Aforismi naturali

Il rapporto tra la natura e l’architettura è per molti versi indeterminato e ambivalente. È indeterminato perchè non appare sufficientemente chiaro il meccanismo della mimesi, un processo di prelievo selettivo di parti e di configurazioni per mezzo del quale è possibile trasferire la dimensione morfologica propria di elementi vegetali, di organismi animali e di strutture minerali nell’architettura.
È ambivalente perché questa imitazione sembrerebbe alludere a una affinità amichevole tra il mondo naturale e quello della costruzione architettonica, mentre quest’ultima deve in realtà la sua origine alla necessità di proteggere l’essere umano dalla stessa natura, che è vasta, infida e labirintica, accidentata e indecifrabile.
Anche la natura è infatti ambivalente. Come ricordano pressochè tutti i trattatisti essa costituisce un pericolo per l’essere umano nel momento stesso in cui gli offre i mezzi con i quali dotarsi di un riparo solido e sicuro. Da Vitruvio a Lucrezio, da Dante a Leopardi, da Poe a Lovecraft, ma anche da Michelangelo a Friedrich, la natura presenta il suo volto minaccioso, esibisce la sua essenza imprevedibile e indomabile.
Davanti a questa negatività esiste un versante positivo. A volte la natura rivela potenzialità favorevoli mettendo a disposizione risorse, proponendo in vari modi più forme di bellezza implicita, suggerendo modalità di pensiero che possono favorire la nascita di una nuova realtà.
Un albero può servire per costruire una capanna, ma può anche attirare il fulmine che ucciderà chi ha trovato rifugio sotto i suoi rami.
In natura, tanto per fare un esempio, non esistono luoghi, tanto meno i luoghi ameni così cari agli antichi. Essi esistono solo grazie all’ordine che l’essere umano introduce nel mondo, un ordine che possiede una logica che ha qualcosa di autonomo, una logica che trova le sue leggi in statuti conoscitivi e operativi sostanzialmente irriducibili a quelli naturali. Detto in altre parole non sembra essere tanto significativa la mimesi in sé, quanto il fatto che essa produce sempre uno scarto, una differenza, un incremento rispetto a ciò che si è imitato. Il problema consiste dunque nello stabilire in che modo dare vita a questo plusvalore differenziale, un’alterità che è fatta di sintesi, di astrazione e di una necessità che non coincide con quella dei processi evolutivi riscontrabili nella natura. Un’alterità che sembra escludere quell’alleanza tra la natura e l’architettura nella quale crede fermamente Paolo Portoghesi. Al di là dell’analogia tra i due ambiti della natura e dell’architettura, una analogia che può essere anche notevole -si pensi alla forza di gravità come modello e insieme come strumento di una composizione architettonica ideale – ciò che conta sembra essere la distanza che si interpone tra il naturale e l’artificiale. Una distanza che – per chi scrive – deve essere sempre più ampia. L’opposizione che si crea tra queste due polarità è in sostanza l’energia di cui si nutre l’architettura. Nel suo realizzarsi, quest’ultima utilizza la natura come misura delle estraneità che la identifica in negativo rispetto al mondo naturale. ‘Il mondo dell’uomo – ha scritto il grande teologo tedesco-italiano Romano Guardini – innalza i fenomeni naturali e i loro rapporti introducendoli in un’altra sfera, quella del pensato, del voluto, dello stabilito, del costruito, che in un modo o nell’altro sono sempre lontani della natura: la sfera delle realtà culturali. In questo mondo della cultura vive l’uomo’.

