Chiesa dello Spirito Santo a Portoviejo (Equador)Il colore dell’artigianato andino

CHIESA DELLO SPIRITO SANTO E DI S.ALESSANDRO A PORTOVIEJO (ECUADOR)

La chiesa è posta arretrata rispetto alla strada. Il campanile di 30 metri è visibile da lontano. Il battistero. Le pareti traforate definiscono l’ambiente ma permettono la circolazione dell’aria.

Portoviejo è una città di 250.000 abitanti nella regione del Manabì, sulla costa dell’Ecuador. La nuova chiesa, voluta dai missionari italiani e realizzata col contributo degli artigiani locali su progetto di Cesare Aresi, si presenta come una struttura solida, radicata nel territorio, ricca delle diverse suggestioni che raccoglie dalla vecchia Europa e dalla tradizione locale.

La sua storia è esemplare della fede vissuta nel segno della novità, dell’ottimismo, dell’apertura al futuro dei fedeli del nuovo continente. La regione di Manabì era rimasta per oltre cinquant’anni priva della presenza della Chiesa Cattolica, a seguito della politica imposta dai generali “liberali” di fine Ottocento. Grazie all’opera di Mons. Ruiz Navas, primo arcivescovo di Portoviejo e presidente della Conferenza Episcopale Ecuadoriana, si è verificata una rinascita della fede. Mons. Ruiz Navas ha promosso l’edificazione di nuove chiese e il recupero delle poche antiche chiese esistenti. La riedificazione della cattedrale di Portoviejo è stato il primo passo, compiuto agli inizi degli anni Novanta; è seguita la costituzione di quattro nuove parrocchie, tra le quali questa, dedicata allo Spirito Santo, nel 1998. La nuova parrocchia, che sorge in una zona periferica in parte di carattere residenziale e in parte di tipo “bidonville”, conta circa 5.000 abitanti. Retta da sacerdoti italiani, si è avvalsa del contributo della Diocesi ma anche dell’apporto di benefattori italiani, tanto da indurre una doppia denominazione della chiesa: oltre che allo Spirito Santo, anche a S. Alessandro Martire, patrono della Chiesa bergamasca, le cui reliquie sono state donate dal Vescovo di Bergamo (assieme a quelle di Papa Giovanni XXIIII) per essere poste ai piedi del nuovo altare. Il progetto prese forma dall’incontro tra due vecchi amici di infanzia: uno, don Dario Maggi, era diventato sacerdote e missionario in Ecuador e si trovava nella natia Bergamo per un breve periodo; l’altro, Cesare Aresi, era nel frattempo diventato architetto. Il primo schizzo della chiesa venne eseguito al tavolo del caffè dove i due si sedettero per rievocare la antica amicizia. Doveva essere una chiesa a pianta centrale, ben inserita nel contesto culturale e architettonico; le opere parrocchiali dovevano trovarsi presso la strada per accogliere i bisognosi e la chiesa restare arretrata rispetto a queste. Chi fosse arrivato avrebbe dovuto poter entrare nella scuola, nel centro culturale, nell’ambulatorio senza passare dalla chiesa. Questa doveva affacciarsi su una piazzetta, doveva essere il cuore del centro parrocchiale e doveva essere protetta dai rumori della strada, malgrado che a Portoviejo non si usino vetri alle finestre: il clima, caldo e umido, richiede una continua circolazione d’aria. Così è nato questo centro parrocchiale, articolato e complesso, adatto a rispondere alle esigenze più diverse. Le opere parrocchiali includono, oltre all’abitazione dei sacerdoti e a quelle delle suore di Maria Consolatrice, uffici e aule per i gruppi ecclesiali e le attività pastorali, spazi per il gioco, l’oratorio con cucina e refettorio, aule per la catechesi, un auditorium, la casa del custode, un piccolo pensionato per studenti, una biblioteca con aule per lo studio, ambulatori di base e una farmacia. Tutte queste opere parrocchiali si affacciano sulla piazza interna, usata anche per le funzioni all’aperto.

