Dal disinquinamento degli ecosistemi verso la riqualificazione geo-architettonica e paesaggistica

La crisi del paradigma meccanicista e del ‘mito dello sviluppo illimitato’
Dal secondo dopoguerra il pianeta ha registrato la più grande espansione demografica, urbana e economica della storia. Da allora la popolazione mondiale si è triplicata passando da 2,2 miliardi di abitanti a 6,7, provocando una conseguente incontenibile espansione urbana.
Questa, tra 1950 e il 2000, ha accolto una popolazione doppia, aumentando dal 25,4% (732 milioni) al 50,0% (2.845 milioni), che nel 2008 ha superato per la prima volta nella storia quella rurale. Nel 1950 la più grande metropoli del mondo, New York, aveva 12,3 milioni di abitanti, ma nel 2001 è stata superata da Tokio con 19,8 milioni.
L. R. Brown scrive nel 1990: ‘Dalla metà di questo secolo il prodotto economico globale è pressoché quintuplicato; in media lo sviluppo economico di ciascuno degli ultimi quattro decenni ha superato quello registrato dall’inizio della civiltà al 1950’.
Tale crescita esplosiva è stata determinata, come si legge nell’incipit del Manifesto dell’UIA (Torino, 2008) soprattutto dal fatto che: ‘Dal dopoguerra la terza rivoluzione industriale, fondata sull’onnipotenza della tecnoscienza, l’energia atomica, l’automazione, l’informatica, ha ristrutturato l’intero ciclo produttivo in senso post-fordista, liberando l’umanità dal lavoro manuale. Questa rivoluzione ha spinto impetuosamente verso la globalizzazione, la società massificata, l’economia consumista e le megalopoli’.
In particolare: ‘Tale crescita esponenziale è resa possibile da un modello di sviluppo fondato sul paradigma meccanicista (analitico-riduttivo) che considera la Natura come una riserva illimitata da consumare a volontà. Ma la travolgente transizione dall’era tardo-industriale a quella post-industriale ha creato anche problemi ingovernabili’.
Infatti, tale sviluppo:
 ha esteso ‘l’impronta ecologica’ (W. E. Rees, M. Wackernagel, ’96) della città planetaria oltre i limiti della natura;
 ha moltiplicato a dismisura le reti infrastrutturali hard e soft;
 ha richiesto un consumo scandaloso di terreni agricoli e di energia;
 ha innescato la distruzione del patrimonio storico e delle comunità tardo-antiche;
 infine, ha prodotto una crescita vertiginosa di rifiuti, inquinamento e ‘effetto serra’. Scrive il premio nobel J.F. Stiglitz: ‘quanto più un’economia produce, tanto più inquina’ (2006).
In merito all’inquinamento da gas serra risulta che ogni 24 ore immettiamo nell’atmosfera circa 70 ml di tonn. di CO2. Se nel 1950 si scaricavano 1,6 miliardi di tonn. di carbonio, nel 1998 tale micidiale quantità è salita a 6,4 miliardi, minacciando la sopravvivenza del pianeta.
Inoltre l’impatto prodotto sull’ecosfera è drammaticamente documentato dal fatto che: ‘la nostra ‘impronta ecologica’ è data non soltanto dai danni provocati da tutta l’anidrite carbonica che riversiamo quotidianamente nell’atmosfera terrestre, ma anche dalla sistematica distruzione, in ogni secondo di ogni giorno dell’anno, di un’area di foresta di estensione pari a un campo di calcio’ (Al Gore, L’assalto alla ragione, 2007). Ma, se l’impronta ecologica di un americano è di 9.6 ettari, quella di un italiano è meno della metà e quella di un contadino cinese, 1.6, mentre un cittadino di Shanghai giunge a 7! Oggi, 1.78 ettari procapite, è considerata una impronta ecologica accettabile.