L’attuale stato delle opinioni riguardanti la situazione del pianeta, uno stato di salute che sarebbe – secondo la maggior parte degli studiosi – tanto grave da rischiare l’irreversibilità, è forse uno degli effetti principali della crisi profonda dell’idea di umanesimo. In effetti ritenere che l’essere umano sia riuscito a stravolgere la vita di Gaia, come James Lovelock chiama la Terra, al punto da comprometterla in modo quasi definitivo, implica senza dubbio una sopravvalutazione delle possibilità che gli abitanti del pianeta hanno di incidere su di esso.Per contro è parallelamente sottostimata la capacità di invertire questa tendenza distruttiva. Ciò comporta l’emergere di punti di vista ispirati a un pessimismo cosmico che rappresenta il controvalore dell’entusiasmo con il quale molti celebrano gli scenari globali. Al contempo l’essere umano viene progressivamente allontanato dal centro di ciò che una volta si definiva il creato. Esso è spinto progressivamente alla periferia del sistema naturale, riconoscendosi come un animale, il quale – essendo alla pari con altri animali – non può vantare diritti particolari, spazi speciali e comportamenti privi di necessari condizionamenti.
Tuttavia questo stesso collocarsi lontano dal centro è frutto di una sorta di hybris basata sempre sulla possibilità dell’essere umano di potersi collocare autonomamente nella scala dei valori relativi al suo essere nel mondo. La globalizzazione è la metafora più convincente e per certi aspetti più drammatica di come l’essere umano si sopravvaluti.
Il fatto che le dinamiche economiche, gli scambi commerciali e il flusso delle informazioni interessino tutto il pianeta finisce con il ridurre il mondo a una semplice rete, una griglia atopica e generica che rende il mondo omogeneo e ripetitivo. Questa riduzione obbliga chi agisce a ricostituire ogni volta l’unicità fisica e tematica del mondo stesso, ricondotto sempre alla sua condizione di prodotto dell’essere umano, di risultato, citando Hanna Harendt, del suo incessante labor.
Nel corso di millenni l’umanità ha cercato con ogni mezzo di distaccarsi dalla natura prima nominandola, poi istituendola come l’altro da sé per eccellenza, come guardando il mondo dall’esterno.
Oggi si cerca di fare rientrare l’umanità nel proprio rango di entità che è prima di tutto biologica e successivamente pensante. Sono sempre più diffusi  gli inviti a fare un passo indietro, a decrescere, a rinunciare pasolinianamente allo sviluppo a favore di un progetto fatto di semplicità e di frugalità. Inviti che si possano senz’altro accettare, ma solo se non configurano un nuovo pauperismo globale, se non presuppongono un sensibile arretramento della vita sociale, che al contrario deve offrire possibilità sempre maggiori a se stessa nel suo insieme e agli individui che ne fanno parte. Questa volontà di guardare indietro, che si fa sempre più pressante, rischia di mettere in ombra quello che è il carattere fondante della società umana, vale a dire la consapevolezza di avere un progetto di esistenza che in qualche modo la trascende.
Per chi scrive, la questione della sostenibilità andrebbe inquadrata all’interno delle sintetiche riflessioni proposte nelle righe precedenti.
Sarebbe infatti riduttivo considerare tale questione solo nei termini di una emergenza da risolvere in prima istanza sul piano tecnico. Essa va proiettata infatti su un orizzonte culturale che assuma come proprio campo di applicazione l’intera dimensione dell’abitare come sistema unitario, interconnesso nelle sue parti, dipendenti a loro volta l’una dall’altra.In questo senso la sostenibilità non è altro che la prima condizione perchè l’umanesimo ritrovi il suo equilibrio e la sua necessità.
Dire architettura sostenibile è come dire architettura architettura. Questo nominare ridondante esprime un disagio concettuale, prima ancora che un’esigenza concreta. Se questo è vero, è anche vero che il problema è allora quello di restituire alla nozione di architettura il suo intero contenuto, il suo essere contemporaneamente uno strumento e il fine al quale lo strumento stesso tende. Ripensare l’architettura all’interno di un’idea decentrata dell’umanesimo, appare la premessa per un pensiero della sostenibilità che coincida in tutto con la possibilità che ad essa sia data una risposta veramente operante. L’umanesimo si presenta oggi
diviso tra vittoria e sconfitta, tra trionfo e fallimento, tra crescita e declino, tra la memoria e l’oblio, tra la durata e l’istantaneità … divisioni di cui le megalopoli mondiali sono l’emblema più forte e convincente.
Localizzare la sostenibilità, intesa come ridefinizione di un tumulto delle megalopoli, specchi perfetti della molteplicità e del caos, appare come l’unica strategia in grado di aprire prospettive teoriche e pratiche originali e risolutive. Prospettive che è possibile immaginare solo perchè l’essere umano è sorretto da una capacità creativa, risorsa la quale, essendo un’emanazione della propria spiritualità, si pone anche essa oltre la natura.

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