Bergamo:La Diocesi e il suo tempo

La Diocesi di Bergamo si estende su un’area di 2.442 km e rappresenta una popolazione di 878.569 abitanti. Suddivisa in ventotto vicariati, comprende 389 parrocchie, delle quali 31 in città, con circa 1500 edifici religiosi tra città e provincia. Delimitata a Nord dalle Prealpi Orobiche, ad Est dal fiume Oglio, ad Ovest dal fiume Adda, confina rispettivamente con le diocesi di Como, Brescia, Milano, mentre a Sud, su un confine non nettamente delineato, con le diocesi di Crema e Cremona. Rispetto all’estensione del territorio amministrativo la diocesi abbraccia otto decimi della provincia di Bergamo, con 14 parrocchie appartenenti alla provincia di Lecco, oltre a Paratico, luogo di confine della diocesi bergamasca appartenente alla provincia di Brescia.Trentanove parrocchie, pur essendo in terra bergamasca, dipendono da altre diocesi : dodici da Brescia, diciassette da Cremona e dieci da Milano.

 

Evangelizzazione di Bergamo
La formazione e lo sviluppo della diocesi di Bergamo hanno radici lontane. Per identificarle si deve risalire all’incirca al IV secolo d.C., periodo in cui nell’attuale Lombardia le città di Milano e Brescia furono le prime ad essere evangelizzate. Ma a differenza di altre diocesi lombarde che alla loro costituzione ebbero dei vescovi, Bergamo, al suo inizio, ebbe un laico e un martire: S. Alessandro, un soldato romano della Legione Tebea che, convertitosi al cristianesimo in terra milanese, giunse a Bergamo, sua città natale, dove morì martire per decapitazione. Primo vescovo di Bergamo fu Narno a cui si deve la costruzione della basilica alessandrina, (ora scomparsa), che fu anche la prima sede episcopale (domus S. Alexandri).

Dal Medioevo al Rinascimento
Racchiusa tra le due più antiche diocesi di Brescia e Milano, Bergamo nei secoli medioevali non ebbe grande importanza strategica, né una precisa connotazione, fino a quando divenne Comune nel 1098 .
In origine Bergamo ebbe due cattedrali, ognuna delle quali con un proprio capitolo di canonici; l’una situata nel centro cittadino vicino all’episcopio, dedicata a s.Vincenzo diacono e martire, nella quale avevano luogo l’elezione e la proclamazione del vescovo e dove venivano celebrati i riti più solenni dell’anno, (gli scrutini, le ordinazioni e i battesimi); l’altra dedicata a s.Alessandro, posta “prope muros civitatis Bergomi”, assumeva altrettanta grande importanza perché era luogo di conservazione del corpo del Santo Patrono, che dava il nome all’episcopio. La presenza di due cattedrali fu un pesante basto per la vita ecclesiale diocesana che gravò per tutto il XII secolo; le discordie e le diatribe che seguirono tra i due capitoli portarono a continue lotte faziose tra le famiglie cittadine. La cittadinanza parteggiava per l’uno o per l’altro capitolo, ricorrendo spesso alle armi, e giungendo anche ad uccidere, come avvenne nel 1146 con l’assassinio del vescovo Gregorio.
Il periodo delle discordie faziose durò sino al secolo XVII quando avvenne la fusione dei due capitoli in un unico organismo, dopo la distruzione dell’antica cattedrale di s.Alessandro.
Nel periodo medioevale il territorio diocesano era strutturato in “pievi” (simili agli attuali vicariati); nel secolo XII si formarono le prime parrocchie, insieme alle quali iniziò la frantumazione delle pievi. A parte quella cittadina, le pievi in questo secolo erano 11, costituite dai paesi di: Almenno San Salvatore,Terno d’Isola, Fara Olivana, Ghisalba,Telgate, Calepio, Mologno, Nembro, Clusone, Dossena, Scalve. Nella pieve vi era un solo fonte battesimale al quale potevano far riferimento tutti i battezzandi nati nel territorio compreso nella stessa pieve.
La pieve urbana, che era la più estesa ma la meno popolata, comprendeva la città e la periferia. L’episcopatus bergomensis nel secolo XII aveva un territorio inferiore a quello odierno; i confini della diocesi a nord coincidevano con gli attuali, ad eccezione della valle Taleggio soggetta alla pieve di Primaluna, mentre sul lato occidentale giungevano solo fino a Pontida e il resto della Valle s.Martino era territorio ambrosiano. Il territorio dell’Adda verso Capriate costituiva allora come oggi il confine occidentale diocesano. Sul lato orientale la linea di confine territoriale si identificava con l’attuale, pur con qualche piccola variante. Il paese di Arzago d’Adda, con la sua pieve, era parte della diocesi di Cremona, così Morengo apparteneva a Romano di Lombardia, mentre Pontirolo Vecchio con Canonica d’Adda, insieme alla pieve di Fara Olivana erano della diocesi di Bergamo .

