Cinture verdi e aree agricole periurbane

In generale, i progetti presentati all’interno del Laboratorio possono essere suddivisi in tre gruppi, in relazione alla zona territoriale analizzata.
Un primo gruppo di progetti è quello in cui i temi trattati sono più prossimi alla scala urbana, e riguardano le strategie di riqualificazione dello spazio pubblico, principalmente nelle periferie, a partire anche dalle aree interstiziali: giardini pubblici minori, orti urbani, spazi liberi, percorrenze pedonali …
Pressoché tutte le opere presentate hanno mostrato un’apprezzabile ricchezza analitica (studi botanici con consulenze agronomiche, analisi di mercato, studi sociali), modi di rappresentazione/comunicazione a volte alternativi e attenzione alle relazioni con le preesistenze, in un quadro complessivo di estrema fattibilità realizzativa. L’attenzione posta sulle modalità gestionali dei servizi individuati ha sollecitato interessantissime riflessioni sul tema del rapporto tra spazio pubblico e privato.
Un secondo gruppo è riferito alla progettazione in aree periurbane (spesso territori agricoli produttivi, a volte tutelati) anche e soprattutto nei centri minori, sull’esempio tracciato dalle grandi città negli ultimi 20 anni. L’attenzione si sposta qui sulle tematiche della conservazione delle aree verdi e della biodiversità. Spesso i progetti presentati hanno lavorato su continui rimandi tra la piccola e la grande scala, in un’opera di riflessione e ricucitura delle trame territoriali.
Un terzo gruppo di ricerche affronta il tema dell’area vasta, operando in territori meno antropizzati. Si tratta di parchi tematici, soprattutto ecoparchi. In questi casi l’attenzione è stata rivolta principalmente alle modalità di utilizzazione e preservazione del territorio agricolo, al potenziamento della sua capacità produttiva in termini non solo di beni, ma anche di servizi di un certo tipo, e alle sue relazioni con le infrastrutture. La discussione si è incentrata sulle modalità secondo cui molte aree rurali abbandonate o soggette a pressioni speculative possano tornare a svolgere un ruolo economico o sociale importante. A coronamento delle esperienze progettuali raccontate dagli autori, Gianfranco Potestà propone una riflessione su Venezia, città nella quale il rapporto natura/artificio sembrerebbe risolto, dove il tempo ha perfezionato le forme del paesaggio antropizzato su quello naturale, dalle forme degli edifici a quelle delle gondole e delle forcole per guidarle nei canali. Città ‘sacra’ per Le Corbusier che per essa aveva progettato un ospedale modernissimo e assolutamente veneziano, città incantata eppure minacciata dalla delicatezza dell’ecosistema in cui è inserita. Nei secoli l’uomo ha salvaguardato l’ambiente lagunare, ma tanta sapienza è andata perduta, le barene su cui è nata Venezia si stanno consumando, alterando equilibri consolidati. Quale il futuro per la Serenissima? Forse occorre guardarsi indietro – afferma Potestà – per recuperare la perizia e la dedizione con cui, con modestia e pazienza, si curava il territorio, testimonianza di un mutato legame tra uomo e ambiente.Francesco Baldassare, Marco Da Prat, Matteo Verazzi dell’Università di Trieste hanno proposto Un progetto per Borgo San Sergio, riqualificazione degli spazi aperti di un quartiere popolare periferico triestino realizzato nel 1956 su progetto di Ernesto Nathan Rogers. I sopralluoghi avevano messo in evidenza che gli abbondanti spazi verdi di questa zona non erano vissuti come un valore dagli abitanti, ma percepiti come spazi residuali degradati o barriere, anche a causa della cattiva manutenzione. Per approfittare al meglio delle potenzialità del quartiere il gruppo di progettazione ha cercato di sviluppare delle vocazioni già evidenti. Le parti più estese e marginali del borgo sono destinate a verde boschivo o suolo coltivabile mentre le aree più a contatto con le residenze a verde privato con il coinvolgimento degli abitanti per la cura e la gestione del verde pubblico con vocazione ludico sportiva.
Interventi architettonici quali nuovi edifici intensivi, un palazzetto dello sport sul ghiaccio e una sistemazione a terrazzamenti, che modella una parte dell’area coltivabile, mirano ad allentare l’isolamento che questo quartiere vive rispetto al resto della città, attraverso la densificazione e all’iniezione di nuove attività di interesse urbano.
(vedi Progetto premiato, pag. 232)

