Chiesa Tedesca -Un imitabile modello di efficienza – VeneziaRiflettendo sull’ultima Biennale (G. Grasso)

UN IMITABILE MODELLO DI EFFICIENZA
Oggi c’è un buon rapporto tra lo Stato tedesco e le Chiese cristiane. Quest’anno l’Arcidiocesi di Colonia ha ospitato il convegno nazionale sulle nuove chiese e sull’adeguamento.
La situazione delle Chiese nell’odierna Repubblica Federale Tedesca risente di una lunga storia che comincia, in qualche modo, con il Concordato di Worms (I I22) tra Enrico V e Callisto I1 che poneva fine alla “lotta per le investiture”. Oggi esiste un buon rapporto tra la Repubblica Federale e le diverse confessioni cristiane. I fedeli di ognuna di esse pagano una “tassa per il culto”. Non è il 18 per mille che lo Stato italiano deduce dal proprio gettito delle imposte a favore di enti e tra essi e la Chiesa Cattolica. E’ una tassa in più che i fedeli, tramite lo Stato, pagano per sovvenire alle necessità delle loro Chiese e alle importanti iniziative di carità che le Chiese realizano nel Terzo Mondo. Le Diocesi non arrivano a quaranta. La loro struttura burocratica è esemplare. Nel General Vikariat di Colonia, due milioni e seicentomila abitanti, lavorano il Vicario Generale e altri sette preti. Gli altri 592 sono laici, ognuno ha la sua qualifica e la sua professionalità. Come in tutte le organz-zazioni che si rispettano, è importante l’aggiornamento. Così, anche quest’anno, si sono tenute le giornate per gli addetti alle nuove chiese e all’adeguamento di quelle esistenti. La riunione si è svolta alla Maternushause con la partecipazione del nostro collaboratore p. Giacomo Grasso che ha riportato l’esperienza italiana, sorretta dai più recenti documenti della Conferenza Episcopale. Dopo aver esposto la filosofia e i contenuti di questi, p. Grasso ha presentato esempi in parte già pubblicati su CHIESA OGGI architettura e comunicazione. I presenti hanno mostrato notevole attenzione. C’è un problema comune: I’adeguamento, che domanda sempre grande finezza nell’intervento.

RIFLETTENDO SULL’ULTIMA BIENNALE
Un’analisi critica di p. Giacomo Grasso: “Nella mia testa frullano ancora le immagini della Sede della Biennale… Di-scutibile la proposta ‘più etica meno estetica”‘.
Massimiliano Fuksas pare non sia più nelle grazie di chi presiede alla Biennale. Quel che importa è che vi è stato. Nell’introduzione al Catalogo egli ricorda come la questione estetica-etica sia stata sollevata, ad esempio, da Kant, ma non ritiene di dovervisi soffermare. Ben altrimenti ha agito qualche anno or sono il prof. Penco, dell’lstituto di Filosofia della Scienza dell’Università di Genova, nell’assegnare a un suo studente una tesi che ipotizzava come vana la fatica di quei filosofi anglo-americani che vogliono provare l’esistenza di una coscienza cognitiva nei computer. Allo studente è stato chiesto di non citare solo Kant, ma di partire da Aristotile, per passare attraverso Cartesio e alla fine attraverso Kant, sempre accompagnati dall’ombra diWittgenstein. Fuksas ha dribblato quello che doveva, per correttezza, dunque per etica professionale, che sempre etica è, prendere, seppur rapidamente, in considerazione. Non l’estetica, forse, visto che se ne vuole proponre meno, ma l’etica certamente, visto che se ne vuole proporre di più. Cavarsela con una battuta su Kant non è solo uno sfregio che il grande pensatore tedesco non si merita, ma è gettare polvere negli occhi a chi legge l’lntroduzione e specialmente a chi si è messo in viaggio per vedere la Biennale. Che mai è l’etica e quali rapporti ha con l’estetica? Certo la risposta non è facile. Italo Mancini, il grande pensatore italiano di Urbino, nel 1989 proponeva, in uno snello saggio pubblicato a Genova da Marietti, forme etiche delI’oggi italiano, e le raggruppava in tre filoni: cristiano, marxista e neo-nominalista.

 

 

 

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