Le chiese e la città nel XII secolo
Le chiese nel XII secolo avevano un ruolo di notevole importanza anche per la vita della comunità; l’aula dell’as-semblea era spesso adottata per i momenti assembleari della vita civile, in essa il popolo si radunava sia per pregare, che per discutere. Si ha testimonianza che nelle chiese spesso venivano redatti anche atti notarili. A titolo statistico si ha nel 1260 il primo censimento del clero bergamasco, che indica una presenza di 13 chiese in città e altret tante nel territorio suburbano.
Nella prima metà del secolo XIV si ebbe una ulteriore espansione della vita religiosa, con la formazione di nuovi ordini monastici che crebbero nel secolo successivo. Nel 1311 arrivarono a Bergamo i monaci Celestini, a cui seguirono i monaci Cistercensi, nel 1320, quindi, venne fondato nel cuore della città il convento dei Carmelitani. Gli Eremitani di s.Agostino completarono la loro chiesa nel 1347, nel 1372 vennero a Bergamo i monaci Antoniani di Vienne per dirigere l’ospedale omonimo, mentre tra il 1330 e il 1340 sorsero il convento carmelitano di s.Marta nel 1335, di s.Lucia nel 1336 e di s.Maria in Torre nel 1343. Un quadro attendibile della diocesi di Bergamo nel 1360 indica che oltre alle due cattedrali e alla chiesa di s.Maria Maggiore esistevano altre 17 chiese, a nessuna delle quali mancava il presbiterio. Nel territorio si registravano 213 chiese, 67 delle quali erano prive di sacerdoti, pur con una presenza entro la diocesi di 166 parroci in totale.

