Di Blasi: tre variazioni sul tema

Raramente a un architetto è dato di progettare contemporaneamente tre chiese entro una stessa diocesi. Ottavio Di Blasi, nell’affrontare questa eccezionale committenza, si rivolge al problema della relazione tra centro parrocchiale e intorno urbano: la chiesa, oltre che come luogo di culto, è vista nella sua missione di diffondere il Verbo nella società, come luogo di carità e di soccorso, e anche nel ruolo, che spesso ha avuto nella storia, di supplente in alcune funzioni civili (luogo di socialità, di incontro, spazio aperto a disposizione degli abitanti del quartiere, ecc.). Entro il generale, vastissimo, talvolta drammatico problema dell’architettura urbana, la chiesa è intesa da Di Blasi anche come latrice di un segno estetico che dia nuovo respiro al panorama. E l’estetica, se non è maschera ma segno autentico, capace di trasmettere un messaggio di armonia, di equilibrio, di speranza, si risolve anche in una funzione etica. È interessante notare come la stessa mano, nello stesso momento creativo, nel proporsi di affrontare un medesimo problema in un ambiente culturalmente omogeneo, presenti tre soluzioni così diverse. Quasi come se fossero tre aspetti diversi ma appartenenti a un unico filone di pensiero, tre fasi di un unico discorso.

La chiesa di San Salvatore (la prima a essere progettata), a fronte delle grandi stecche allineate di palazzi, si propone come spazio verde: sembra un rifiuto di confrontarsi con la città, una negazione della costruzione, un voler dimostrare che si può definire uno spazio anche aulico, anche luminoso, anche pregno di simboli della spiritualità cristiana, sotto il livello del suolo. Ma senza nascondersi. Senza nostalgia catacombale. Come una sfida: non è necessario vociare sempre più forte per farsi udire. Non è necessario erigere masse sempre più imponenti per farsi notare. Il linguaggio del silenzio è quel che crea uno stacco nel trambusto. La chiesa di S. Rita, progettata pochi anni dopo, vuole invece misurarsi con i vicini palazzi.

chiesa di S. Rita a Bari chiesa di S. Salvatore a Loseto (Bari) chiesa di S. Maria del Soccorso a Noicattaro (BA)

Anche qui sono stecche allineate ma c’è vicino quello che si può profilare come un precipizio per tutto ciò che viene rifiutato dalla società: la cava abbandonata è luogo oscuro, spettrale, luogo che facilmente diventa ricettacolo di immondizie e terra di nessuno dove si rifugia il vizio che rifugge le strade illuminate. La chiesa qui assume ancora il volto della sfida: ma questa volta stentorea. Pur presentando un disegno che sembra riprendere le facciate dei vicini casermoni, lo trasforma in un impeto ascendente, in una architettura che esprime forza, dinamismo, militanza. Architettura difficile, quasi aspra. Getta due ponti: uno verso un’ala di quartiere, l’altro verso l’altra ala. Si tratta di due agglomerati in cui si manifesta la tensione sociale che spesso sorge tra quelli che sono un po’ più ricchi (o un po’ meno poveri) e quelli che sono un po’ più poveri (o un po’ meno ricchi) degli altri. La chiesa qui diventa elemento mediano: mediatore e risoluto pacificatore. Essa rompe l’abitudine inveterata alla erezione di steccati e si presenta come colei che indica che la soluzione stia altrove, più in alto, fuori dalla grettezza delle piccole gelosie locali. E si realizza il miracolo: la cava abbandonata viene trasformata – su disegno messo a disposizione dallo stesso progettista – in parco cittadino. Da luogo dell’abbandono potenziale diventa luogo dove si manifesta la cura per la cosa pubblica.

La chiesa di S. Maria del Soccorso a Noicattaro non si trova in un contesto di periferia urbana, bensì in quello del borgo rurale, vicino alla metropoli ma pur sempre in campagna. E qui la ricerca di un linguaggio vernacolare ma dai modi alti e nobili trova la sua espressione immediatamente comunicativa, facilmente leggibile e quindi ricca di impatto, emozionante. Una forma tradizionale, antica, viene ripresa e trasfigurata dall’uso dei nuovi materiali accostati a quelli storici. Il disegno non si limita alla riproposizione, bensì rielabora la forma, prima spezzandola e poi ricomponendola in un gioco di grande suggestione. Ancora una volta i percorsi di avvicinamento e l’elaborazione della luce interna hanno un carattere di decisa importanza. Qui con particolare chiarezza si rilegge all’interno il tema della cupola che copre la chiesa, mentre all’esterno si ritrova la tradizionale masseria. Il tutto amalgamato da un disegno felice, che si snoda senza intoppi dal pergolato esterno alle due cuspidi accostate sotto l’unica croce. La bianca pietra locale è presente in tutte tre le chiese, nei muri a secco edificati secondo l’antica tradizione locale come nelle lastre di copertura, che dal colore potrebbero essere scambiate per elementi di acciaio smaltato. L’uso intelligente del legno lamellare consente soluzioni interne in ogni caso accoglienti, dotate a volte di accenti poetici. Sono tre architetture significative, che esplorano registri diversi nella vasta gamma tonale a disposizione del progettista. Ma l’architettura non è finita, ora dovrà essere vissuta. Saranno le comunità, i parroci e le parrocchie a dire – nella cura quotidiana, nella manutenzione e nei ritocchi che la liturgia praticata tende ad apportare col trascorrere del tempo – in quale misura queste tre nuove chiese hanno saputo andare al cuore del problema. (Leonardo Servadio)

Condividi

Utilizziamo i cookie per offrirti la migliore esperienza sul nostro sito web.
Puoi scoprire di più su quali cookie stiamo utilizzando o come disattivarli nella pagine(cookie)(technical cookies) (statistics cookies)(profiling cookies)