La cuspide ottagonale rappresenta l’evoluzoine naturale della pianta risultante dall’incrocio di un quadrato con un cerchio. La planimetria del complesso. Si nota come verso la strada siano collocate le opere parrocchiali.

Il campanile svetta coi suoi 30 metri di altezza e segnala da lontano la presenza della chiesa, insieme con due cuspidi sormontate da croci, che dominano il battistero e il tiburio centrale. Per il progetto della chiesa si è ricorso a criteri proporzionali di valenza simbolica. La pianta centrale è definita da un quadrato e da un cerchio intersecantisi in otto punti dai quali sorgono le colonne che sorreggono la copertura. Il raggio del cerchio di base è di 12 metri, numero di memoria biblica ed evangelica. Il battistero si eleva sul lato destro della facciata. Negli angoli della costruzione prospicienti il presbiterio trovano posto la penitenzieria e la sagrestia aperta (c’è anche la sacrestia chiusa alla base della torre campanaria) da dove parte la processione dei celebranti e dove si conclude ogni funzione col commiato tra sacerdote e fedeli. Un portico recinge tutta la chiesa. Se all’esterno predomina il bianco, mentre solo alcuni elementi sono rifiniti in piastrelle colorate, all’interno trionfano i colori. Pareti e vetrate riprendono le tinte tradizionali degli affreschi delle cattedrali: il rosso, il blu, e il giallo – la vita, il cielo, la luce. La costruzione della chiesa è avvenuta col concorso attivo della comunità locale e di coloro che a Bergamo hanno lavorato al progetto, nella definizione del quale è stato cruciale l’intervento di Mons. Lorenzo Voltolina per la conformazione dello spazio liturgico. La realizzazione è stata seguita in loco dall’architetto David Cobeña e dall’Ing. Rodrigo Giler. La direzione dei lavori si occupava ogni giorno, secondo la tradizione edificatoria locale, di acquistare i materiali per far lavorare il cantiere durante la giornata. La struttura in cemento è “armata” con canne di bambù, come si suole nelle costruzioni della zona. I decori sono stati curati dagli stessi muratori: si tratta di personale non specializzato, ma capace di svolgere tutte le funzioni necessarie alla costruzione. Le ceramiche colorate sono
lavorate secondo la tradizione antica del luogo, che risale all’epoca precolombiana. Vengono cotte giorno per giorno nel forno di un villaggio i cui abitanti sono totalmente dediti all’argilla: un villaggio che vive sulla vena di argilla e si muove secondo questa, man mano che gli scavi procedono. La circolazione dell’aria entro la costruzione è fondamentale per il controllo climatico. I muri e le coperture sono costruiti con il sistema della doppia camera per la circolazione dell’aria. Nelle pareti spiccano gli “entramados” (pannelli frangisole in canne o calcestruzzo). Di fronte all’entrata è posta una “mampara”, derivante dalla tradizione coloniale, formata da una porta e due possenti colonne. Le porte in ferro battuto sono state eseguite da due artigiani che, seguendo il loro estro, hanno prodotto, pur sulla base degli stessi disegni, opere in parte diverse.