Ignazio Amico, Damiano Caruso, Cristina Palermo
della Facoltà di Architettura di Palermo si confrontano con IN/OUT Campus ad Erice: riflessioni sul contenere e l’essere contenuto. La città è posta su una rocca e domina un’area ricca di valenze storico-paesistiche del trapanese. L’intervento agisce sul bordo orientale della città dove il limite urbano è più sfumato, e punta a riconnettere l’area al centro storico da cui è separata dalla nuova edificazione, che rappresenta ‘uno sfaldamento della continuità tipica della tradizione costruttiva ericina’.
Le variazioni altimetriche del terreno suggeriscono di sviluppare un progetto ipogeo per mitigare l’impatto visivo sulla città. L’analisi del tessuto storico ha portato alla riproposizione di tipologie, modelli, proporzioni e forme: le corti, mediazioni tra spazio pubblico e privato, che favoriscono le relazioni di vicinato, i grafemi-tipo che ricalcano il sistema degli antichi vicoli (mutuato dall’alfabeto arabo).
I sedici alloggi sono di due tipi, uno su un unico livello, e l’altro su due piani con coperture percorribili. (vedi Progetto premiato, pag. 214)

Valentina Battilà
dell’Università degli Studi di Camerino progetta il Parco dell’area di Fonte Maggiore di Macerata, una fascia ai margini della città con presenza di fonti ed ex lavatoi. Il parco a ridosso delle mura storiche si configura come elemento per valorizzare quest’ambito periferico e ridare unità e continuità, dove le infrastrutture hanno creato delle enclave. Il primo passo è stato quello di definire i percorsi distinguendo quelli di attraversamento del parco, quelli di collegamento al centro città e quelli periferici al parco, e selezionando tre ambiti divisi come attraversamento, camminamento e posizionamento. In alcuni tratti il nastro dei percorsi prende spessore e diventa architettura. Il secondo passo è stato l’identificazione delle funzioni da svolgere nell’area; a questo scopo sono stati proposti tre itinerari tipo che coinvolgono settori del parco diversi: quello sportivo, quello per il relax e quello didattico.
Il terzo passo è stato la progettazione degli spazi verdi e un’attenta scelta e abbinamento delle essenze arboree, anche in riferimento ai cambiamenti stagionali.(vedi Progetto premiato, pag. 226)

Nella città di Teramo di grande interesse storico archeologico è l’isolato tra via del Teatro Antico e via dell’Anfiteatro: Gilda Bacchetta e Caterina Di Paolo, dell’Università di Chieti-Pescara, se ne occupano nel progetto Teramo. Archeologia e storia di un paesaggio urbano: il quartiere di Santa Maria a Bitetto. La preesistenza romana del teatro nei secoli era stata coperta da costruzioni. Nel 1939 il Piano di Risanamento di Santa Maria a Bitetto stabilì di demolire l’edificato che insisteva sul teatro per far emergere i resti romani, in accordo con la linea di pensiero sul restauro che tendeva a salvaguardare il più antico.
Il gruppo di studio con un paziente lavoro di archivio ha ricostruito virtualmente l’isolato come appariva prima del Piano di Risanamento per studiare la complessità delle sovrapposizioni storiche ormai non più esistente. Questa ricerca è servita come premessa per l’elaborazione del progetto mirato alla conservazione e la valorizzazione del quartiere. In particolaread un museo è affidato il compito di interrompere l’isolamento del sito archeologico aprendolo alla vita cittadina attraverso la funzione didattica. Il Palazzo Adamoli, unico superst
ite verso la cavea del teatro, media la quota stradale e quella archeologica, ed è punto d’affaccio dai balconi sugli scavi romani. L’intervento è inserito in una rete che mette a sistema tutti i siti di interesse archeologico
a Teramo. (vedi Progetto premiato, pag. 217)