Per avere un idea della produzione mondiale di rifiuti, basti considerare che dagli anni ’50 nell’oceano Pacifico si è formata ‘The world’s rubbish dump’ la più grande discarica del mondo (The Independent, 5 febbraio 2008) di centinaia di milioni di tonnellate.Si tratta di due isole galleggianti di rifiuti di superficie doppia degli Stati Uniti, aggregate dalle correnti e stabilmente fluttuanti a circa 900 km dalla California e altrettanto dal Giappone. Insomma tale ‘pacific trash vortex’, scoperta dall’oceanografo americano Ch. Moore, forma un sesto continente in espansione permanente. Oggi nessuno sa quanto crescerà questa ributtante plastic soup, né cosa fare.
Altro esempio di megadiscarica a scala geografica è la ‘smokey mountain’, una montagna fumante ubicata alla periferia di Manila che cresce di 5.000 tonn. di rifiuti al giorno prodotti dai 12 milioni di abitanti dell’area metropolitana. In questa nauseabonda  discarica, che periodicamente frana per le piogge, frugano quotidianamente circa 40 mila persone per sopravvivere. Nel 2000 uno smottamento più grave ha travolto 300 persone provocando 50 morti e 70 dispersi.
Intanto nella ordinata Europa sono prodotti 238 milioni di tonn./anno di rifiuti urbani dei quali il 16% è incenerito; mentre in Italia i rifiuti ordinari nel 2005 ammontano a: 31,6 milioni di tonn. (il 9% dei quali inceneriti); 57,7 milioni di tonn. di rifiuti speciali (5,4 milioni pericolosi); 42 milioni di tonn. di rifiuti da costruzione e demolizioni.
Nella stessa Europa il compostaggio dell’umido e il riciclaggio degli inerti riducono sempre più discariche e inceneritori. In Austria nel 2001 si riutilizzano tra riciclo e compostaggio il 60% dei rifiuti incenerendo solo il 10%; mentre in Germania si ricicla il 42%, si incinera il 22% e ‘solo il 5% dei rifiuti finisce in discarica’ (Repubblica, 23 ottobre 2008).

Verso il paradigma ecologico
Queste patologie sempre più gravi evidenziano dalla fine degli anni ’30 la crisi progressiva delle megacities, degli ecosistemi e, dal dopoguerra, l’insostenibilità del paradigma meccanicista.
In Europa, in tale periodo, sono state date tre risposte organiche alla crisi delle grandi aree urbane: il Green Belt Act (’38), il New Towns Act (’46), e i grandi parchi neo-paesaggistici degli anni ’50 sul modello dell’Amsterdamse-Bos (anni ’30) di oltre mille ettari.
Intanto nel ’53 è pubblicato il fondamentale testo di E.P. Odum: Principi di ecologia che segna la transizione: in biologia, dal paradigma meccanicista (analitico-riduttivo) a quello ‘a rete’, ecologico (sintetico-organico); e in urbanistica, dal concetto tradizionale dell’arte dei giardini e del paesaggio a quello moderno di ecologia, riaprendo la prospettiva della ‘grande dimensione’ progettuale.
Questa cultura ha percorso due strade. Da un lato, quella dei progetti urbani futuribili, che riparte dal Groszstadt Architektur dell’inizio del ’900 per proporre habitat inediti, come la Città verticale alta un miglio di F.L. Wright e i ‘superblocchi’ di Rino Levi per Brasilia, entrambi del ’56, i quali introducono le ricerche utopiche culminate negli anni ’60.Dall’altro, il tema della riconciliazione tra architettura e natura. Quest’ultima si polarizza negli anni ’50 in due esempi emblematici: il Parco del Este (Caracas, ’57-61) di R. Burle Marx, 80 ettari di vegetazione tropicale che include un museo delle scienze naturali, un planetario, un teatro, attrezzature sportive, un giardino zoologico, grandi laghi artificiali navigabili; e Mesa City di P. Soleri (’58), una geo-architettura utopica di 2 milioni di abitanti, sviluppata lungo una cava-parco-museo di 200 km per 15 km, concepita come un super-organismo vivente in simbiosi con la natura, che anticipa le ‘arcologie’ dello stesso Soleri (’59-’69) sintesi di architettura e ecologia.
