Ancor oggi sanno parlare le pietre


ARCHITETTURA – SAGRADA FAMILIA A BARCELLONA (SPAGNA)

Cominciato alla fine dell’800 e ancora in costruzione, il capolavoro di Gaudí è l’incontrastato esempio di chiesa autentica del nostro tempo, e raccoglie ovunque plausi e adesioni. Nella sua grande struttura si uniscono suggestioni formali e soluzioni tecnologiche che lasciano stupiti per qualità e arditezza.
Negli anni recenti l’edificazione ha fatto passi da gigante e le volte interne sono completate, restano da terminare la facciata della Gloria e la copertura superiore. Già tanto lunga, la sua storia è a un tempo gloriosa e travagliata. I suoi pinnacoli si elevano come canne di un maestoso organo che diffonde un canto di splendore senza tempo sopra Barcellona, città della quale è il maggiore emblema.
Eppure più volte ha subito minacce e tuttora c’è il pericolo che la ferrovia ad Alta velocità spagnola sia fatta passare in un tunnel proprio sotto la sua facciata principale, ancora in costruzione.

La navata principale, i piloni arborei e in alto la volta interna da poco terminata. Pagina a lato, l’abside
e la facciata della Passione con le caratteristiche guglie-campanile. Foto di L. Servadio

Èsenza dubbio il cantiere più antico tra quelli aperti nel mondo, e certamente anche uno dei più complessi. È un laboratorio sperimentale e un campo archeologico, e un luogo di studio tra i più visitati al mondo.
La Sagrada Familia, il capolavoro di Antoni Gaudí, ha da tempo superato il secolo di vita e non smette di sorprendere e di affascinare. Se ne attende la conclusione, e si sa che ci vorranno ancora alcuni decenni: eppure la sua figura svettante sul profilo di Barcellona da tempo si è radicata come simbolo della capitale catalana, della sua vitalità, della sua straordinaria sapienza architettonica.
Il cantiere avanza, anche se nella sua storia ha incontrato molteplici difficoltà. L’ultima in ordine di tempo è costituita dalla attuale minaccia dell’Ave, la ferrovia ad alta velocità che già attraversa la Spagna e ora, proveniente da Madrid, deve attraversare Barcellona prima di arrivare alla Francia: il piano attuale prevede che passi in un tunnel proprio al di
sotto del luogo ove è in costruzione la facciata della Gloria, l’ultimo dei tre grandi prospetti immaginati da Gaudí.

A destra, lo snodo di un pilastro in cui si dirama la struttura è occasione per posizionare le lampade.
Pagina a lato, dall’alto: la volta catalana, la navata laterale e il coro.

“Già oltre cento docenti di architettura di diversi Paesi hanno lanciato un appello perché il tracciato dell’ Ave passi altrove, così che la fabbrica gaudiniana non sia sottoposta a vibrazioni potenzialmente pericolose – spiega Jordi Bonet i Armengol, l’architetto capo dell’Opera – ma ancora non sappiamo come andrà a finire. Il fatto è che la costruzione del
Tempio Espiatorio è stata accompagnata nel corso dei decenni da difficoltà di ogni genere. Sono fiducioso che la si potrà portare a termine, probabilmente nel giro di una trentina di anni, perché tutta la città la vuole e partecipa col proprio contributo alla sua realizzazione…”
Antoni Gaudí rilevò la direzione del cantiere della Sagrada Familia nel 1883, un paio di anni dopo la sua apertura: rielaborò il precedente progetto neogotico, indirizzandolo a un nuovo concetto architettonico, in cui con organica scienza si fondono l’osservazione della natura e i più avanzati conoscimenti tecnologici.
Basti pensare che il maestro catalano ha previsto il pinnacolo-campanile maggiore (quello che sorgerà sopra la crociera centrale) alto 170 metri, in un’epoca in cui l’Empire State Building era ben al di là dal profilarsi all’orizzonte.
Com’è noto, a questa chiesa Gaudí ha dedicato i suoi ultimi anni di vita.

