Città e natura, l’antitesi rovesciata

Le città nascono come luoghi sicuri, dove abitare, lavorare, scambiare le merci …, in un mondo in cui la natura prevaleva in assoluto, e l’uomo aveva appena cominciato ad ‘addomesticarne’ piccole porzioni.
Costruire città era una fatica epica, che richiedeva una complessa organizzazione delle risorse, anzitutto umane. Fondare città era manifestazione di potenza, percepita come sfida alla natura, e quindi agli dei, come testimoniano gli antichi riti di fondazione. Nel corso dei secoli le città – quasi sinonimo di civiltà e umanità – hanno mantenuto alcune delle caratteristiche originarie: sono rimaste a lungo circoscritte, ‘isole’, approdi nel ‘deserto’ della natura dominante.
Ogni città doveva ‘controllare’ il proprio territorio, da cui dipendeva la sopravvivenza dei cittadini e, per i più fortunati, la loro ricchezza.
Dal primo medioevo si ricomincia a fondare nuove città, per ampliare e presidiare la riserva di territorio (parzialmente) antropizzato. E proprio allora nasce il detto ‘l’aria della città rende liberi’, perché la città offriva comunque opportunità di crescita sociale del tutto ignote alla campagna. Ancora nel ’500, secondo Braudel, si poteva attraversare tutta l’Europa senza mai uscire da boschi e foreste, ma proprio nel ’500 le cose cominciano a cambiare: l’oro e l’argento delle colonie d’oltreoceano moltiplicano i traffici, incentivano la navigazione e le manifatture e, in definitiva, la crescita delle città che, sempre più grandi e complesse, disegnano le nuove gerarchie del territorio. Il legno è il principale materiale da costruzione, per le navi e le città: le foreste iniziano lentamente a diradarsi.
E forse non è a caso che proprio nel ’500 si cominciano a progettare e realizzare i grandi parchi delle regge e delle ‘ville’ nobiliari, a volte aperti anche ai comuni cittadini, esibiti come ‘natura artificiale’, anche nelle parti in apparenza più ‘selvatiche’, come prodotto artistico e culturale, e come prova del raggiunto dominio sulla natura. Tendenze che esplodono poi nel giardino barocco, lussuoso complemento di città sempre più variegate, movimentate e complesse.
E tra ’500 e ’600 alcune città cominciano anche a dotarsi di spazi verdi, non destinati a orti, intorno alle mura urbane, e di piazze e viali alberati, mentre sempre più spesso parchi e giardini si aprono ai ‘piaceri del popolo’.
Nel ’700, a partire dalle grandi capitali, come Londra e Parigi, piccoli e grandi parchi urbani si diffondono anche fuori delle mura, e senza bisogno di nuove mura. Lo ‘stile’ dei parchi si evolve, soprattutto in Inghilterra, dove il parco/giardino, già esplicitamente artificiale e spesso complementare all’architettura, diventa progressivamente sempre più ‘naturalistico’, a rappresentare ‘paesaggi’ non urbani, ed è oggetto di progettazioni parallele, rispetto all’architettura e ai tracciati urbani.
E forse non per caso questa tendenza si afferma proprio nel primo paese in cui si è manifestata la ‘rivoluzione industriale’.
Progressivamente i parchi urbani diventano così una ‘dotazione’ più o meno ricca delle città, in parte proposti e/o percepiti come ‘memoria’ della campagna e dei paesaggi non urbani, in parte come elemento di equilibrio sociale – quasi un ‘diritto’ per le classi meno agiate – e strumento di ‘educazione’ alla vita della società urbana; ancora, come intuitiva ‘compensazione ambientale’, promossa per migliorare il clima e la salubrità dell’aria, secondo alcuni trattatisti, ma anche medici e igienisti.Dalla rivoluzione industriale alla belle époque questo patrimonio di tecniche, sottostanti funzioni, significati e ‘utilità’ dei parchi urbani trasla nei canoni diffusi e consolidati della città ottocentesca, a ingentilirne le ingegneresche pianificazioni che intorno alla città storica – spesso investita da robusti ‘risanamenti’ – disegnano isolati a scacchiera, ma anche grandi boulevards alberati, piazze e parchi. Le grandi città diventano metropoli, ma restano ancora compatte e sempre più affollate, tanto da suscitare preoccupazioni e qualche reazione, come ad esempio la proposta di ‘città giardino’ lanciata da E. Howard.
Più tardi invece, altri, più numerosi e determinati, sviluppano i concetti base della ‘città moderna’: non più edifici costretti negli isolati, ma stereometrie ‘pure’ e semplificate, disposte serialmente secondo l’asse elio-termico, su grandi spazi verdi, che non sono né parco né giardino, ma solo e genericamente ‘verde’. Le nuove espansioni urbane sono concepite come nuclei residenziali isolati, eventualmente dotati dei servizi essenziali (scuola, mercatino) – spesso definiti ‘quartieri’, in barba al significato della parola (quarto di città) – sempre più lontani, e spesso mal collegati alla città. Ma ormai le automobili liberavano gli spostamenti da orari e tragitti predeterminati: una mobilità anarchica, di cui allora non si prevedevano i costi sociali e ambientali.
Le città dunque non si ‘dissolvono’ come sperava/temeva B. Taut, ma esplodono in frammenti sparsi, che ricadono disordinatamente sui territori dei suburbi, consumando sempre più rapidamente ‘suolo’, carburanti ed energia in genere. Non a caso già da tempo molti paesi europei stanno cercando di arginare il fenomeno, ricompattando e densificando i tessuti urbani. In Italia, invece, dove una politica nazionale per le città manca dagli anni ’30 – e dagli anni ’90 manca anche una politica delle abitazioni – si farnetica di new towns per la ricostruzione post sisma de l’Aquila, e si plaude al 20% di aggiunta alle villette, che dovrebbe oltretutto salvare miracolosamente il paese dalla crisi economica mondiale.
Questa breve sintesi della lunga storia dei parchi e del verde urbano sta a dire che non saranno i futuri parchi, progettati o solo sognati dagli ‘architetti paesaggisti’, a salvare le città, se non saremo in grado di riportare sotto controllo la loro crescita, avviando una seria politica per la loro ristrutturazione e riqualificazione. E fuori delle città non ci saranno né parchi né giardini ma, eventualmente, solo qualche area naturalistica protetta, da visitare in punta di piedi.

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