Cosa insegna il Torrazzo

Cosa insegna il Torrazzo

E’ impressionante arrivare a conoscere il grado di maestria raggiunto dagli artigiani, dai capimastri, dai muratori vissuti nei secoli passati. Con meraviglia ci troviamo sempre di fronte a queste inaspettate scoperte, quando si svolgono restauri importanti. Oggi osserviamo il Torrazzo, il grande campanile simbolo della città di Cremona. La parete esterna in laterizio si erge per decine di metri perfettamente diritta. Malgrado l’altezza, malgrado la carenza di strumentazione tecnica dei costruttori, malgrado le difficoltà oggettive degli operai, che lavoravano in alto ed esposti alle intemperie, il muro sale praticamente diritto, con uno spostamento che a decine di metri di quota è di pochi centimetri rispetto alla base. E a secoli di distanza, senza aver subito interventi conservativi di sorta, la struttura del Torrazzo si è mantenuta sostanzialmente integra, malgrado l’acqua, il vento, i movimenti tellurici. In fondo un’opera di restauro serve anche a questo: non solo a togliere le erbacce cresciute nelle fessure, a ripulire le superfici, a verificare la tenuta delle parti strutturali, ma anche a conoscere veramente la qualità delle architetture storiche. Solo quando le conosciamo meglio, possiamo dire che queste sono per noi dei “beni culturali”: perché da loro abbiamo appreso qualcosa. Non ci siamo soltanto limitati a guardarle, con interesse maggiore o minore, ma abbiamo cercato veramente di carpirne i segreti. Solo allora possiamo davvero restituirle al godimento pubblico. Qui entra in gioco un altro aspetto: l’opera va “comunicata”. Proviamo un certo senso di orgoglio nel capire quanto fossero bravi a costruire nel basso medioevo. Vorremmo che chiunque guardi il Torrazzo possa provare lo stesso orgoglio: basato su una adeguata informazione. Vorremmo che qualcuno, anzi, molti si recassero a Cremona proprio per andare a vedere questa meraviglia. E come si raggiunge tutto questo senza un’adeguata comunicazione del bene culturale in oggetto? Ecco quindi il punto. Non a caso abbiamo scelto come nome della nostra rivista CHIESA OGGI architettura e comunicazione: senza comunicazione l’architettura si impoverisce. Naturalmente una grande opera comunica di per sé, si impone all’attenzione. Ma altro è guardarla in modo eminentemente estetico, altro apprezzarla nel fondo della sua intima essenza. Qui entra in campo l’importanza della comunicazione. Nell’intervista qui a lato, l’Arch. Carla Di Francesco, Soprintendente Regionale per la Lombardia, dà una chiara idea di quante e quanto importanti siano le opere di conservazione in corso. Ma a sua volta pone anche l’accento sul tema della comunicazione: le minuziose ricerche e i superlativi interventi che le Soprintendenze portano avanti per conservare il patrimonio culturale più ricco del mondo, che è quello italiano, potrebbero tradursi in infinite occasioni di crescita culturale per il paese, in infinite occasioni di dialogo, in infinite possibilità di arricchimento culturale, in infinite possibilità di attirare un nuovo turismo culturale, desideroso di conoscere la storia di questo paese attraverso le sue testimonianze più significative tra le opere d’arte e di architettura. Con un’adeguata comunicazione, il nostro patrimonio culturale potrebbe essere strumento anche di un non indifferente flusso di finanziamenti che permetterebbero di migliorare le condizioni di conservazione dei beni. Tutto questo vuol dire ridare nuova vita ai beni culturali. E quando parliamo di beni culturali ecclesiastici, vuol dire anche animarli a comunicarci ancora quell’ afflato di fede che i loro costruttori, col loro impegno, vi hanno impresso. Dobbiamo imparare a comunicare, oltre che a restaurare. Perché un conto è conservare, un conto è far rivivere. E comunicare è far rivivere. Fateci sapere quali opere culturali, quali restauri per esempio o quali interventi architettonici e artistici, avete in corso nelle vostre diocesi e, attraverso queste pagine, vedrete che acquisiranno un poco anche un nuovo significato, una nuova vita.

Giuseppe Maria Jonghi Lavarini

Beni culturali: Collaborazione tra Stato e Chiesa

A colloquio con l’Arch. Carla Di Francesco, Soprintendente Regionale della Lombardia

In che modo Soprintendenze e Chiesa collaborano in Lombardia per i beni culturali? A fine maggio è stato presentato, in una conferenza stampa, l’inizio dei lavori per il consolidamento del Duomo di Pavia, finanziato per una cifra di circa 14 milioni di euro dal Ministero dei Beni e le Attività Culturali. È solo un esempio: la collaborazione tra Chiesa e Soprintendenze è strettissima, sia per quel che attiene ai piani di finanziamento, sia per quel che attiene allo svolgimento di attività. Basta scorrere l’elenco degli stanziamenti statali nel 2003, per rendersi conto di come i beni culturali di natura ecclesiastica occupino una porzione cospicua. Gli impegni sono numerosissimi: dalla Certosa di Pavia alla chiesa di S. Maria delle Grazie a Milano, dalla basilica di S. Fedele a Como alla chiesa di S. Andrea a Mantova. Sono dei beni architettonici, ma simili impegni esistono anche per i beni storico artistici.

Il Torrazzo e la facciata del Duomo di Cremona

Tuttavia altro è conservare, altro è valorizzare… Anche in questo non esito a dire che c’è piena collaborazione: lo abbiamo riscontrato nel corso della recente settimana della cultura. Si è svolta un’opera di divulgazione, con mostre, visite guidate, pubblicazioni. Ad esempio: un’esposizione presso la Certosa di Pavia e un concerto per organo a San Maurizio a Milano.
Nel febbraio passato la IULM ha inaugurato un corso di laurea in comunicazione dei beni culturali.
Nelle Soprintendenze c’è moltissima ricerca: questa si riversa in pubblicazioni scientifiche. Ma certamente sarebbe assai utile poter disporre anche di una figura professionalmente dedita alla divulgazione e alla promozione culturale. Questo attualmente non esiste a livello di Soprintendenza, ma solo a livello di singoli enti museali, affidati ad esterni: per esempio la Pinacoteca di Brera o il Cenacolo vinciano hanno un sistema di comunicazione. Sì, sarebbe utile aggiungere un responsabile della comunicazione
nelle Soprintendenze. Avvicinerebbe ancora più i beni culturali al pubblico.

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