‘Nel 1962 – ricorda Franco Panzini – al congresso dell’Associazione internazionale degli architetti paesaggisti (IFLA) che si svolge in Israele, Bruno Zevi … (afferma) …: ‘una nuova avventura si avvia, la città-regione, la città-informale o la città-azione in cui il paesaggio urbano e il paesaggio generale si fondono l’uno nell’altro’ (Per i piaceri del popolo, ’93). La consapevolezza dell’incombente crisi ambientale si consolida con:
 la fondazione del Club di Roma (‘68), che documenta la crisi del modello di sviluppo occidentale;  la denuncia di The popula
tion bomb (P. Erlich, ’68);
 la proclamazione della ‘Prima giornata della Terra’ (22 aprile ’70), che apre simbolicamente l’era ecologista;
 la nuova scienza bio-economica (N. Georgescu-Roegen, ’71), sintesi di economia e ecologia;
 il Rapporto del MIT su ‘I limiti dello sviluppo’ (D. Meadows, ’72), che dimostra l’insostenibilità del ‘mito dello sviluppo illimitato’;
 la Prima Conferenza Mondiale sull’Ambiente (Stoccolma, ‘72), che introduce il concetto di ‘sostenibilità’;
 la scoperta dell’‘effetto serra’ (F. Schneider, ’75);
 la Carta del Machu Picchu (’77), che teorizza la città post-funzionalista quale living city, organismo vivente in simbiosi con la Natura.
Tale mutamento culturale promuove la transizione dall’era tardo-industriale a quella post-industriale, decollata negli USA già dagli anni ’50, che giunge in ritardo in Europa e ancora più in Italia.
Negli anni ’70 l’incalzante rivoluzione ecologista influenza:
 in Francia, i parchi La Courneuve a Parigi (’72) di D. Lovejoy;
Villeneuve a Chirolles (’74) di C. M. Corajoud; Villepinte dello stesso Corajoud e J. Coulon; il parco André Citroën (’85) di J.F. Jodry che trasforma un’estesa fascia urbana lungo Senna; e quello di Bercy (’87) di M. Ferrand; mentre si impone all’attenzione generale il parco La Villette (‘86-’91) di B. Tchumi, una reinvenzione surreale dell’area
del mattatoio di Parigi;
 in Olanda, il Milieu Park (’87) di Amsterdam e il Meridian Park di Almere (’88) di H. Veenenbos;
 in Spagna, il grande parco Enrique Tierno Galvan a Madrid (50 ettari su aree ferroviarie e industriali); il ridisegno di grandi aree urbane a Barcellona destinate anche a parchi quali: il Renfe Meridiana di J. Sammartì; Ronda del Mig, di Martinez e Sisternas; Molo della Fusta di Solà-Morales; España Industrial di Peña Ganchegui …
Intanto il verde è protagonista anche di grandi progetti infrastrutturali come Trasferia di Rem Koolhaas, un sistema di scambiatori intermodali di traffico alla periferia di alcune città olandesi; mentre si continuano a realizzare, ogni 10 anni, i parchi paesaggistici in occasione delle Esposizioni Internazionali dei Giardini: a Rotterdam (’62), Amsterdam (’72 e ’82) e Zoetemeer (’92) …
Negli stessi anni, si apre la nuova prospettiva della Renaturierung, cioè del ripristino degli equilibri naturali violati.
Questo esige una visione interdisciplinare capace di affrontare il disinquinamento e la ‘rinaturazione’ delle aree, nonché il ridisegno a scala paesaggistico-geografica del territorio e degli insediamenti antropici; dunque una sintesi ‘antiriduzionista’ che spazia dalle scienze naturali, fisico-chimiche, ecologiche, al landscape e alla land art.
Per indicare le potenzialità della riqualificazione geo-architettonica e ecologica, ricorderemo il piano-progetto Econeapolis (’86-’94) di chi scrive, che prevedeva un riequilibrio del ciclo ecosfera-biosfera-tecnosfera.
