Antonello Monaco




‘Devo dare una delusione agli esteti: Casa Malaparte a Capri è una casa abusiva’.
La parafrasi di un celebre incipit di Karl Kraus sulla Vienna antica può servire per spiegare come una delle architetture giustamente più celebrate del moderno, nata da un rapporto conflittuale e mai chiarito tra un progettista eccellente quale Adalberto Libera ed un committente illuminato quale Curzio Malaparte, sia stata costruita laddove mai si
sarebbe potuto costruire, grazie all’interessamento di Galeazzo Ciano, amico personale di Malaparte. Una pratica, evidentemente, in uso allora come ora.

CasaMalaparte a Capri
Il luogo violato

Il luogo incontaminato

La costruzione è sorta, infatti, a Punta Masullo, sull’isola di Capri, con la condizione che fosse ‘invisibile da ogni parte del territorio circostante, principalmente dai punti panoramici’, secondo il lessico burocratico della Sovrintendenza ai Beni Storici e Paesaggistici che ha concesso la licenza di costruire. E che, ancora, auspicava che la casa avesse caratteristiche ‘tali da accentuare questa invisibilità, soprattutto dalla zona marina’.
Casa Malaparte, tuttavia, si vede: da mare e da terra. Fortunatamente si vede! e non fortuitamente istaura proprio con la massa rocciosa retrostante e con l’orizzonte d’acqua un dialogo di rimandi lontani, che vincolano la casa al luogo più di qualunque rispondenza a normative paesaggistiche. Un vincolo, questo sì, che la rende necessaria in quel luogo, come un valore che il luogo stesso acquisisce e attraverso cui vede esaltati i propri caratteri, depositati per sempre nella storia.
Ci si chiede, allora, se sia meglio un luogo segnato dalla presenza dell’uomo o, piuttosto, un ambiente incontaminato, in cui la natura non abbia conosciuto la violenza dell’atto costruttivo.
Non è questa una questione che riguarda solo le opere ‘firmate’, ovvero le architetture prodotte da una volontà di espressione assimilabile alle operazioni artistiche. Nell’architettura ‘minore’ degli ambienti costieri del Mediterraneo questo grado di intima relazione con il luogo è altrettanto evidente ed esaltante. Nel senso che la presenza
architettonica esalta i caratteri del luogo, li rende evidenti, e conferisce loro una storicità.
Questo è ciò che hanno rilevato, spesso non senza qualche inibizione, i maestri della modernità architettonica nei loro viaggi nel cuore del Mediterraneo e che hanno riprodotto nei loro taccuini di viaggio. In essi hanno annotato i caratteri di costruzioni tradizionali che, a ben guardare, rivelano connotazioni straordinariamente vicine all’essenzialità e al rigore costruttivo che informano le elaborazioni progettuali e teoriche che costituiranno le basi della rifondazione disciplinare promossa dal Movimento Moderno.
In queste architetture spontanee, o anonime, nate senza alcun obbligo di rispondenza a canoni, vincoli o prescrizioni che non siano dettati dal necessario adeguamento ad essenziali criteri di economia e risparmio – di sostenibilità, si direbbe oggi – compare una sorprendente condizione di continuità con il luogo, anche attraverso il processo di evoluzione temporale, riscontrabile nella grande varietà delle loro articolazioni costruttive.
In esse non si ravvisa il ricorso al capriccio, al gesto vacuo, all’inessenziale.

Architettura spontanea mediterranea
Scritture e cancellazioni bidimensionali Addizioni tridimensionali

Padiglione di Casa Lezza, Ischia, 2007-08, A. Monaco
Muro/terrazzamento/pensilina
Interno/esterno, esterno/interno

