Alessandro Castagnaro


Napoli e Salerno: due realtà della stessa regione accomunate dalla mediterraneità, dall’orografia, dalla posizione geografica, dall’analoga matrice culturale. Senza risalire ai tracciati primitivi delle due città, quello ippodameo e quello del ‘castrum Salerni’, la genesi dell’architettura si deve, per entrambe, all’opera dei Benedettini che tennero in vita la cultura bizantina innestandola nella tradizione artistica classica della Campania. Nella seconda metà dell’XI sec., l’abate
Desiderio cercò di ravvivare l’arte e la cultura della regione, richiamandovi maestranze lombarde che impiegarono nelle costruzioni frammenti marmorei romani e preziosissime colonne. Nella grande abbazia di Montecassino sorse una scuola che diffuse in tutti i conventi della regione la sintesi romano-bizantina, cui si unirono gli apporti provenienti da Salerno e Amalfi, dando vita ad una linea figurativa definibile siculo-normanna. Di questi vari influssi nell’arte medievale campana si possono citare la cattedrale di Salerno, ove antiche colonne classiche sostengono archi di tipo bizantino, oppure il campanile in laterizio di Santa Maria Maggiore a Napoli, oggi finalmente isolato, unica preesistenza superstite.
Nonostante gli intrecci culturali, che nell’ultimo millennio spesso hanno accomunato le due città, l’evoluzione urbanistica ed architettonica dell’ultimo decennio segna delle accentuate differenziazioni.

Napoli
Salerno
Metro di Napoli

1. Progetto di Fr. Bruno con F. Lavaggi, G. Lavaggi, M. Conte, impresa A.T.I. con Brancaccio costruzioni S.p.A., cfr. Rassegna ANIAI 2/06, giugno 2006.
2. Cfr. Pica Ciamarra Associati, Città della Scienza, Liguori Editori, Napoli 2002.

Per un’analisi storiografico-critica delle evoluzioni urbanistiche architettoniche contemporanee, bisogna risalire alla gestione politica e culturale degli anni ’90 del Novecento. Entrambe vedono caratterizzato il loro sviluppo urbano e periferico attorno ad assi sul territorio: a Napoli gli assi sono segnati da linee di trasporto su ferro (metropolitana,
TAV, circumflegrea); a Salerno dalla linea ideale che dalla foce del fiume urbano Irno risale verso la sorgente.
Napoli ha subìto un’espansione puntuale e limitata con un P.R.G. redatto da tecnici comunali locali, sofferto, discusso, criticato ed approvato di recente, uno strumento rigido, poco flessibile e con tante contraddizioni. Salerno si è avvalsa, negli stessi anni, dell’apporto dello spagnolo Oriol Bohigas, già autore delle grandi trasformazioni di Barcellona e di un piano a mosaico, mai approvato per intralci burocratici.
Al rinnovamento di Salerno hanno contribuito illustri personaggi, vincitori di concorsi che sono stati espletati, a differenza di quanto avvenuto a Napoli.

Z. Hadid, stazione TAV. Progetto vincitore
V. Gregotti, progetto di riqualificazione nell’area di Secondigliano
F. Bruno et al., Piazza della Socialità

Trasformazioni urbane a Napoli
Dal 1992, anno della prima giunta comunale presieduta da Antonio Bassolino, la città ha attraversato alterne vicende, spesso più mediatiche che urbanistiche ed architettoniche. Lo sviluppo urbano dal centro verso le periferie – il grande centro storico napoletano che si estende dal capo di Posillipo a piazza Carlo III, secondo le nuove disposizioni
del P.R.G. – è stato affidato a linee di trasporto su ferro le quali oltre che migliorare la mobilità – finalità quasi pienamente raggiunta – avrebbero dovuto costituire l’auspicato volano di trasformazioni necessarie per la riqualificazione e il risanamento delle tante periferie urbane degradate ed abbandonate. Il sistema di trasporto metropolitano su ferro, attività prevalentemente ingegneristica, ha poco interessato lo sviluppo architettonico ed urbanistico, se non in maniera puntuale e poco condivisa dalla collettività, anche perché gli interventi architettonici – limitati esclusivamente alla realizzazione di stazioni della metro o di arredi urbani di parchi pubblici e di piazze – sono stati solo qualche volta frutto di concorsi pubblici, ma più spesso si è trattato di incarichi ad affidamento diretto al personaggio dello star systemdi turno, che ‘cala’ il progetto dall’alto in un ambiente a lui sconosciuto dal punto di vista architettonico-spaziale, ma anche, e soprattutto, ignaro delle esigenze sociali e della collettività.
Se nella Napoli degli anni ’90, detta del rinascimento, gli apporti dell’architettura alla riqualificazione urbana sono stati notevolmente limitati, quelli che avrebbero dovuto riqualificare le periferie restano allo stato di progetti. Può bastare una stazione della TAV – questa volta frutto di un concorso vinto dall’irachena Zaha Hadid – a migliorare un tessuto sociale e culturale degradato come quello di Afragola nella periferia est di Napoli? Né tanto meno si può pensare che le amministrazioni abbiano idee chiare sulla riqualificazione dell’annosa
problematica di Secondigliano-Scampia. Dopo aver attribuito le responsabilità del degrado sociale, culturale, ambientale della zona di Scampia al progettista delle ‘Vele’ Franz Di Salvo – uno dei maggiori interventi degli anni Settanta in base alla L. 167 – e dopo la demolizione parziale di esse, sembra che non ci siano ancora i presupposti per una riqualificazione a breve di queste aree, sebbene il Comune abbia affidato convenzioni di studio a Dipartimenti universitari per l’analisi di fattibilità su trasformazioni o demolizioni, ma i risultati delle ricerche e dei progetti non sono mai stati resi attuativi.

