Antonino Terranova


Sono l’Occidente perché odio le emergenze e ho fatto della comodità il mio Dio … odio i bambini e il futuro non mi interessa … godo di un tale benessere che posso occuparmi di sciocchezze, e posso chiamare sciocchezze le forze oscure che non controllo … perché il Terrore sono gli altri.
Walter Siti, ‘Troppi Paradisi’, Einaudi, 2006

Appaiono brutti pannelli da qualche tempo sopra brutti edifici anche esteticamente insostenibili, intonaci già scrostati veneziane sghimbesce magari adornati di qualche frontoncino triangolare e qualche cornicetta in gesso incollata su pareti di cartongesso. Appaiono d’altronde grandi ineleganti building pseudo-tecnologici in pseudo-pannelli e lamiere che si imbarcano e si accartocciano, e delle vetrate ambrate non sai la termo-resistenza ma vedi-non-vedi la cafonaggine da occhiali da sole pseudo-vippery. Di entrambi i tipi non decifri l’autore, geometri secondo il ministro dei beni culturali e invece architetti secondo l’ex-rocker finto anticonformista che ci cucchiamo (è ‘bravo’?) da mezzo secolo. Gli ingegneri more solito sono fatti salvi, forse per lo stesso motivo per il quale gli architetti-artisti non si occupano di queste questioni, tutti presi dall’inseguimento di patetiche cifre personali a priori nonché dalle loro liti da pollaio privilegiato. Contro le Archistar, soprattutto se ‘straniere’. Poi ogni tanto si verifica l’unanimistica celebrazione-giubilazione di una ‘qualità diffusa’ forse mitizzata perché proprio nessuno la vuole. Non la vogliono gli abitanti che non si vergognano dei loro cassonetti o delle mutande in balcone, ma si vergognerebbero di non avere parabolica e plasma (non è moralismo, ma prendiamo atto: di ke kz parleranno i cellulari per mezzore intere su ogni veicolo pubblico e privato?). Non la vogliono i produttori della costruzione perché non è conveniente finchè non entra nelle conveniennze tecniche e finchè il gusto medio vincente è quello dei reality e dei talkshow nazionalpopolari, simil-piazze di simil-paesi come spesso nei centri commerciali (anche qui niente moralismo, le posizioni del gusto sono posizioni di potere di distinzione). Non la vogliono gli specialisti di vario genere poiché conviene loro vendere i loro dispositivi o trucchi o imbrogli tecnicistici quindi magici senza stare a guardarsi intorno. Una premessa indispensabile: considero anch’io la questione della sostenibilità insediativa come quella centrale dell’architettura della città oggi, però trovo inquietante anzi erroneo il compiegato invito ‘oltre la Forma’ se malinteso: o come possibilità-opportunità di trascuranza trascuratezza, di mero liberatorio abbandono all’Informe (che invece è una ulteriore categoria estetica, nascente nel Surrealismo), oppure come opportunità-possibilità di una qualità dell’architettura risolta riduttivamente a qualità del benessere ambientale; credo che un nuovo Vitruvio dovrebbe anzi ridefinire la sua triade classica: firmitas, utilitas, venustas? Credo che non sia facile, poiché – come vedremo – si deve fare una riflessione e poi una scelta poetico-teorica intorno alla questione in sospeso: la Tecnica contro la Natura, ovvero una Natura terza con la Tecnica dentro, e per un Umano, magari, in trasformazione come evocato dalle opere di Mueck o di Hirst, di Quinn o di Cattelan, dei fratelli Chapman o della Beecroft, e la Kruger? Mediterraneità nel Modernocontemporaneo lo declino come uno ‘stare tra’, però mobile e sagace, capace di modernocontemporary innovazione ed adeguatezza più che di dieta mediterranea e di regressione nei ‘più bei borghi d’Italia’, conscio della conflittualità complessa che le soggiace. L’insostenibile bellezza della non-architettura della non-città?