La dominazione veneta
ll dominio di Venezia, per la durata e lo stile illuminato del suo governo, diede un volto preciso e cristiano all’intera diocesi e alle singole parrocchie, soprattutto grazie all’azione di un clero ben preparato a un servizio pastorale vicino al popolo. Sotto la dominazione veneta Bergamo divenne città di confine del dominio della “Serenissima”, crocevia di alcune delle più importanti strade di comunicazione con i paesi d’oltralpe e per il commercio con l’Adriatico.
Nel 1437 Bergamo ebbe un primo vescovo veneziano : Polidoro Foscari, imposto dalla Repubblica di Venezia, a cui seguì un secondo vescovo: Giovanni Barozzi che, tra le altre opere, volle la costruzione di una nuova cattedrale. Quasi a voler unificare le due cattedrali nel 1459 pose la prima pietra per la costruzione di una grande chiesa dedicata sia a s. Alessandro che a s.Vincenzo.
Successivamente, con la riforma del Concilio di Trento (1545-1563) si attua una importante riqualificazione della figura del parroco e della sua azione pastorale che permette di trasformare la parrocchia da organizzazione prevalentemente culturale a strumento formativo attraverso l’opera dei sacerdoti, dediti all’amministrazione dei sacramenti. Il parroco guadagna quindi non solo in potere, ma anche in autorevolezza, divenendo il punto di riferimento della vita dei fedeli. La parrocchia si mantiene giuridicamente policentrica, comprende spesso al suo interno istituzioni autonome che qualche volta arrivano anche a controllare la vita amministrativa e culturale del parroco. Si tratta delle confraternite, già presenti in epoca medioevale e che spesso avevano origine laicale, le misericordie, dedite all’assistenza, oppure le fabbricerie, incaricate della gestione dei beni della chiesa.
Con l’episcopato di Federico Cornaro (1561 – 1577) si ebbe una radicale riorganizzazione della struttura diocesana che portò alla creazione dei vicariati in sostituzione delle pievi. I vicari avevano il compito di riunire ogni mese i gruppi dei sacerdoti delle parrocchie che insistevano sull’area di riferimento territoriale per discutere circa le questioni disciplinari teologiche e morali , oltre all’animazione culturale e pastorale del clero . Due volte l’anno dovevano visitare le parrocchie della vicaria per controllare se le disposizioni sinodali circa la residenza , la cura pastorale, la dottrina cristiana erano osservate per poter comunicare al vescovo gli abusi più scandalosi .Ogni due mesi erano tenuti poi a stendere una relazione della loro attività , assicurando un controllo diretto ed efficace su tutta la diocesi . Lo stesso vescovo mons. Cornaro diede impulso a nuove iniziative che trasformarono la vita ecclesiale a lungo termine: diede attuazione alla formazione del seminario che aprì i battenti con i primi 25 candidati al sa-cerdozio ed estese ad ogni parrocchia le scuole della Dottrina Cristiana , già introdotte nel 1554.

San Gregorio Barbarigo
Dopo circa ottant’anni dalla reggenza del vescovo Cornaro, fu nominato vescovo san Gregorio Barbarigo che si può considerare il più grande tra i vescovi dell’età moderna. Il Barbarigo (1657 – 1664) fu vescovo già all’età di trentadue anni; malgrado la giovane età e la brevità del suo episcopato si impose come un uomo dalla forte personalità e dal genio innovatore nell’opera di trasformazione e rinnovamento, secondo le direttive tridentine. Sotto la sua guida fu restaurata la disciplina del seminario; approfondì il livello degli studi con l’ausilio di insegnanti specializzati e preparati , portando la capienza del seminario da 20 a 70 allievi. Rese obbligatoria per i novelli parroci la pratica degli esercizi spirituali; compose un libretto sul vivere degli ecclesiastici, sul piano dell’azione organizzativa creò nuove vicarie, frammentando ulteriormente la competenza territoriale.

Dalla fine del ‘600 all’epoca moderna
Per tutto il XVII secolo le chiese della diocesi di Bergamo si arricchirono di reliquie, racchiuse in preziosi arredi sacri che vennero esposti in occasioni solenni sugli altari. L’organizzazione dello spazio interno della chiesa subisce una trasformazione con san Carlo Borromeo, che impone il trasferimento dell’Eucarestia sull’altare maggiore; fin dalla fine del ‘600 l’altare abbandona il tabernacolo ligneo per una nuova concezione che vede la custodia eucaristica costruita con marmi policromi inseriti in una composizione decorativa , quasi di “microarchitettura” con lo scopo di esaltare la centralità dell’eucarestia quando viene esposta. La fine della dominazione veneta a Bergamo avviene nel marzo del 1797 , seguono la costituzione della Repubblica Bergamasca e poi della Repubblica Cisalpina .
Nel corso del ‘700 si ha la prima grande affermazione della vita parrocchiale, quando si raggiunge la piena identificazione tra comunità civile e religiosa. Con le riforme ecclesiastiche di Napoleone agli inizi dell’800, fa seguito la soppressione delle confraternite religiose maschili e femminili , (con eccezione di quelle della Dottrina Cristiana e del SS. Sacramento), spesso presenti in modo significativo nel tessuto parrocchiale, che permette di affermare una semplificazione della vita ecclesiale.
Nei primi anni del XIX secolo si moltiplicano le iniziative in campo assistenziale ed educativo all’interno delle parrocchie , si formano gli oratori e vengono fondati nuovi istituti religiosi. In particolare la formazione di istituti femminili all’interno delle parrocchie porta una presenza di religiose impegnate nella pastorale parrocchiale a tempo pieno.
Nel primo ventennio dell’ottocento la popolazione diocesana è di circa 245.000 abitanti , ma il numero tende a salire verso la fine del secolo raggiungendo la quota di 324.000 abitanti con una presenza di 1.188 sacerdoti . Le parrocchie in questo periodo sono 336 , distribuite in 24 vicariati oltre la città , delle quali più di 200 non superano i 1.000 abb. L’attività prevalente della popolazione bergamasca è l’agricoltura , mentre in montagna è diffusa la pastorizia , e in pianura la bachicoltura .