Tutto si ancora, saldamente, ai canoni secolari di una tradizione costruttiva tramandata senza soluzioni di continuità. Non è il nostro gusto nostalgico per il passato ad assegnare un valore positivo a queste costruzioni. In esse è evidente una ‘giusta misura’ che lega luogo, modi di vita e costruzione.
Il benessere diffuso del mondo contemporaneo occidentale, con la ricerca esasperata di una volontà di auto-rappresentazione attraverso l’architettura, con il consumismo, con l’utilizzo massiccio di materiali artificiali, deperibili e sostituibili – consentito dalle sconfinate possibilità aperte dalla globalizzazione, con lo sfruttamento indiscriminato del
territorio per finalità speculative, ha prodotto la perdita di contatto con la scala umana e con i valori reali, necessari, autentici, tradotti in materia costruttiva.
Da qui, nel contesto Mediterraneo, la degenerazione di quei caratteri tipici, espressione di un rapporto equilibrato tra luogo e abitanti, per la loro sostituzione con aspetti caricaturali, di uno stile mediterraneo non più inteso nei suoi autentici caratteri costruttivi, ma come espressione vendibile di connotazioni ormai adulterate.
All’interno di questo panorama, l’occupazione del territorio si realizza mediante la progressiva estensione di unità edilizie amorfe, a consumare tutto lo spazio disponibile, o mediante la sostituzione di primitive costruzioni di attività ormai degradate e dismesse. Tutto ciò, in deroga a qualunque norma, second
o una deregulation che ha tra le sue cause prime proprio il divieto cieco, burocratico, astratto, incapace di cogliere – e quindi di guidare – quei processi trasformativi necessariamente prodotti da una società in una fase di rapidi cambiamenti.
Il divieto produce, dunque, delle degenerazioni costruttive che intac cano il territorio in termini quantitativi, per l’impossibilità di delimitare materialmente l’abuso, ma anche in termini qualitativi, per lo stato di sospensione fisica e temporale in cui colloca la nuova costruzione, producendo un disequilibrio rispetto al suo senso fondativo ed una
corruzione della sua ragione d’essere funzionale, dimensionale, localizzativa.

Casa Paduano, Pompei, 2007-08
A. Monaco, M. Cimato
Frammenti edilizi e struttura

Muro regolatore e struttura modulare

Casa Paduano a Pompei
Il progetto di ristrutturazione di una costruzione abusiva comporta un confronto forte, a volte violento, con un contesto degenerato. Un contesto sviluppatosi su una traiettoria deviata che, proprio dallo stato di estraneità da logiche condivise di costruzione dello spazio sociale, trae motivo per alimentare una sequenza non-finita di operazioni
trasformative che confondono ulteriormente la già labile volontà edificatoria che ha dato origine alla costruzione.
Il progetto di ristrutturazione o, meglio, di strutturazione spaziale e funzionale della costruzione abusiva marca un punto cruciale di quel processo trasformativo: il momento in cui si introduce al suo interno un inevitabile atto chiarificatore, per assegnargli decisamente, definitivamente, una vocazione insediativa. Questa operazione comporta un
atteggiamento iniziale di attenzione nei confronti dell’esistente, tradotto in una capacità di ascolto e di comprensione o, se si vuole, di compromissione con quelle ragioni, ancorché fragili, che ne hanno determinato la conformazione fisica. Nelle addizioni incongrue, nelle deformazioni scomposte, nelle superfetazioni casuali è necessario riconoscere
i segni di una ragione che esprime comunque, seppure in maniera confusa o latente, una tensione organizzativa dello spazio dell’abitare.
Con questa ragione il progetto deve sapersi confrontare assegnandole un valore positivo, da recuperare all’interno della nuova logica insediativa che esso sottende.
Il segno ‘forte’, necessario al progetto di ristrutturazione, costituisce il nuovo elemento fondativo del complesso edilizio: una sorta di ‘prima pietra’ di un atto insediativo che avviene a posteriori e che custodisce la ragione d’essere del progetto, restituendo dignità alla stessa costruzione abusiva originaria. Esso stabilisce i criteri di una logica unitaria
all’interno della frammentazione dei segni dell’esistente, assoggettando a sé le diverse componenti dell’abitare, per vincolarle in una chiara gerarchia delle parti. Una gerarchia ‘aperta’ e dinamica, capace di organizzare le difformità spaziali passate, ma anche gli im pre vedibili sviluppi temporali.

AM

Università ‘Mediterranea’ di Reggio Calabria

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movimento di opinione pubblica
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Consiglio Nazionale degli architetti, pianificatori paesaggisti  e conservatori
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