Basilica tra arte, rito, ecclesiologia

Nel n. 45 di CHIESA OGGI architettura e comunicazione abbiamo aperto un dibattito, continuato nei numeri successivi, sull’organizzazione spaziale dell’aula liturgica. La basilica torna di moda? Da dove nasce la nostalgia per la separazione tra popolo e sacerdote?

Prof. Don A. Santantoni

Ho seguito un po’ interessato e un po’ sorpreso il dibattito che su queste pagine è andato ultimamente sviluppandosi sul ritorno allo stile basilicale per le chiese di nuova costruzione. Un po’ incredulo, anche, che si potessero leggere ancora certe cose, sentire certe proposte. Perché è evidente che l’invito rivolto da Don Alfonso Lafuente a nome dell’Ufficio Diocesano per i Beni Culturali di Madrid di tornare a costruire chiese in stile basilicale è di quelli che non solo ti sorprendono, ma che avrebbero il potere di segnare un’epoca. E la nostra è certamente un’epoca di rifioritura di devozioni e di forme che si ritenevano definitivamente sorpassate e desuete (culto delle reliquie, per esempio) ma che ora hanno ripreso ad attecchire nella speranza, quanto fondata non si sa, di rivedere le chiese tornare a riempirsi di fedeli. È una specie di contrappasso, speculare e simmetrico di ciò che avvenne subito dopo il concilio: allora si disse di cambiare per vincere la sfida con la modernità. Oggi si rovescia tutto: “tornare all’antico per offrire un solido approdo alla disperazione”. Dopo l’invito del card. Ratzinger a tornare a celebrare volgendo le spalle all’assemblea, nemmeno l’autorevole appello di Madrid potrebbe più sorprendere. Confesso il mio prammatismo. I discorsi sul popolo regale che si sono letti nei vari interventi mi sembrano un po’ di maniera. Non escludo che l’uso di un nome così diretto e immediato (Basilikos, Basileios),abbia poi comportato nella coscienza e nella simbologia del luogo una sottolineatura importante degli attributi messianici già noti dalla Scrittura, del popolo di Dio. Tanto più che la storia si è subito incaricata di smentire, o per lo meno di mettere la sordina alla coscienza messianica del popolo cristiano. Questo infatti si è visto ben presto relegare abbastanza lontano dal luogo dove lo iereos celebrava i santi misteri circondato dal clero e da alcuni ministri privilegiati. Anzi non tarderanno molto a nascere vere e proprie barriere architettoniche con il preciso compito di escludere dal campo visivo dei sacri misteri quelli che nel frattempo da sacerdoti, re e profeti si erano visti declassare a laos, popolo, e nel singolo laios, laico. In questi nomi era tratteggiata e definita una precisa ecclesiologia a struttura piramidale: il sacerdos (vescovo) al vertice; attorno e sotto di lui i presbiteri e i diaconi, e ancora più sotto gli ordini minori. In fine, e buon ultimo, il popolo. Poi le cose cambiarono. L’autorità regale, frantumata, si suddivise in cento rivoli. La Chiesa visse dei suoi ricordi.

Chiesa di S. Filippo a Recanati (AN), edificata a metà del XVII secolo. Esempio di aula basilicale barocca.

L’antica struttura piramidale sopravvisse soprattutto nei suoi simboli. Quelli sacramentali in primo luogo. Il modello ha resistito, sovrano, fino ad oggi. Fino al Vaticano II. Il quale non è nato in un giorno, ma attraverso una gestazione di decenni, da quando s’era ripreso a parlare di Dio, di Chiesa, comunione, di popolo tutto sacerdotale e profetico. E regale. Fu allora evidente che questo nuovo popolo aveva bisogno d’una nuova casa che andava creata rimodellando le vecchie strutture, abbattendo (ahimé troppo spesso alla lettera) barriere e balaustre, colonne e pilastri, iconostasi e cappelle, fino a ritrovare l’unicità dell’altare al centro dell’assemblea, e dotando ogni rito d’un suo luogo specifico e proprio (fonte battesimale, penitenzieria, cappella Prof. Don A. Santantoni feriale, tabernacolo). Lo stile basilicale retrocesse per far spazio a un nuovo modello più centrale e “domestico”, più adatto a esprimere la nuova ecclesiologia. Da dove riemerge ora questa strana nostalgia della separazione con il clero davanti a presiedere e il popolo di fronte, ma lontano, ad assistere e a seguire le azioni degli altri? Strana nostalgia, perché appartenente a un’altra stagione della storia della chiesa, con una diversa temperie culturale e possibilità tecniche immensamente diverse da quelle di cui dispongono oggi architetti e maestri costruttori. Un’ecclesiologia di comunione, richiede anche uno spazio rituale improntato alla stessa teologia, e la tecnologia può fornirglielo. Se l’assemblea è il vero soggetto celebrante, ciò significa che ognuno può sentirsi protagonista per la sua parte dell’azione comune. Ricordo ancora il giorno in cui, giovanissimo prete, mi recai a visitare una nuovissima chiesa a Wiesbaden, nella Renania. La sua forma a ventaglio era tale da consentire una perfetta visione della mensa da qualunque angolazione la si guardasse, favorita in questo dal pavimento a conchiglia, leggermente degradante verso il presbiterio. Tutta l’assemblea poteva vedere tutto delle mani del celebrante e identificarsi con esse, mi fece notare con orgoglio il parroco. Allo stesso modo tutti gli altri simboli del presbiterio erano in assoluta evidenza. Dopo di allora altre volte, e sempre in una struttura moderna, mi è capitato di riprovare la stessa sensazione di compiutezza. Il passato assai raramente ha saputo offrirmi emozioni equivalenti, e sempre in piccole chiese. Ciò non vuol dire certo che il moderno sia superiore all’antico. Vuol dire solo che il moderno nasce per l’oggi e tenta di dare risposta ai problemi dell’oggi. Il guaio è quando ognuno pretende d’essere un pioniere e un caposcuola. Ne nasce ciò che l’architetto Paolo Favole chiama “la babele dei linguaggi”. Il risultato di tanta immodestia è nella mediocrità in circolazione. L’imitazione creativa era una virtù del passato. Ciò garantiva al tempo stesso uno standard minimo di qualità e non di rado offriva il destro per alcune modifiche di stile o di funzione che permetteva di arrivare non di rado al capolavoro. Da questo punto di vista l’arte moderna è destinata a produrre soprattutto opere incompiute. Anche quando l’opera sarà finita, le mancherà l’apporto della scuola. Se si continu
erà così, si conteranno ben pochi capolavori in circolazione. Ma tra il prendere coscienza di questo e il volerci riportare al basilicale c’è un abisso. Un vero balzo all’indietro, a un’altra epoca, a un’altra arte, a un’altra ecclesiologia, a un’altra liturgia. Non sottoscriverei mai un’operazione tanto timida e mortificante.

Prof. Don Antonio Santantoni

 

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