Alice Cenci e Sara Mariani hanno presentato un Progetto di riqualificazione di area agricola periurbana del Comune di Camerata Picena – Parco e Istituto Botanico.
Tra le colline marchigiane una valle ad uso agricolo tra le località di Camerata Picena e Cassero si distingue per le qualità paesaggistiche ancora poco valorizzate. Per le progettiste un parco agricolo è l’opportunità per dare un nuovo sviluppo compatibile con l’identità storico- culturale di questi luoghi, messa in crisi da un processo di industrializzazione che sposta le risorse umane ed economiche verso le piane vicine. Camerata Picena e Cassero sono distanti quattro chilometri e questa distanza viene coperta da nuovi percorsi che superano i salti di quota avvolgendosi e svolgendosi sui pendii. L’itinerario è scandito ogni chilometro da edifici che ospitano la mostra mercato dei prodotti agricoli ed artigianali, le due sedi dell’istituto botanico di ricerca e sperimentazione e infine il polo ricreativo-informativo. Le stecche inclinate degli edifici entrano ed escono dal terreno a imitazione di tagli e rialzi naturali per armonizzarsi col paesaggio collinare anche grazie alle coperture verdi e all’integrazione con la vegetazione del parco.La proposta per Europan 9 di Salvatore Rugino per Flows. Flussi naturali e artificiali – Il nuovo ingresso alla città di Reggio Emilia parte da un’analisi del territorio dalla grandissima alla piccola scala.
La presenza di importanti infrastrutture come la nuova linea della TAV e l’autostrada, ma anche di strade congestionate come la via Emilia e via Gramsci, nonché di fiumi e canali che delimitano campi coltivati, determina un quadro territoriale fortemente frammentato là dove si vorrebbe rinsaldare la nuova espansione urbana con la città consolidata.
La scala umana e i flussi naturali e artificiali prodotti dall’uomo e dalle sue attività sono gli elementi generatori del progetto. Così vengono inquadrati cinque ambiti distinti secondo la distanza dal centro cittadino, espressa in metri e in tempi di percorrenza.
L’impostazione planimetrica ripropone la trama della tessitura dei campi. L’impianto del nuovo intervento rilegge la forma della città antica di Reggio Emilia su cui si adattano gli edifici in programma (un mix funzionale composto da quote di commercio, residenza, direzionalità, attività ricreative e culturali, servizi pubblici).

L’analisi del territorio di Serra San Quirico (An) ha portato Romina Nespeca e Alessio Perdicca alla progettazione dell’Ecomuseo a barre. Sono stati individuati due ambiti, quello territoriale dell’alta collina e quello della dorsale marchigiana e di due assi generatori del territorio derivanti dal corridoio vallivo dell’Esino. Gli autori hanno scelto di intervenire nel fondo valle dove si è sviluppato il nuovo abitato della piccola cittadina e dove si trovano le industrie per la produzione di carta, attività tipica della zona, e i fasci infrastrutturali.
Un segno forte identifica l’intervento: l’asse che collega la stazione ferroviaria alla strada comunale è segnata da setti trasversali in pietra e portali di acciaio con funzione espositiva. Lo stesso asse taglia il canale ed entra nella collina, presso la quale fasci modellati in forme organiche lo intersecano dando luogo ad altri ambienti dell’Eco Museo della Carta. (vedi Progetto premiato, pag. 234)

Exp@rk tour. EXPerimental @gricoltural peRK for a rural TOURism è il nome dato al parco progettato da Elisa Deiana all’Università degli Studi di Cagliari.
Un’area rurale della Sardegna centro meridionale, oggetto di una passata bonifica, si presenta come un quadrilatero segnato dai confini dei poderi e dalla rete dei canali e della viabilità esistente, con ai vertici quattro paesi. La proposta è quella di dare nuovo impulso alle attività agropastorali dell’area con l’inserimento di nuove attività compatibili che aumentino la fruibilità, la visibilità delle attività e produzioni locali e portino a migliore espressione le potenzialità paesistiche di questa porzione di campagna.
Il progetto prevede l’individuazione di appezzamenti che ospitano queste nuove attività costituendo un sistema che insieme al nuovo percorso del parco, ‘un filo rosso sinuoso che spezza la monotonia e la rigidità dell’impianto’, rappresenta il lievito capace di dar nuova vita alle attività tradizionali. Piccole istallazioni sono collocate lungo i percorsi, singole come semplici ripari o aggregate per ospitare servizi più complessi fino alla formazione di veri e propri mercati all’aperto o esposizioni di prodotti locali.
Alcune preesistenze all’interno del parco sono diventate luoghi di particolare richiamo: è il caso del rudere di un ex zuccherificio dell’ottocento mai entrato in funzione, attorno al quale viene allestito un campeggio.

