l’architettura, un incontro che rimette in discussione i parametri di entrambe le discipline. Questa è anche la sua storia umana: una impostazione romantica tedesca si è innestata su una sensibilità classica di stampo italiano. Ma il suo romanticismo è quello del “macchinismo” legato alla rivoluzione industriale, mentre il polo classico è da vedere nella sua scelta di vita: trapiantarsi in un paesaggio tipicamente italiano quale quello di Campello. Una dicotomia che si ritrova in molti talenti d’Oltralpe, primo fra tutti Goethe nel suo “Viaggio in Italia”, dove il lato romantico non sta nella “macchina” ma nella la sua tormentata febbre di vivere. Qui invece si tratta, da bravo architetto, di “febbre di costruire”.All’esterno la musica cambia: l’intervento dell’architetto si fa cauto e poco appariscente: si sente che si trova davanti a qualcosa che gli incute rispetto: la Bellezza Eterna. Interrogato su quale delle belle città d’arte che gli stanno intorno andasse la sua preferenza, non ha avuto esitazioni: Roma è stata la sua risposta. Roma la Città Eterna, la città dove la grandezza si respira in ogni pietra, unita alla misura delle proporzioni classiche. Come per una sindrome di Stendhal, l’architetto tedesco ha una battuta d’arresto: non vuole invadere il paesaggio italiano con la ferraglia, preferisce nasconderla dietro un tradizionale muro di pietre e un tetto di coppi. Così ha lasciato i terrazzamenti com’erano, li ha solo restaurati, e ha rispettato le vasche con i tritoni  perché potessero moltiplicarsi. Di suo ha aggiunto, timidamente, solo piccole innocue piantine di iris.

Condividi

Utilizziamo i cookie per offrirti la migliore esperienza sul nostro sito web.
Puoi scoprire di più su quali cookie stiamo utilizzando o come disattivarli nella pagine(cookie)(technical cookies) (statistics cookies)(profiling cookies)