Valga per tutti il caso di una anomala procedura di riqualificazione nell’area di Secondigliano: il progetto per la sede degli uffici della Protezione Civile – anch’esso affidato nel 2001 a trattativa privata allo studio del milanese Vittorio Gregotti – dopo quattro anni di stasi dalla data di presentazione, è stato improvvisamente destinato a sede della
Facoltà di Medicina dell’Università Federico II di Napoli. Può bastare una Facoltà universitaria da sola a riqualificare un tessuto così sfrangiato e degradato? Può un edificio destinato ad uffici trasformarsi in un articolato complesso universitario per una Facoltà di Medicina, con aule, laboratori, dipartimenti, centri di ricerca, e quant’altro?

I vani tentativi di project financing, pur caratterizzati da progetti di qualità come quello di piazza della Socialità del gruppo capeggiato da Francesco Bruno,1 stentano a decollare, ma intanto esistono promesse di grandi opere pubbliche per la zona: una per tutte il nuovo stadio di calcio di Napoli, progetto emerso improvvisamente – redatto da ignoti professionisti comunali – privo di condivisione da parte della cittadinanza e privo di infrastrutture tali da omogeneizzare un complesso sportivo in un tessuto periferico tanto studiato, ma tanto socialmente degradato.

Città della Scienza, progetto Pica Ciamarra Associati
F. Cellini, Bagnoli, Parco dello Sport. Progetto vincitore

Tante altre incertezze politico-gestionali si rilevano nella lettura del territorio da oriente ad occidente, valgano due esempi significativi.
Bagnoli, area di alto livello paesaggistico, panoramico, con valenze intrinseche storiche e culturali, dall’atto della dismissione degli insediamenti industriali produttivi (1992) non è stata ancora bonificata interamente. Proposta per i campionati mondiali di vela, per la balneazione, per poli tecnologici, per parchi dello sport, per grandi parchi a verde, per marina attrezzata al diporto nautico, vede realizzata a tutt’oggi, in un’area limitata e circoscritta, un’unica realtà architettonica qualificata, produttiva ed occupazionale: il complesso della Città della Scienza progettato dallo studio Pica Ciamarra Associati.2 Per la zona è stato bandito un concorso internazionale, poi annullato, poi bandito nuovamente per la realizzazione di un grande parco dello sport, con progetto vincitore di Francesco Cellini.
Analogamente, dopo la rimozione delle raffinerie e dei depositi di prodotti petroliferi, delle acciaierie, tanti progetti sono stati avanzati per l’area est, altro grande insediamento produttivo ed occupazionale di un tempo: dall’Ospedale del mare alla darsena marina di Vigliena, ad attività turistico-portuali tanto carenti e, nello stesso tempo, ambite in una città marinara come Napoli, ma tutti ancora privi di realizzazioni.

All’ultimo decennio bisogna riconoscere l’esecuzione di una rete infrastrutturale essenziale per la mobilità e lo sviluppo, ma essa non può da sola riqualificare un tessuto degradato, malsano e abbandonato, come quello di Napoli e della sua estesa periferia.

Ma la riqualificazione non decolla anche per la lentezza procedurale operativa ed attuativa, una lentezza non affatto dovuta a motivazioni di ordine tecnico ed esecutivo, ma derivata dall’‘immobilismo’ che ha caratterizzato questi anni. È chiara l’assenza totale di architettura partecipata, quella a servizio della collettività che da un lato è necessaria
per il miglioramento della qualità della vita media, dall’altro caratterizza il prodotto del nostro tempo sul territorio in maniera non invasiva, ma appunto ‘partecipata e condivisa’.

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Archeoclub d’Italia
movimento di opinione pubblica
al servizio dei beni culturali e ambientali

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