Dall’alto: l’edificio eretto all’ inizio del XX secolo come scuola di quartiere, accanto alla Sagrada Familia, è oggi museo pedagogico (a sinistra la pianta), a destra vista dell’interno, con la copertura e le pareti sinusoidali autosussistenti. Vi si mostrano gli studi geometrici relativi al progetto gaudiniano.
L’elicoide dà forma ai piloni; i paraboloidi alle volte; gli ellissoidi agli snodi dei pilastri (raccolgono le spinte delle diramazioni e le convogliano al centro del pilastro); il modellino della facciata della Gloria.
Pagina a lato, dall’alto: il modello su cui Gaudí studiava le strutture degli archi, appendendo pesi a corde tese, che poi rovesciava (come avviene nell’immagine riflessa nello specchio sovrapposto); l’architetto capo del cantiere, Jordi Bonet i Armengol, continuatore dell’opera gaudiniana, con Carlo Malaspina.
A destra, dall’alto: l’architetto Jordi Faulí illustra il disegno delle volte interne; i modelli geometrici delle strutture nel centro pedagogico; i 10.000 frammenti dei modelli in gesso realizzati da
Gaudí e distrutti allo scoppio della guerra civile nel 1936.
Sullo sfondo Jordi Bonet i Armengol.

Prima dell’incidente che lo strappò alla vita e alla sua opera nel 1926, viveva dentro il cantiere e accanto a questo aveva edificato un piccolo edificio che fungeva da scuola per i ragazzi del quartiere: a testimonianza di come l’impegno sociale non fosse per lui disgiunto da quello progettuale.
Quando nel 1936 scoppiò la guerra civile spagnola, era stata realizzata solo la facciata della Natività, che prospetta su una delle due piazze laterali; i modelli di studio che Antoni Gaudí aveva lasciato, destinati a indicare ai suoi successori come procedere nella costruzione, furono fatti a pezzi dalla furia antiecclesiastica di alcune bande.
“Gli anarchici distrussero non solo i modelli, ma diverse chiese in tutta la Catalogna – ricorda Bonet – Oggi, io e il team di architetti che con me portano avanti il cantiere, continuiamo ad attingere a quei lacerti mentre cerchiamo di comprendere come Gaudí intendesse risolvere gli specifici aspetti dell’opera.”
Sotto il pavimento della chiesa in effetti si trova, oltre al deposito attrezzi e agli uffici del cantiere, anche un museo: nella parte riservata di questo, sono custoditi circa 10 mila pezzi, quel che resta dei modelli realizzati dal maestro catalano. È nello studio di questi pezzi che la progettualità architettonica si unisce all’impegno archeologico.

Bonet, per quanto ottuagenario, si arrampica con agilità sulle scale che conducono alle volte interne, da poco completate, innestate a 45 metri di altezza sopra le cinque navate della chiesa.
Indicando in basso, dal camminamento in quota che gira attorno all’abside, Bonet spiega: “Qui si nota il passaggio dal Neogotico all’architettura nuova gaudiniana.
Non più contrafforti e archi rampanti, ma una struttura che si sostiene dall’interno, come un albero che dal tronco dirama le sue propaggini laterali che spiovono all’intorno. In questo modo la struttura si mantiene leggera.” È stato infatti calcolato che pesi approssimativamente la metà della Cattedrale di Colonia, ultimata nel XIX secolo secondo linee tipicamente neogotiche.
“Nell’imitazione della natura, il maestro trovava forme per strutture autoportanti, realizzate secondo concetti geometrici: conoidi, paraboloidi, iperboloidi, mentre le colonne sono elicoidi composti.
Queste si articolano attraverso snodi ellissoidali: una forma che consente che le diramazioni superiori scarichino il loro peso sempre nella parte centrale dell’elemento inferiore.”

A destra, dall’alto: il tracciato ferroviario nel contesto urbano. La pianta della chiesa, alle spalle e a lato della quale già passano due linee di metropolitana. Davanti al fronte, in rosso, il tracciato previsto per l’Ave. Si nota anche la grande scalinata prevista da Gaudí, in uno spazio dove nel frattempo è stata fatta passare una strada e sono stati edificati condomini.

