Beni Culturali Ecclesiastici e Stato

Beni culturali ecclesiastici e Stato

La collaborazione fra Stato e Chiesa nella conservazione del patrimonio dei beni culturali è fondamentale. Le centomila chiese italiane sono parte preponderante del patrimonio. Su questa collaborazione, il teologo p. Giacomo Grasso ha intervistato Mario Serio, Direttore Generale per il Patrimonio Storico,Artistico, Etnoantropologico del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Il complesso monumentale di San Michele a Ripa Grande è sede di numerosi Istituti del Ministero per i beni e le attività culturali. Tra questi la Direzione generale per il patrimonio storico artistico ed etnoantropologico. La lunga storia dell’edificio, e dell’Istituto che in esso ebbe sede, prende il via nel 1686, quando il Conservatorio dei ragazzi, istituito da Tommaso Odescalchi nel 1673 a piazza Margana, fu trasferito a Ripa grande per volontà di papa Innocenzo XII Odescalchi, che lo trasformò nell’Ospizio apostolico destinato ad accogliere non solo anziani ma anche giovani orfani in difficoltà, al fine di rieducarli. Tre dei principali cortili del complesso di S. Michele conservano ancora oggi la denominazione che ne ricorda l’originaria destinazione: “dei vecchi”, “dei ragazzi” e “delle zitelle”.

Dr. Mario Serio

Un altro personaggio fu decisivo nella storia dell’Istituto: il cardinale Antonio Tosti che dal 1830 fu presidente dell’Ospizio apostolico e dal 1834 Tesoriere della Reverenda Camera Apostolica. Grazie a lui l’Istituto venne riorganizzato come scuola di arti e mestieri, in cui i giovani ospiti furono istruiti nelle migliori tecniche artistiche: incisione, fusione in rame, scultura, pittura, tessitura dei filati, decorazione a stucco e mosaico, musica, stampa.
Tra gli anni ’70 e ’80 del Novecento un importante restauro ha permesso l’uso dell’edificio come sede di uffici ministeriali. Al piano nobile si trova la sede del Direttore generale per il patrimonio storico artistico ed etnoantropologico, Dottor Mario Serio. E’ un ambiente ampio e di sobria architettura, in cui trova ottima collocazione il ritratto del cardinale Tosti dipinto da Francesco Coghetti nel 1839 circa, che lo immortalò un anno dopo la nomina a cardinale (12 febbraio 1838). Il Dottor Serio mi ha accolto con simpatia e ha ascoltato con interesse le mie domande, rispondendo con chiarezza e cortesia. Poiché lo scopo della mia intervista era quello di cogliere, come si dice, il polso della situazione, ho trovato un interlocutore adatto a tale scopo, visto che il Dottor Serio ha tra l’altro collaborato alla stesura del Codice per i beni culturali e del paesaggio (decreto legislativo n. 42 /2004, entrato il vigore il 1° maggio 2004), in qualità di esperto delle questioni inerenti il patrimonio culturale di cui cura da anni la tutela. La questione per me più interessante è naturalmente quella che riguarda i beni culturali ecclesiastici in Italia e la normativa che ne regola la tutela. Poiché tali beni appartengono agli enti ecclesiastici o ad altri enti diversi dallo Stato italiano pur se pubblici (Regioni, Province, Comuni), essi sono normati tenendo però conto del loro stato speciale di beni legati a esigenze di culto. I beni culturali della Chiesa cattolica costituiscono una fetta ingente del patrimonio storico artistico ed etnoantropologico presente sul territorio italiano. Da questo dato di fatto la nostra intervista si è svolta in modo del tutto colloquiale attraverso l’analisi del panorama attuale.

Come affrontare i problemi del patrimonio culturale ecclesiastico?

Occorre una premessa. L’Autorità ecclesiastica si trova dinnanzi a problemi di grande portata. Anzitutto l’ampiezza del patrimonio. Le chiese si stima siano novantacinquemila, con le cappelle centomila. I musei diocesani sono duecentoquarantadue, cui vanno aggiunti i Tesori delle Cattedrali e dei Santuari, e i Musei dell’Opera del Duomo. Un patrimonio, dunque, vasto, esteso che presenta difficoltà di gestione. Su tutta la dorsale appenninica si è verificato uno svuotamento dei centri abitati da parte delle popolazioni. Tante chiese sono state abbandonate. Ha influito anche il calo delle vocazioni ecclesiastiche. Tante località non hanno più un parroco, o un rettore, residenti. Devo anche ricordare il problema, nuovo perché solo da pochi decenni viene affrontato, delle barriere architettoniche, che non consente la piena agibilità delle chiese. È già grave per palazzi e castelli, ma per le chiese, dato il numero, diventa questione di grande importanza. Un passo in avanti c’è stato dopo la prima Intesa tra Governo italiano e Conferenza episcopale. Firmata il 13 settembre 1996 dal Ministro per i Beni culturali e ambientali, On. Walter Veltroni, e dal Presidente della C.E.I., Card. Camillo Ruini, essa ha dato buoni risultati, e migliori se ne avranno dalla seconda, firmata di recente dal Ministro Giuliano Urbani e da S. Em. Ruini, che sviluppa i rapporti a livello diocesano, regionale e nazionale, e tiene conto della nuova organizzazione del Ministero oltre che del Codice. Sono intese basate sulla collaborazione. Una collaborazione che riguarda tutte le fasi della gestione, e anche della formazione e dell’aggiornamento professionale del personale addetto. Il Giubileo del 2000 ha rappresentato una grande occasione in questa direzione, di cui sono testimonianza i quattro volumi che contengono il resoconto dell’attività svolta relativamente ai beni di interesse religioso. La collaborazione è stata anche centrale nella fase dell’emergenza, nella programmazione degli interventi svolti dal Commissario delegato nelle regioni Umbria e Marche, colpite dal sisma del settembre 1997. Gli interventi sono stati cospicui e il ruolo delle Diocesi, accanto all’amministrazione dello Stato, importante.