Il lavoro di Andrea Capretti e Andrea Rivosecchi, il Parco botanico di Gallignano, si basa su alcune parole chiave: fruibilità, funzionalità, riconoscibilità. Nell’area extraurbana, a sud ovest di Ancona, esistono piccoli centri immersi nel territorio coltivato; tra loro Gallignano risulta il più interessante perché prossimo alla Selva di Gallignano, di notevole interesse naturalistico.
L’intenzione progettuale è quella di migliorare la ricettività della Selva e dei piccoli centri urbani poco serviti da adeguate infrastrutture.
La fruibilità è garantita dalla creazione di una rete di percorsi che attraversano l’area secondo diverse modalità e attraverso l’inserimento di funzioni ricreative e d’accoglienza, poste nelle serre al centro del parco. Le tre serre sono l’elemento architettonico che dà riconoscibilità all’intervento attraverso un linguaggio deciso che esibisce l’aspetto tecnologico degli edifici.
Gli spazi aperti sono divisi in settori (piante esotiche, officinali, arbustive, da frutto, giardino botanico odoroso).

Alessia Apolloni e Marco Cecchi hanno presentato un Laborato-rio botanico a Genga, riconversione di area industriale in zona periurbana.
In un’area di interesse paesistico, nota per le Grotte di Frasassi (An), con montagne e vallate ricoperte di boschi o coltivazioni agricole, si trova il comune di Genga. La cittadina è posta in alto a dominare la valle del fiume Sentino che scorre parallelo a due strade pedemontane.
La fascia valliva è disegnata dalla maglia delle coltivazioni e delle proprietà agricole, interrotta in alcuni punti dalla presenza di siti industriali legati al settore meccanico in parte in disuso. L’occasione progettuale per Cecchi e Apolloni sta nel recuperare una di queste aree dismesse con l’istituzione di un laboratorio botanico capace di valorizzare le qualità naturalistiche dell’area ed innescare un processo di sviluppo sostenibile del territorio, attraverso la partecipazione attiva della comunità locale (gli anziani del Comune di Genga, gli studenti dell’Istituto Tecnico Agrario di Fabriano, gli studenti delle scuole elementari e medie).
Il progetto comprende giardini e serre aperti a visite guidate e laboratori didattici, spazi di vendita della produzione e alloggi e mensa per studiosi e visitatori. L’impianto ricalca il tracciato dei campi nei setti di pietra a secco che racchiudono gli edifici in calcestruzzo armato.Marina Di Marino ha presentato i risultati della Ricerca di Dottorato in corso su ‘Reti ecologiche, un paradigma di
sostenibilità ambientale e sociale’, XXII ciclo PUTeA, DiAP, Politecnico di Milano, La realizzazione di cinture verdi attraverso lo sviluppo della rete ecologica (della landscape ecology). I casi di Montreal, Milano, Roma. L’obiettivo, attraverso tre casi studio, è quello di indagare ‘il passaggio dal modello alla realtà, cioè dal disegno territoriale alla fase attuativa e realizzativa delle reti ecologiche’.
Le cinture verdi, all’interno di un sistema di rete ecologica, sono in grado di mettere in relazione le aree protette con quelle intercluse tra aree fortemente urbanizzate attraverso interventi di valorizzazione e miglioramento ambientale; hanno spesso un ruolo di cerniera tra le aree fortemente antropizzate e quelle agricole o naturali.
Analizzati alcuni casi di parchi di cintura (il Parco Agricolo Sud della Provincia di Milano, le zone agricole attorno Montreal, i ‘nastri verdi’ della Provincia di Roma) e di parchi lineari (esempio Dorsale Verde Nord di Milano, il corridoio forestale di Mont Saint Bruno della regione metropolitana di Montreal, il corridoio nord ovest – sud est dal Parco di Vejo a quello dell’Appia Antica a Roma).

Sul litorale abruzzese presso Francavilla al Mare Ciro Mariano Decembrino dell’Università degli Studi di Chieti-Pescara propone una Nuova centralità nel Fondovalle Foro.
La realizzazione della bretella di collegamento e del prolungamento del tracciato della nuova S.S. 16 verso Ortona dà impulso all’idea di costruire il nodo stradale come porta di accesso del parco istituito a tutela del fiume Foro. Una torre polifunzionale, un  complesso fieristico, insediamenti residenziali e ricettivi sono gli elementi attrattori del  parco e gli strumenti di promozione turistica del territorio. L’accessibilità al parco è facilitata da una stazione metropolitana e da parcheggi di interscambio. Curata fin nei dettagli la sostenibilità ambientale dell’intervento con impianti di fitodepurazione, sistemi di raccolta e smaltimento delle acque meteoriche per l’irrigazione del parco, il ripristino della vegetazione ripariale, l’autosufficienza energetica (quasi totale) dei nuovi edifici, lo sfruttamento di illuminazione e il riscaldamento passivo, il miglioramento della qualità dell’aria, l’uso di microelico lungo il tracciato stradale.

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