Con la pietra per i secoli

Con la pietra per i secoli

Quanto lo sviluppo della tecnica abbia influito sulle possibilità di progettare oggi, è difficile dirlo. Certamente l’uso del computer ha permesso di immaginare forme inconsuete e i nuovi materiali hanno dato l’idea di poterle concretizzare. L’opera di Frank O. Gehry a Bilbao è ormai un "landmark" nel campo dell’architettura. Ma nei progetti esposti alla Biennale dell’Architettura di Kurt W. Forster, imperniata sul concetto di "metamorfosi", questa tendenza appare spinta oltre ogni limite. Altro è vedere una, due, poche singole produzioni di quel tipo. Altro è osservare un certo atteggiamento di assoluta libertà espressiva, la ricerca della "liquidità" della forma, diffondersi per ogni dove. «La cifra prevalente della Mostra è l’ondulazione » ha scritto Giuliano Zincone sul Corriere della Sera. «Edifici spesso in bilico, cupole basse o plasmate in forme di meduse, di tentacoli, di tartarughe…Tutto questo, al di là della gioia per gli occhi e dello stupore, trasmette due sentimenti principali. Il primo è quello dell’omologazione. A quanto sembra, l’intero orbe terraqueo è invaso, contemporaneamente, da norme di bellezza e funzionalità simili tra loro…. Lo stile che aggiunge fascino (e identità!) a Shanghai, insomma, ha lo stesso risalto nel Bahrein, in California e nell’altipiano scozzese.
Il secondo sentimento è quello della precarietà… Perfino le materie con le quali sono costruiti insinuano immagini deperibili: di edifici che, tra qualche decennio, andranno radicalmente restaurati o forse abbattuti, per lasciare il
posto a altre creazioni più fresche».

Abbiamo citato ampiamente questo articolo perché cattura un elemento essenziale, che non deve sfuggire, della produzione contemporanea. Già vi sono luoghi nei quali (e probabilmente il Bahrein è tra questi) si accetta che la vita media degli edifici nuovi sia di una ventina d’anni. Ma questo è estraneo alla cultura europea. Basti pensare a un fatto evidente e contraddittorio. Si deve restaurare oggi il Beaubourg a Parigi. L’edificio è dei primi anni Settanta ed è diventato un elemento qualificante per la capitale francese.È tutto in vetro e ferro. L’operazione necessaria alla sua conservazione costa più che abbatterlo per ricostruire un edificio nuovo: dopo trent’anni di vita. La chiesa di Sant’Ambrogio a Milano ha circa un millennio e sta in piedi benissimo. San Pietro in Vaticano ha mezzo millennio e richiede solo qualche pulizia esterna perché l’inquinamento dai riscaldamenti e dal traffico stradale ne sporca la facciata.

Il sagrato e gli archi del Santuario di San Pio a San Giovanni Rotondo di Foggia.

Foto di Michel Denance courtesy RPBW.

Ma sta in piedi benissimo. Questo dice molto. Penso che l’architettura, e soprattutto l’architettura delle chiese – debba sì testimoniare la nostra epoca, ma restare, per trasmettere qualcosa di noi alle generazioni future. Nelle chiese che costruiamo imprimiamo qualcosa della nostra vita di oggi: del nostro modo di raccoglierci a pregare, di essere comunità. Non vorrei che tra trent’anni tutto questo fosse da buttar via. Nella chiesa ricerchiamo la permanenza, non la precarietà. Credo che uno dei motivi, forse quello principale, che ha spinto Renzo Piano a scegliere la pietra per gli amplissimi archi del santuario di San Pio a San Giovanni Rotondo, sia proprio il fatto che questa è simbolo di permanenza; l’opposto della precarietà. È sulla pietra che vogliamo fondate le nostre chiese, non sull’effimero. L’architettura contemporanea ha fatto passi da gigante. Il senso della permanenza non può abbandonarla. Pena il trasformarsi in qualcosa di diverso. Un edificio non è un’installazione artistica. E una chiesa, anche se è fatta oggi, deve restare nei secoli. Io credo che l’architettura del sacro sia testimonianza di fede per le generazioni di ieri, di oggi e di domani. La grande basilica e il piccolo santuario del Boden, nelle loro pietre sono testimoni che oggi, a noi cittadini del terzo millennio, fanno rivivere il gesto dei padri dei nostri padri che inginocchiati in preghiera ricevono l’Eucaristia!

Giuseppe Maria Jonghi Lavarini

 

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