L’epoca moderna
La storia della diocesi nell’epoca moderna e dei fatti che hanno interessato il XX secolo può essere brevemente tracciata a diretto contatto con le vicende vissute dalle parrocchie , che diventano punto di riferimento dei fedeli e luoghi di incontro fra clero e laici. Agli inizi del ‘900 le parrocchie attuano numerose realizzazioni in campo economico e sociale, grazie anche al contributo di personalità valide e di spicco , come Nicolò Rezzara, fondatore de L’Eco di Bergamo, promotore delle prime attività sindacali, delle casse rurali e del Credito Bergamasco. Si fonda una consistente rete di oratori. Dopo la Prima Guerra Mondiale il Partito Popolare di don Sturzo ottiene a Bergamo la maggioranza sia in città che in provincia. Nel corso del ventennio fascista si registrano numerose inziative a livello diocesano: la serie dei Congressi Eucaristici e lo sviluppo della sensibilità missionaria nelle parrocchie.
La diocesi nel 1932 conta 575.436 abitanti distribuita in 377 parrocchie raggruppate in 42 vicariati , con 1026 sacerdoti e 105 religiosi distribuiti in 19 comunità . Gli abitanti della città sono quindi 91.600 nel 1953, ma tendono ancora ad aumenta
re diventando 119.000 unità dieci anni dopo, nel 1963. La diocesi alla stessa data contava 661.186 abb. con una popolazione distribuita in 413 parrocchie di riferimento.
Nel 1958 viene costituito il “Comitato Nuove Chiese” con lo scopo di risolvere con razionalità e rapidità l’urgente e grave problema della carenza di edifici di culto; a questo scopo si individuano otto sedi di nuove chiese parrocchiali, che vengono realizzate negli anni immediatamente successivi.
Ma se con l’episcopato del vescovo mons. Adriano Bernareggi, iniziato nell’immediato dopoguerra, la struttura parrocchiale si rafforza ulteriormente in relazione al mondo giovanile, a quello operaio e ai rapporti con la politica e l’assistenza (con l’Azione Cattolica e le ACLI ad esempio), a partire dagli anni ’60, con il passaggio dal “concetto di cristianità a quello di comunità”, il mondo cattolico bergamasco e i canali tradizionali di socializzazione religiosa (famiglia, scuola, società, Chiesa), iniziano a soffrire una profonda crisi. Ai nostri giorni , con il sovrapporsi della nuova cultura postmoderna alla cultura tradizionale, che ha determinato una crisi di trasmissione dei valori “la società esprime una marcata povertà simbolica per l’indebolimento dei comuni significati del vivere e per l’allentamento dei legami e delle appartenenze. Riconoscendo esplicitamente l’affermarsi irresistibile della nuova cultura , l’episcopato di mons. Roberto Amadei dichiara l’impossibilità di un ritorno al regime di cristianità e quindi la necessità di una profonda riforma delle pratiche dell’evange lizzazione”.
La riforma riguarda in modo particolare la parrocchia che dopo essere stata nel passato il principale luogo di formazione cristiana si trova ancora al centro della pastorale . Essa è immediato punto di riferimento di un’ampia domanda religiosa sia a livello individuale che collettivi”.

 

 

 

 

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