I rischi dell’ave

A una ventina di metri di profondità, poche decine di centimetri più avanti della verticale della facciata della Gloria: questa la posizione in cui è previsto il passaggio del tunnel dell’Alta velocità spagnola (AVE). Il problema: sia i lavori per realizzare il tunnel, sia i passaggi dei convogli trasmetteranno vibrazioni, che saranno tanto maggiori quanto più alte le strutture (le torri campanile della facciata raggiungeranno i 120 metri). I rischi sono anzitutto di causare distacchi delle coperture in ceramica a trecandis (mosaico) e alla lunga persino di minacciare la stabilità strutturale. Centinaia di accademici nel mondo, migliaia di persone stanno manifestando il loro allarme. Il Comitato spagnolo dell’International Council on Monuments and Sites (ICOMOS) raccomanda di “scegliere un tracciato differente”,
dopo aver esaminato i problemi strutturali e geologici.
“Vista la vicinanza del passaggio del treno alla struttura – ha scritto il dr. Gomà, docente di chimica al Politecnico di Cataluna, specialista in materiali da costruzione – le vibrazioni intermittenti e continue sui diversi elementi strutturali, in relazione alla diversità di ‘misura e lunghezza’… c’è la possibilità che si producano zone di vibrazioni stazionarie…
In questi elementi si determinerà un aumento delle microfessurazioni, presenti in tutto il cemento.” E segnala inoltre la possibilità di distacchi delle coperture ceramiche. Il dr. Riba, docente di Geologia all’Università di Barcellona, afferma: “È
doveroso salvaguardare la stabilità di una struttura come la Sagrada Familia, che deve restare per un tempo più lungo delle altre edificazioni urbane… (propone in alternativa tracciati lungo il litorale o lungo le linee ferroviarie esistenti) dato quel che si sa dei terreni… catalogati come poco coerenti…. il tunnel dovrà passare a profondità di oltre 40 metri.”
Nel sito ‹www.sossagradafamilia.org› si trovano informazioni per aderire alla raccolta di firme.

Sezione laterale con le sostruzioni di fondazione e in rosso il progetto del tunnel per l’Alta velocità sotto
la facciata principale. Dietro l’abside della chiesa è da
tempo in funzione una linea di metropolitana.
Si notano le quote in profondità e in alzato, con la
guglia principale (da realizzare) a +170.00m.

Le coperture sono costruite secondo il sistema della “volta catalana”: “Un tempo tutte le volte nell’area mediterranea erano realizzate in questo modo: tre strati sovrapposti di mattoni con corsi di diverso orientamento e incollati tra loro, così da ottenere solidità senza bisogno di altre strutture portanti.
Abbiamo dovuto educare ex novo maestranze capaci di realizzare queste opere: nessuno ne sapeva più nulla. E nelle volte non c’è cemento armato: tra le file di mattoni in leggera convergenza sono state inserite piastrelle colorate, così che dal basso appaiono come foglie di palma: l’architettura di Gaudí è sempre piena di simboli. Invece nei piloni la legge ci ha costretti a porre un’anima in cemento armato.
Questi esternamente sono rivestiti da uno spessore di 5-8 cm di granito e, per il tiburio, di porfido.

Opere di design di Gaudí, in senso orario: bassorilievi nella facciata della Natività; confessionale; vetrata della
controfacciata della Natività.

In realtà il cemento non sarebbe stato necessario: le strutture geometriche di Gaudí reggono benissimo in mattoni o in pietra.” Fino a poco tempo fa si poteva ammirare l’edificio in prevalenza da fuori: oggi i visitatori (oltre 2 milioni all’anno) possono accedere al camminamento perimetrale che correrà tutto attorno alla chiesa quando la facciata principale sarà stata compiuta. I lavori oggi interessano la quasi totalità della navata centrale e tutto lo spazio sopra le volte.
Negli ultimi anni l’opera è proceduta speditamente, grazie ad alcune donazioni: per questo sono state terminate le volte interne. Ora è allo studio la soluzione delle quattro guglie campanili della facciata della Gloria e della guglia principale sul tiburio. Jordi Faulí, collaboratore di Bonet, racconta che Gaudí concepiva la chiesa come un immenso strumento musicale: “Le diciotto torri conterranno campane tubolari, di tipo orchestrale, e all’interno della chiesa vi
saranno tre organi e due cori: uno di bambini nell’abside e uno sopra l’ingresso principale, di circa trecento adulti.
Grazie alle aperture nelle torri, sia il suono delle campane, sia la musica organistica e i canti corali si propagheranno
anche all’esterno. La chiesa è un grande organismo che con la sua architettura e con la musica comunicherà sempre con la città…”

Leonardo Servadio

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