Antonella Greco



È da un pezzo che la caduta, il crollo, l’assecondamento della forza di gravità come attrazione fatale sembrano affascinare gli operatori dell’arte. Il tedesco Baselitz con le sue figure rovesciate percepite come cadute, dipinte come cadute, alcune forme di coreografia che invece di contrastare la gravità, com’è nella tradizione del balletto classico nel quale i passi sono propedeutici alla smaterializzazione, alla perdita di peso, all’avvitamento verso l’alto, la cercano, la esaltano, infine la trovano in un decostruirsi gioioso ed appagato (Lucia Latour). È la caduta, infine, da Bellerofonte a Babele, agli angeli, ai templi squassati dai terremoti esaltati dal sublime, ad essere la protagonista di quella straordinaria mostra sulle catastrofi che anni fa Paul Virilio impostò a Parigi alla Fondation Cartier (Ce qui arrive, 2002),
dove la bellezza terrificante delle immagini di catastrofi naturali come inondazioni e uragani si mischiavano a quelle provocate dall’uomo per arrivare, in una progressione altamente simbolica, alla caduta esemplare della nostra epoca. Alla vera cacciata dal paradiso dei nostri giorni. All’abbattimento delle torri.

Empire State Building (specchio) cm. 20×50, 2006
Vaticano (a specchio) cm. 50×50, 2006

Distorcere le icone dell’immaginario collettivo e quelle più inerenti intimamente alla sua formazione, quelle della città moderna: torri grattacieli, feticci dell’oramai lontana età dei consumi, interpretarne le più riposte peculiarità nel segno della torsione, del piegamento e della caduta, sembra essere la forma precipua della ricerca attuale di Gabriele De Giorgi, arrivato recentemente all’espressione artistica, dopo una vita da critico e da architetto. Sublimare i segni dell’accumulo che costituisce il senso della città, dalla storia (il campanile di santa Maria del Fiore, Sant’Ivo, l’Empire State building) alle sue deiezioni (quelle che invadono i marciapiedi e sostanziano una storia ‘bassa’ all’incontrario) diventa un dar conto della frammentazione fantasmatica dei propri percorsi iconografici, un viaggio tra gli archetipi, flessi
contorti strizzati frullati dalla mente, dall’esperienza e dalla storia.

New York, 2007, part.
Serie del Crhysler, Onda di fuoco e Chrysler (specchio) cm. 100×100, 2007

È poi ovvio che tali immagini acquistino una precipua valenza estetica, ulteriormente attribuita al loro imporsi già come un esempio, un modello addirittura una categoria.
A questo, da poco tempo, De Giorgi unisce la forza dello specchio: ulteriormente deformante, generatore successivo di riflessi di evocazioni percettive, di specchiamenti di dispersioni del centro, del sé e della propria esperienza. Un acido lisergico virtuale che spariglia la conoscenza, l’esperienza il senso della (propria) storia. Che rimane così per frammenti, riconoscibile e violentata, sempre citata e mai raggiunta. Un frammento ondeggiante, un accenno sublimato che nei
disegni accentua irregolarmente solo alcuni percorsi della forma cancellando volontariamente tutto il resto. Uno specchiarsi diverso dall’acqua di Narciso come dalle superfici di Michelangelo Pistoletto.
Una citazione, forse, unita al vortice di ciò che affiora in superficie dalla materia brulicante della propria formazione.

A.G. Storica dell’Architettura, Università di Roma ‘La Sapienza’

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