L’insostenibile bruttezza comunque del sostenibile specialisticotecnologico, modernisticamente succube del modello nord-occidentale così diverso dal nostro Opaco Mediterraneo? Senza sospetti di ibridazione arabo-normanna, di miscelante contaminazione? E poi, avete visto che effetto fa l’esplosione di una tubatura sotto il Chrysler, il blocco per incidente della Milano-Genova, lo struscio metropolitano coatto di massa in via del Corso, la punteggiatura riscaldante-inquinante dei condizionatori d’aria alle finestre sulle nostre palazze da paese del sottosviluppo mediorientale di macerie macerate in declino? E però qui già sorge un ulteriore dubbio: intossicazione da iper-sviluppo e-o da ultra-arretrata inadeguatezza? Incubo ad aria condizionata, sicuro, ma oltre le esagerazioni è possibile pensare futuribile una naturalità naturans? Ciclicamente riemerge ‘a monnezza a Napoli, e allora ripensi a ‘Il ventre di Napoli’ scritto da Matilde Serao alla maniera di Zola nel tardo Ottocento – gli sventramenti della città fisica non bastano – (ma non sono comunque utili?) – la sostanza vera è la Miseria come premette Scarfoglio – e magari ritrovi Kaputt e La Pelle del tremendous Malaparte su cui Raffaele La Capria, beato lui, veleggia con invidiabile poetica leggerezza. Tuttavia: da una parte mi interessa che il sostenibile si faccia materiale poetico, come dicevamo una volta, per una intenzionalità estetica per quanto possibile sintetica, come sempre diversamente da sempre (qualche esempio potrebbe essere utile – certo manierismo di insostenibile retorica sostenibile già è insopportabile); dall’altra parte considero il sostenibile un pezzo della complessiva questione della vecchia ‘forma del territorio’. Al cui proposito dobbiamo infine scegliere una qualche via appropriata tra il modello della ‘città americana’, che George Steiner denomina ormai cino-americana, e il modello però all’indietro del paesaggio storico all’italiana, la ‘città europea’ delle strade e dei caffè, dei tessuti e delle piazze con i nomi degli uomini eminenti … che da solo non ce la fa ed anzi ci trascina all’indietro nel velleitario pasticcio posticcio, l’ibridato male. Finte figure storicistiche di plastica surrogano un Environment
che non c’è più, anzi è comunque intossicato da una ultra-tecnologia soggiacente, e mascherata, magari turisticamente? Del resto la crisi di quella città era già esplicita nell’Uomo senza qualità … nell’Ulisse … era già declinata dalle contro-utopie critiche e sardoniche della Naked City di Debord della New Babylon situazionista, nel Monumento continuo di Superstudio … nella Città del cattivo prigioniero – guarda un po’ ?! – del giovane Rem … prima di OMA office metropolitan architecture e di AMO architecture media organization; ed ora è raccontata con metafore ironiche dagli MVRDV con la città ricostruita sugli ammucchiamenti dei rifiuti o con la Pig City dove le torri con vegetazioni e terrazze sbalzate come in un club-sandwich servono ad accumulare, stratificare, accatastare i maiali, intesi come materiali pro-duttivi-ri-produttivi, piuttosto che gli umani, come sembra equivocare qualcuno a Milano … occorre davvero comprendere la portata smisurata, abissale, paradigmatica del Gioco d’azzardo che stiamo incontrando. Quanto e come possiamo considerare quelle contro-utopie anche indicazioni di prospettiva, almeno descrizione e decifrazione delle condizioni urbane da affrontare, risolvere, rimodellare (ri-descrizioni metropolitane di Roma città mediterranea mostravano come la città eterna per l’appunto sia ormai una non-città metropolitana diffusa anche con enormi sprechi di territorio e nel grumo centrale una città a bolle e crepe, e vuoti e crepacci, tutta da riconfigurare)? Credo che allo scopo sia utile un volumetto di Aldo Schiavone, ‘Storia e Destino’, che mi ricorda il Progetto e destino di G.C. Argan e ci sollecita ad affrontare una svolta epocale che senza retoriche estremiste si propone come post-umana. ‘… la vita è storia. Noi non siamo che sola storia. Ma ogni storia, raggiunta una certa massa critica nel proprio accumulo … appare … come la rivelazione di un destino … elaborato dalla forza stessa dell’accaduto; l’espressione di una tendenza non più arrestabile in quel quadro … Qui siamo arrivati, e qui, letteralmente, dobbiamo saltare – in un vuoto abbagliante’ … La civiltà della tecnica ha spiazzato il resto della nostra civiltà … c’è tutto il disagio della nostra epoca … la perdita della storia, azzerata dalla rapidità onnivora dei cambiamenti; l’oscurarsi del futuro; l’eclisse del pensiero dialettico … la stessa diffusa percezione della tecnologia come una minaccia prima