Capanni, lecampane che fanno storia

Capanni


Una parte della sezione “Campane” della mostra che ha avuto luogo a Ferrara nell’occasione di Restauro 2001. Alcune campane della storica collezione Capanni, la famiglia che porta avanti l’antica tradizione campanara di Castelnovo ne’ Monti. Il concerto di campane esposto all’esterno dei padiglioni della Mostra. Il concerto veniva suonato ogni giorno da esperti maestri campanari.

Mentre le altre famiglie di tradizione campanaria rifondevano le campane vecchie per farne di nuove, la famiglia Capanni, che dal ‘600 rappresenta un punto di riferimento per tutti i campanari della zona, le raccoglieva. Così nel tempo si è venuta costituendo una impressionante collezione di campane antiche: 400, la più antica risale al 1200. Esposta per la prima volta nell’occasione di “RESTAURO 2001” a Ferrara, la collezione è destinata a diventare Museo.

La mostra Il Suono del tempo, che ha avuto luogo nell’occasione del salone “Restauro 2001” svoltosi a Ferrara nel marzo scorso, ha presentato, in due sezioni, orologi meccanici da torre e le campane: due elementi che scandivano il tempo per le comunità nel non lontano passato. Beni culturali inaccessibili, perché collocati sui campanili o sulle torri civiche, e per questo forse dimenticati, sono diffusi capillarmente, quasi come fossero dispersi, sul nostro territorio. Per la loro salvaguardia altrettanto diffuso e capillare dovrebbe essere l’interesse nei loro confronti. La sezione Campane, a cura del Comune di Castelnovo ne’ Monti, ha presentato una prima riflessione su questo tema che dovrebbe essere poi sviluppato in un progetto di museo. Sappiamo che la rottura delle campane non è frequente: esse sono fuse con bronzo ad alto tenore di stagno e questa lega rientra tra quelle per le quali non esiste il “limite di fatica”. Esistono ancora e in buon numero campane del 1500 e del 1600 “logorate” e “infossate” che continuano a suonare regolarmente. Le tecniche di restauro e ripristino vanno dalla semplice applicazione di tiranti, alla saldatura, alla ricostruzione vera e propria, al recupero delle “maniglie” di sostegno. Tuttavia la parte vibrante di una campana non ha una durata illimitata: dopo un numero, sia pure straordinariamente elevato, di vibrazioni – sollecitazioni alternate, può avvenire la rottura, anche una semplice fessurazione, e se questa si trova nella parte vibrante, la voce viene a mancare e la campana non è riparabile. Non resta allora che la rifusione. A Castelnovo ne’ Monti “capitale” della montagna reggiana, collocata al centro delle vie di comunicazione più importanti di Reggio Emilia, Parma e Modena verso il versante toscano e ligure, alcune famiglie locali praticano da secoli una particolarissima attività artigianale: l’antica arte della fusione campanaria. Nella cittadina ai piedi della pietra di Bismantova si è concentrata così l’eredità di questa antica tradizione che riguardava numerose famiglie dell’Appennino reggiano: dai Bimbi di Civago, provenienti dalla Garfagnana, ai Betalli, ai Copellini, ai Ruffini fino ai Capanni che a partire dal ‘600 divengono il punto di riferimento per tutti i fonditori locali. In questo panorama si colloca la Fonderia Capanni, attiva ancor oggi, con una particolarità: la famiglia Capanni da più generazioni non ha rifuso le campane rotte, ma ha utilizzato per la fusione bronzo nuovo. Nascono da questo fatto, da un lato la disponibilità di una ricchissima collezione di circa 400 pezzi che partono dal 1200 per arrivare fino ai giorni nostri; dall’altro un patrimonio di esperienza quasi unico che affronta ogni aspetto della fusione, da quello tecnico a quello artistico a quello musicale. Oggi, dopo alcuni secoli di attività i maestri fonditori castelnovesi possono vantare la paternità dei concerti di campane delle principali chiese e monasteri del Nord Italia e della Toscana. Tra questi il “Baion” del Duomo di Parma e “Maria Dolens”, la storica campana di Rovereto, di 35 quintali, che dal 1965 ricorda i caduti della grande guerra. La mostra ha presentato la collezione Capanni nella quale sono presenti pezzi fusi da numerose fonderie italiane, la maggior parte delle quali oggi non sono più attive; ha dedicato un pannello agli aspetti sonologico e musicologico, alle tecniche di suono e di “concerto” con le differenze regionali e locali: da qui prende spunto l’idea di Museo. La mostra è stata arricchita da alcune campane della collezione Capanni; negli spazi antistanti il padiglione è stato allestito un concerto di campane: maestri campanari lo hanno suonato una volta al giorno.

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