In particolare si proponeva di realizzare:
 ad occidente, un parco nel quale ricreare l’antico ‘lacus Anianus’ nell’omonimo cratere (Agnano) prosciugato nel 1870, mediante una chiusa per regolare il deflusso delle acque dall’emissario attuale e il livello del lago da riformare;
 ad oriente, su un’area soggetta a continui allagamenti (una volta palude) il Parco del Sebeto (20 kmq) articolato intorno ad un lago artificiale capace di convogliare le acque dei canali dalle aree circostanti disinquinate e rimodellate;
 a nord, il parco delle colline comprendenti le superstiti aree verdi dei crateri di Agnano, Pianura, Pisani, Senga, il vallone Miano-San Rocco, il parco di Capodimonte, fino all’aeroporto di Capodichino, che prima o poi sarà dismesso.
Negli anni ’90 questo tema è affrontato dall’Emscherpark nel distretto della Ruhr (’91-’99), un gigantesco risanamento geo-architettonico e ambientale di un’area di 4.432 kmq, popolata da 5 milioni di abitanti con gli obiettivi particolari, riassunti da P. Zlonick, di: ricostruire il paesaggio, migliorare in senso ecologico il corso dell’Ems (un sistema
idrografico di 365 km), realizzare il canale Reno-Herne, recuperare l’archeologia industriale, riconvertire alcune industrie a tecnologia avanzata, riqualificare gli insediamenti urbani, creare nuove forme di attività sociali e culturali.
L’Emscherpark può essere un esempio interessante proprio nella prospettiva del risanamento idrogeologico e riqualificazione paesaggistica della Campania felix, anzitutto per l’analogia dimensionale (4.500 kmq) e demografica (oltre 4 milioni di abitanti), sebbene i due siti abbiano caratteristiche geologiche e storiche diverse.Nel ’97 il convegno di Modena su ‘Paesaggistica e linguaggio del grado zero dell’architettura’ chiarisce un passaggio teorico cruciale: ‘lo jato tra architettura e urbanistica è stato da tempo colmato mediante il concetto di urbatettura, ma questo serve scarsamente se non si effettua il trapasso alla scala paesaggistica, all’impegno creativo sul territorio’ (B. Zevi).
Intanto dall’ultimo decennio del XX secolo l’armatura urbana europea è investita da una ristrutturazione radicale non pianificata, innescata dall’attraversamento dei corridoi trans-europei che esigono la riorganizzazione delle reti, il riposizionamento sul territorio di distretti industriali e grandi funzioni terziarie (piattaforme logistiche, scambiatori intermodali, megadistribuzioni, outlet …), la riqualificazione quaternaria delle aree industriali dismesse e dei centri storici.
In questa gigantesca riconversione del territorio emerge in primo piano il problema del risanamento idrogeologico degli ecosistemi e della riqualificazione geo-architettonica e paesaggistica di grandi aree inquinate dall’era tardo-industriale, indifferente alla Storia e alla Natura.