La cura artigianale con la quale è stata costruita la chiesa, ne fa di per sé un’opera di pregio. Lo si nota nel dettaglio, nella cura con la quale sono disposti tutti i singoli pezzi: i mattoni, le piastrelle, le inferriate, le tegole. Ma vi sono anche opere d’arte, provenienti dai due continenti. La croce sopra l’altare è opera del francese Arcabas mentre la statua della Virgen de Quinto è una copia di una nota statua della scuola artistica di Quito. Si tratta di una scuola sorta dall’insegnamento dei Francescani agli indios nel ‘600. Famosa per i suoi “incarnati” questa scuola artistica realizza superfici lucidate con budello di bue, dal colore morbido e sfumato. Nel battistero è invece posto un arazzo intessuto dal laboratorio di Olga Fish, artista rumena che ha fatto rivivere la tradizione tessile ecuadoriana. Nell’arazzo è raffigurato un fiume rosso, il Rio Pastaza (fiume della foresta amazzonica ecuadoriana), simbolo del battesimo in acqua e in Spirito Santo. Nelle decorazioni delle opere in pietra (altare e ambone), nei capitelli e nel disegno dei portali, sono stati ripresi elementi della cultura precolombiana della costa, con motivi geometrici, ma anche il disco solare, simbolo universale della divinità. La pietra usata per l’altare, l’ambone, il fonte battesimale, il porta cero pasquale e la base della croce stile proviene dalle cave della Sierra ed è stata lavorata a piè d’opera dalle maestranze locali. Le parti in legno sono opera di un laboratorio di Latacunga, paese montano fondato dagli operatori italiani della missione “Mato Grosso” e oggi gestito direttamente dagli indios.

La “mampara”, sorta di schermo di entrata in muratura con inferriata apribile per le celebrazioni solenni Uno dei tre portoni in ferro battuto

Chiesa dello Spirito Santo e S. Alessandro Martire
Indirizzo: Avenida 5 de Julio, Portoviejo (Manabì) Ecuador
Committente: Arcidiocesi di Portoviejo (Manabì) Ecuador
Progetto: Dr. Arch. Cesare Aresi, “Studio A”, Brignano Gera D’Adda, Bergamo
Collaboratore: Arch. David Cobeña, Portoviejo
Calcoli c.a.: Ing. Rodrigo Giler, Portoviejo
Campane: AEI di Perego S.A.S., Pozzuolo Martesana (MI)
Foto: Cristoph Hirtz, Quito (Portoviejo)

L’impresa e la Chiesa: A.E.I.
Le campane italiane di Portoviejo L’impianto campanario della Chiesa di Portoviejo in Ecuador è stato commissionato nel 2001 dallo studio degli Architetti Cesare Aresi e Maurizio Castelli, autori del progetto della Chiesa, alla A.E.I. di Perego & C. di Pozzuolo Martesana (MI). La A.E.I. ha preparato il progetto dell’incastellatura sulla base dei disegni della torre e delle campane scelte, un concerto di 5 campane con le seguenti caratteristiche: Il castello è stato premontato e collaudato in officina, smontato ed interamente zincato a caldo prima di essere inviato in Ecuador. Un tecnico della A.E.I. si è poi recato a Portoviejo nel novembre 2001 per effettuare il montaggio sul posto. Come si vede dalle foto, l’impianto prevede l’utilizzo del “Ceppo Motorizzato”, prodotto esclusivo e brevettato della A.E.I. di Perego, che consente di movimentare la campana senza bisogno di motori, ruote e catene visibili all’esterno. Tutto ciò che serve all’automazione della campana è protetto all’interno del Ceppo, con evidenti vantaggi dal punto di vista della affidabilità, oltre che estetici. Con questo sistema è possibile riproporre qualsiasi tipo di suono, dal suono a slancio ai concerti con le campane che frenano a bicchiere, come si usa anche nel caso della Parrocchia in questione. Sono previsti anche 5 elettropercussori per suonare le campane ferme, in modo da poter proporre delle melodie ed i segnali orari. L’intero impianto è poi controllato da un orologio programmatore che consente di suonare le campane manualmente, oppure di registrare concerti o melodie per poi programmarne la riproduzione al giorno ed all’orario desiderati.

 

Condividi

Utilizziamo i cookie per offrirti la migliore esperienza sul nostro sito web.
Puoi scoprire di più su quali cookie stiamo utilizzando o come disattivarli nella pagine(cookie)(technical cookies) (statistics cookies)(profiling cookies)