"Sulla conservazione e sulla difesa delle architetture, storiche e contemporanee,
si registra piena identità di vedute. Il Codice dei Beni Culturali apre nuove prospettive
per la loro gestione e valorizzazione"

Ma le Diocesi sono fragili, troppo spesso senza reali possibilità, a livello di personale.
Non penso di dover entrare nel merito. Certo ogni rafforzamento, per esempio regionale, ben venga. La Regione, con la recente riforma dei nostri uffici, che prevede le Direzioni regionali, rappresenta il punto di incontro tra i soggetti interessati.

Quali i luoghi deboli della Sua amministrazione?
I beni culturali vivono in un contesto sociale, e questo è fatto di cultura, di tradizione, di consapevolezza. C’è stata una riforma strutturale, c’è il nuovo Codice. Al centro stanno Dipartimenti e Direzioni generali, sul territorio le Direzioni Regionali, le Soprintendenze di settore e i Poli Museali. Il cambiamento non è parziale ma di sistema, e coinvolge tutti i soggetti interessati: l
o Stato, le Regioni, e a determinate condizioni, il privato. Il ricorso alle nuove tecnologie per la conservazione e la fruizione è sempre più diffuso, così come lo è la considerazione degli aspetti economici e lo studio dei modelli di gestione. Le nostre strutture imparano ad autovalutarsi. È inevitabile che ci siano carenze, ma è innegabile che si sia avviato un processo di riforma. Per i grandi temi della manutenzione, della prevenzione e del restauro, il Codice contiene principi e detta indirizzi. Ritengo perciò di poter dire che gli elementi positivi presentano una netta prevalenza.

Su quali linee dovrebbero procedere gli enti ecclesiastici?
§ Non ho la competenza per indicarlo, ma vorrei ricordare, oltre al principio della collaborazione, il sostegno dato all’ospitalità povera nel piano per il Grande Giubileo. I Santuari si prestano ad un’accoglienza “aperta”. Non solo esercizi spirituali, ma incontri culturali, accoglienza di famiglie, di gruppi. Questa linea potrebbe essere sviluppata attraverso un vero e proprio piano per i Santuari.

Ci sono stati casi recenti nei quali può sembrare che il custode non custodisca. Chi custodirà i custodi? Sono i
casi di Pisa, di Padova, di Gerace. Ho poi l’idea che in certi casi l’amministrazione dello Stato, e gli stessi Magistrati, siano stati, e siano, troppo dolci nei confronti dei responsabili ecclesiastici di veri scempi.

Gli errori sono sempre possibili. Ma chiunque viola le leggi dello Stato è chiamato a risponderne. L’intervento delle associazioni come Italia Nostra e FAI non può non essere visto con favore. Ma ritengo della massima importanza che si creino le condizioni di consapevolezza culturale e di dialogo tra Autorità ecclesiastiche e Organi del Ministero, in
modo da affrontare correttamente problemi come l’adeguamento liturgico, rispettando le regole che sia lo Stato che la Conferenza Episcopale hanno dettato in materia.

E per le opere contemporanee, penso soprattutto a realtà architettoniche, come difenderle da inclusioni improprie?
L’architettura contemporanea è tutelata dalla legislazione sul diritto d’autore. Ma, ripeto, errori e interventi negativi si possono evitare se cresce, anzitutto, la consapevolezza culturale e se prevalgono gli aspetti educativi. Da notare, poi, che su questi temi, a livello di normative, si registra una piena coincidenza di vedute. Occorre che davvero vi sia una prevalenza degli aspetti di educazione alla fede, sia nel momento dell’evangelizzazione che in quello della catechesi, e che sia educazione anche alla storia e alla bellezza. Che nei beni culturali ecclesiastici vi sia una valenza educativa di fondo piace anche a chi crede nella laicità dello Stato.

Altro argomento da introdurre, spinosissimo, è quello dell’adeguamento delle chiese, cui si è fatto un cenno sopra.
Come ho già detto, non mancano le regole dettate dalla Conferenza Episcopale o desumibili dai criteri di tutela indicati dagli organi dello Stato. Occorre che si proceda attraverso verifiche interdisciplinari, insieme, Amministrazione dello Stato, esperti dei diversi settori, teologi e liturgisti. Ferma restando, però, la responsabilità statale nella decisione.

Fra’ Giacomo Grasso, O.P.

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