che un’occasione … il rischio non verrà dalla potenza della scienza e della tecnica, ma dall’incapacità della forma attuale del mondo a contenerla ed elaborarla, e a non lasciarsene semplicemente travolgere’. Ecco, sostenibile come modo di affrontare-risolvere con consistenza la questione mitizzata negativamente della tecnica. Non modalità ulteriore per sanarne le piaghe sfuggendole. Oggetti singolari in Paesaggi metropolitani: questo inevitabilmente il dilemma di partenza. A partire dall’Intorno alla nuda pietra archeologica, oppure-eppure partendo anche dalle nuove figure della densità e dell’altezza di torri ovunque pervasive in varie formazioni, oppureeppure facendo leva sulle più aggiornate notizie sul Paesaggio metropolitano, più o meno metaforicamente inteso? Per descrivere la strana moltitudine di fenomeni di ‘territori e culture metropolitane’ di cui capita occuparsi, voglio elencarvi qualche mio recente lavoro. Sembra sospeso al momento quello per la rivista Gomorra, di cui ho citato il sottotitolo; Massimo Ilardi ha in stampa una antologia del decennale, che ha titolato ‘Una rivista strana’, così strana da sentirsi a disagio in Veltrusconia? ‘Ho sognato paesaggi verdi …’ . Berluscopoli era in costruzione una delle prime mie volte proprio al Seminario di Camerino, Alberto Abruzzese aveva scritto un libretto che spiegava ‘perché Berlusconi ha vinto’ (pochi allora vollero-seppero capirlo, malgrado nei paraggi ‘il manifesto’ pubblicasse una intera pagina di esegesi sulla astuzia metodologica di Milano 2), il Mulino Bianco era il tormentone corrente a partire dall’invasione degli spot pubblicitari nei quali il ‘verde’ allagava le città storiche (la natura non ammette vuoti …) e arrivando alla profezia autoavveratasi per cui la Gente andava nei weekend a visitare il Mulino Bianco ‘reale’. S. Zizek scriveva intanto parafrasando Matrix ‘Benvenuti nel deserto del reale’ – complicato, lacaniano, ma illuminante – e in seguito io organizzavo il Convegno ‘Desertificazioni Metropolitane’. Intendevo due cose più una: la desertificazione concreta delle plaghe extraurbane planetarie, ma anche italiane tra un agriturismo ed un’area protetta ed una tropicalizzazione; la diametrale desertificazione del ‘centrostorico’ (tutto attaccato come un marcatore pubblicitario) addobbato-mascherato-estetizzato come un facsimile del postmoderno pseudostoricista citazionista (chi cita chi ormai in questa ‘art after art’ impazzita?), ma anche al fondo la soggiacente desertificazione dell’umano contemporaneo (che però è un materiale delicato da trattare, infatti, mi stava sfuggendo, animo umano, o anima magari? Il male di vivere e magari il male oscuro si annidano soggiacenti alle difficoltà politiche delle antroposocialità delle politicoeconomiche in questo ‘universo amministrato’). Oggi il nostro Sindaco nazionale ha proposto sui grandi schermi nella parete alle sue spalle varie gigantografie di Paesaggi Italiani evidentemente come vorrebbe ottenerli, il profilo di un centrostorico con qualche campanile e qualche torre, una valle verde come quella marca di scarpe con nessun elemento di disturbo come in quella pagina pubblicitaria con una ed una sola automobile di lusso su una strada sensualmente sinuosa, ragazzi che si amano … insomma un paessaggio italiano scelto per bellezza armonica stereotipa e per mancanza di conflitti di quelli endemici per la metropoli diffusa del modernocontemporaneo. Vorrei sbagliarmi, nemmeno una periferia. ‘A partire da paesaggi sporchi ‘ è un mio titolo di qualche anno fa per il Convegno nazionale sul paesaggio, e voleva dire che non solo occorre prendere le mosse dai reali paesaggi ulcerati della contemporaneità ma perfino, forse, identificare nuove forme di categorizzazione capaci di far appartenere ai Nuovi Barbari non solo di Baricco modalità inedite – ibride, contaminate, o simili – di estetica dei Paesaggi Metropolitani. Il bello è che la ‘città eterna’ di Rutelli e di Veltroni corrisponde ad una idea di realismo molto più aderente alle Invasioni barbariche, e semmai sbaglia proprio quando intende usare la Nutella per addolcire la pillola, ammiccare al buon cittadino o forse al turista intelligente, non per caso, mentre da una parte accoglie come niente fosse i veri Mostri Metropolitani di Zaha Hadid e di MAXXI e MACRO lotta di giganti e speriam
o di Koolhaas, di Fuksas e, scusate, di Meier o di ABDR, e dall’altra invece lascia avanzare quello sciatto o trasandato metropolitano che è sempre il suo carattere pertinente, insieme al recupero né buono né cattivo ed al modernetto ambientato che costruisce la vecchia alleanza di sempre tra Comune e Soprintendenze.