In sostanza tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI, il riequilibrio ambientale a scala ecologica si impone articolandosi in forme diversificate e complesse come:
 il parco naturale Picayune, Mississipi, USA (E. Blake, 1979-1990), che ricrea un arboretum di ‘native plant’;
 il parco pubblico Cava Nord, Milano, Italia (M. Cerasi, 1984-2005) di circa 35 ettari destinato a bosco ‘naturale’, con un sistema di laghi di varia grandezza, attività ricreative, giochi per l’infanzia;
 il Negev Phosphate Works, Israele (S. Aronson, 1990) che ridisegna in chiave naturalistica un sito di attività estrattiva;
 il Landschaftspark, Duisburg nord, Germania (P. Latz, 1991-1999) che riconverte a parco pubblico attrezzato un’area siderurgica inquinata di 230 ettari;
 il Caesarea Archeological Park, Israele (S. Aronson, 1992), uno straordinario restauro paesaggistico di una città costruita dal biblico Erode il grande in onore dell’imperatore Augusto;
 il recupero delle antiche cave di Dionyssos, Attica, Grecia (A. Kouzoupi, 1994-1997) trasformata in museo del marmo;
 il Master Plan for the city of Beit Shemesh, Israele (S. Aronson 1996), una riforestazione a scala geografica;
 la riqualificazione dell’ex linea ferroviaria Berlino-Schönenberg, Germania (H. Knoll, 1996-2000);
 il recupero del litoral de l’Albufera, Valencia, Spagna (J. Solè, 1997, non terminato) esposto all’erosione eolica e marina;
 il parco fluviale Tejo e Trancão, Lisbona, Portogallo (G. Hargreaves, J. Nunes, 1997-2000) con la bonifica di discariche e corsi d’acqua inquinati, l’installazione di impianti di riciclaggio di rifiuti solidi e liquidi, la creazione di attrezzature sportive e servizi che valorizza un parco
di 160 ettari;
 lo Stadtpark Krefeld-Fischeln, Krefeld, Germania (A. Kipar, 1999), di oltre 100 ettari con giardini di quartiere su un’area di 1 km di lunghezza;
 il Piano del Verde fluviale della città, Torino, 1999, che bonifica 70 km dei fiumi Po, Dora Riparia, Stura, Sangone, collegati da percorsi pedonali, ciclabili, naturalistici, didattici con una tutela e valorizzazione paesaggistica;
 il parco agricolo del Baix Llobregat, Barcellona, Spagna (I. Castiñeira, 2000-2002) che coniuga sistemazione paesaggistico-naturalistica e produzione agricola;
 il parco dell’Appia antica, Roma, Italia (programmato dal PRG, da realizzare) con itinerari turistico-archeologici-naturalistici, attrezzati con attività sportive e servizi ricreativi …
In conclusione, tali tipologie di interventi dimostrano le concrete potenzialità di una cultura interdisciplinare in grado di affrontare, anzitutto, i problemi del risanamento idrogeologico degli ecosistemi e, quindi, della riqualificazione geo-architettonica e paesaggistica delle grandi aree degradate dall’era tardo-industriale.
Ma questo percorso verso il paradigma ecologico (organico-sintetico) è tutt’altro che semplice per le resistenze della perdurante visione riduzionista del paradigma meccanicista (analitico-riduttivo), sebbene insostenibile. Infatti è sempre più chiaro che: ‘la ragione dell’insuccesso ecologico della tecnologia è la seguente: diversamente dall’automobile, l’ecosistema non può essere diviso in settori manovrabili; perché le sue proprietà sono nel complesso, nei legami tra le parti. Un sistema che insista ad occuparsi solo di parti separate è destinato a fallire’ (B. Commoner).
Questo significa invertire un percorso naturale decollato dagli anni ’50 che ha perseguito un distacco progressivo dell’immagine architettonica dalla realtà metropolitana e ambientale, peraltro sempre più complessa. Oggi se l’architettura e la scienza del territorio vogliono contribuire alla costruzione della ineludibile prospettiva di ‘far pace col pianeta’ (B. Commoner) hanno l’elementare dovere di porre in discussione il modello di sviluppo su cui sono ancora fondate, ovvero le certezze economiciste, tecnocratiche e mercatiste dominanti ormai palesemente insostenibili. In definitiva occorre ricoprire la funzione capitale di un progetto interdisciplinare, estetico, etico e politico alternativo basato su una ‘nuova alleanza’ (I. Prigogine, ’73) con la Natura!
Progetto tanto ambizioso quanto inevitabile. Esso esige, evidentemente, un mutamento epistemologico sostanziale: la transizione dal paradigma meccanicista e dal paradigma storicista, asserviti alla globalizzazione consumista, al paradigma ecologico (‘a rete’), orientato verso una ‘green economy’ (B. Obama, 2009), un’era post-consumista e un habitat che vive in simbiosi con la natura.

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