Comprese le eccezioni strategiche. Qualche esempio non guasterebbe.

Per conto mio, mi sto occupando di varie cose molto differenti, ma forse la mia evidente schizofrenia può esserci utile a comprendere la complicatezza del mio mondo percepito, dalla quale spero derivi.
Ho in corso di stampa due ricerche con i titoli ‘ Moderno Modernocontemporaneo Contemporaneo’ e ‘Roma città mediterranea’ – ai ‘Mediterranei’ avevamo dedicato più che un numero di Gomorra – che già annunciano qualche contraddizione e conseguente possibilità di misinterpretazione. 
‘I nuovi giganti’ è il titolo provvisorio del secondo volume sui Grattacieli, cui sto lavorando visto il successo del primo, e relativamente anche dell’antologico ‘Scolpire i cieli’: i Giganti erano quelli dei Nuovi Principi moderni di New York e Chicago, questi vogliono essere i Grattacieli più attuali, quelli che fioriscono come i cento fiori più belli e più monstre che prima nell’Occidente ormai anche o soprattutto Estremorientale dopo la distruzione nel 2001 delle Twin Towers.
Per uno strano dizionario della Biennale di Venezia ho scritto, grazie alla stimolante provocazione di Franco Purini, le voci Consumo (ovvero quanto ci fa bene … mentre ci fa male, e quanto sia peggiore il suo contrario) ed Ecomostri (ovvero quanto non siano i miei Mostri Metropolitani, e quanti danni comunque arreca il buonismo della distruzione ambientalista fanatizzato politicamente).
Per l’ANCSA (ma: che fine hanno fatto i centri storici? Mi hanno chiesto per un’intervista, mentre su un sito trovavo il titolo polemico Centri storici, facciamola finita!) mi sono occupato della qualità degli spazi pubblici urbani, e mi sono allarmato ancora una volta per la strada lastricata di buone intenzioni (apparenti) che conduce nell’inferno del kitsch simil-storicista e nel posticcio pacchiano, ma soprattutto per la proporzione inversa che mi è sembrato legasse i progetti di buon uso pratico-turistico degli spazi pubblici per attività sociali difficili da digerire e quelli viceversa dove l’intenzione artistica dell’autore prevalesse tracotantemente polemicamente sulla socioantropologia contemporanea, o meglio contrapponesse un’opera d’arte altrettanto schizzata e senza senso positivo che non fosse il gioco linguistico.

La piazza di Vinci di Leonardo da Vinci realizzata da Mimmo Paladino
Però per un master e per un workshop – non si negano a nessuno – mi sono ri-occupato della Mediateca di Nimes, e lì c’è un’altra strada per l’esistente … come c’è per piazza Mancini a Roma. Mi sono occupato di Architettura dello Shopping, ed ho avvertito che mentre ci limitiamo a celebrare ancora la antica ‘porosità’ della città di Walter Benjamin & compagnia cantante del passaggio di secolo precedente, il passaggio di millennio ci sta portando innovazioni violente cui non vale opporsi volontaristicamente, che vedono il privato nemmeno più avanzato avanzare modelli più avanzati che il pubblico non sia capace di intendere, e che hanno bisogno come il pane della mossa del cavallo di Rem Koolhaas ancora osteggiato nel Belpaese benchè ormai celebrato come il nuovo Le Corbusier, mentre i più giovani già tentano di superarlo a loro volta, e noi invece ritroviamo nostalgici l’antico Maestro dell’architettura moderna e insieme Picasso magari, monumentale disarticolatore dello spazio proprio mentre si radica nel labirinto ctonio e magico mediterraneo.

Mi sono incuriosito intorno al Progetto di Archeologia 2 (la vendetta?) che archeologi intelligenti intendono governare, come dimenticando che l’incontro con le altre discipline, e con l’architettura specialmente per quanto attiene l’ineludibile questione della produzione di senso derivante dall’inevitabile messa in scena o in cornice, avesse costituito una crescita nei confronti della ossessione dell’archeologo rappresentata così bene dai fratelli Savinio surreal-metafisici-postmoderni.
‘Musei sulle rovine: presentazione di una ricerca parziale’ insieme a ‘Intorno alla nuda pietra’ ed ai risultati del lavoro di un seminario- workshop su Villa Adriana, dove ho proposto il titolo magrittiano ‘Questa non è una Villa Adriana’ (è una Villadriana, come la città storica è Centrostorico: mineralizzazione mascherata, presentificazione antistorica) propongono una possibilità di metafora inquietante (e-o perturbante?). Notizie dalle rovine, o macerie, era un libretto di Fruttero dove come ti capita il wc di una trattoria si trova nelle arcate eterne di una cantina della città romana: la produzione di senso dove risiede quando la conservazione del bene coincide identicamente con la sua messa in commercio turistico anche in un pittoresco senza messa in scena, o messa in scena dello stesso pittoresco precotto senza conflitto?
Sto faticando ad allestire un volumetto di ‘Introduzione all’architettura del Modernocontemporaneo’, posta la inquietante molteplicità ed instabilità attuale non solo delle archistar famigerate ma dell’intero pubblico dell’architettura, incerto tra progressioni ultra-tecnologiche e regressioni pseudo-storico-naturaliste, e nella nostra Terra di cachi così propenso a declinare gli invitanti allettamenti dell’architettura architettese, accontentandosi della brutta ma libera-liberata edilizia trans-tipologica su cui piazzare le antenne anche paraboliche per abbandonarsi ai superiori media multimediali da società dello spettacolo, dell’immagine, dell’infontainment. E l’Ordine degli architetti? E la troppo celebrata Qualità diffusa, e il rapporto arte-vita quotidiana della Moderni
tà?

L’effetto-grattacieli – in Italia paese della paccottiglia del trovarobato della illusoriamente classica nobilitudine orizzontale – è bizzarro perciò significativo.
Osteggiati dalla cultura ufficiale, high e obviously left, degli architetti accademici o tradizionalisti, ed ovviamente dalla sotto-cultura iperpolitca ambientalista, essi riappaiono puntualmente nelle forme delle scenografie o delle pubblicità … magari come in Celentano rockpolitik come contrapposti dialettici della main street con casuccie e botteguccie in primo piano … ma chi regge chi? Figurativamente, e simbolicamente?
Pian piano, con regolare ritardo ed abbassamento – è il caso di dirlo – e con improbe fatiche retoriche per il consenso popolare e con le strutture politico-amministrative, i migliori si affacciano con le loro proposte, qui una torre di centocinquanta metri solo residenziale ben strana per Roma nuova-centralità … però: forza Franco! lì con un
ammicco di gioco all’olandese, il contropiede programmato per educare il pupo dell’Isola di Milano, e ancora su un porto turistico in Liguria -un fallo ricurvo, geme una politica leftist obviously … – … e tutti si inkazzano con renzopiano che leggero e serafico piazza ormai grattacieli dovunque … parlandone male. Del resto ne parla male anche Rem Koolhaas mentre alloca nelle olimpiadi di Pechino il suo mostruoso già ridisegnato come sagomina di mostro tra mostri CCTV
Ne parlava male anche Le Corbusier in diversi modi in pià mandate, e invece proprio dalla sua proposta modern – le architetture alte dentro un territorio non intasato dove svolgere le attività varie delle tre maniere di pensare l’urbanistica- occorrerebbe ripartire, prima di aver intasato davvero tutto, dall’Etna al Vesuvio al Vulcaano laziale. Da un
inclusivo continuo-discontinuo post-post-moderno Modernocontemporaneo.
Prima che la Terra desolata dei Paesaggi dilavati e disperanti dei film di Matteo Garrone – Estate romana, L’imbalsamatore, Primo amore- non trascorrano dalla loro significatività estetica (espressione di un malessere metropolitano) ad una loro insignificanza pratica … la mai più davvero passibile di redenzione distesa anarcoide di case e capannoni e capannucce e villoni ed eco-mostri iper-cafoni, magari certo dotati di dispositivi di sostenibilità e di decorazioni kitsch insieme alla faccia dell’architettura (quella capace di interiorizzare e manipolare la tecnica, sostenibilità compresa, in-naturalmente!).
A.T. Università degli Studi ‘La Sapienza’ di Roma

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Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali

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