360 gradi

Molti artisti si fermarono a Parigi e nei pressi della città […] in edifici in disuso: scuderie, capannoni, laboratori
artigianali, fabbriche, palestre o sale per il gioco della palla o della corda. L’organizzazione poteva essere confortevole
e pratica, come la vecchia palestra occupata da Delacroix in rue Nôtre dame de Lorette dal 1845 al 1857, o totalmente indigente, come l’essicatoio di modeste dimensioni, costruito con tavole in legno e gesso in rue Tourlaque a Monmartre, cui si ispirò Zolà per l’ultimo atelier di Cloude Lantier: un magazzino bohèmiens. Così scriveva Anne Marie Lecoq della tendenza, già alla fine dell’800, di trasformare grandi rimesse, depositi e capannoni industriali in abitazioni
anticonvenzionali, nei quali il mestiere di chi l’occupava segnava e definiva lo stile di vivere e abitare spazi divenuti
domestici. Così quasi sul finire dell’800 nasceva “l’archeologia industriale”.
Queste ex fabbriche, questi ampi spazi di produzione rivelarono qualità architettoniche di pregio tali da ispirare attente operazioni di recupero preservando la loro struttura originale. Preziosa testimonianza di una tradizione
urbana e culturale che aveva cambiato la filosofia del lavoro.
Vetrate a tutta parete, ossature metalliche a vista, superfici totali senza intermezzi di porte o pareti (dove l’occhio spazia indisturbato e dove quasi nulla rimane nascosto) affascinarono in primo luogo gli artisti che intravidero negli enormi spazi espositivi la possibilità di allestire le loro opere in modo originale. Erano luoghi agevoli per lavorare e creare in totale libertà realizzando l’aspirazione a vivere al di fuori delle regole, secondo uno spirito segnatamente diverso da quello comune. È questo modello ad insinuarsi nell’immaginario collettivo, valicando l’Europa e giungendo
oltreoceano. In particolare durante gli anni ‘60 e ‘70, gli anni della rivoluzione dei costumi, negli Stati Uniti il loft diventò espressione dell’affermazione di uno stile di vita alternativo al perbenismo e al moralismo ostentato dalla
società americana. Oggi è un’interpretazione del lusso che ha come unità di misura i metri quadri. Spazi ampi e ariosi
dove i tempi del lavoro e del privato si mischiano e si sovrappongono per un nuovo modello di vita.

La prua di una nave

Una veduta del soggiorno con il doppio volume dove
l’attore principale è il grande mobile contenitore che si erge libero sino al soffitto del piano superiore.
(Imbottiti Cappellini e Poltrona Frau).
Una vista del soggiorno con in primo piano il tavolo
in acciaio e cristallo e le storiche sedie di Giò Ponti
(“Superleggera”) per Cassina.
Nelle immagini, una realizzazione dell’architetto Simone Micheli.

Giochi di trasparenze

Il concetto di abitazione d’avanguardia è reso mirabilmente dalle trasparenze di un loft milanese, incastonato in una delle zone storiche più suggestive della città. Il giovane immobiliarista che vi risiede lo ha ricavato da un capannone,
grande laboratorio artigianale, costruito all’interno del cortile di un edificio ottocentesco. Un open space dove il candore di pareti, colonne e arredi allarga ulteriormente gli orizzonti che travalicano la trasparenza del lucernario,
copertura dell’intero locale.

Le lastre atermiche impostate su capriate metalliche trasmettono la luce solare sfruttandola al massimo, ma riparano dall’eccesso di calore. Il soppalco in cristallo stratificato, le lastre della scala e la passerella che s’affaccia al piano inferiore ne rappresentano l’ideale continuità. Tutte le superfici rimangono assolutamente trasparenti nonostante lo spessore sia considerevole. È così che la luce naturale raggiunge anche il piano inferiore permeando tutto il loft, rifrangendosi sui tubi luminosi collocati appena sotto la passerella. Anche i giorni di pioggia diventano godibili: restando ad osservare il lucernario, il giovane proprietario descrive la sensazione di sentirsi “avvolti da veli acquatici, come sotto una cascata”. L’area living (230 mq) ha i pavimenti in travertino trattato in resina trasparente, interrotti nel soggiorno da una minipiscina Jacuzzi che declina al relax l’idea dell’intero ambiente.

La zona è concepita su livelli diversi con gradini che fungono da sedute e talvolta sono espedienti per una divisione discreta dello spazio. Il grande divano angolare è di Minotti mentre le poltroncine in pelle bianca e la scrivania sono Poltrona Frau. Nell’ingresso è posteggiata, simile ad una scultura popart, una moto di grossa cilindrata, evidente passione del proprietario. La camera da letto è arredata con mobili in midollino della Gervasoni, dalle forme spiccatamente geometriche d’impronta minimalista. Qui a creare una parvenza di divisione degli ambienti, solo un doppio tendaggio di tessuto pesante e coprente, a tratti alternato da teli più leggeri. Si è voluto così giocare con la luce e la trasparenza, con l’idea di fare a meno di coperture, grazie all’evidente libertà di progettazione che offre una struttura priva di vincoli tecnici o di contesto.
Dimora aperta al cielo, dove il concetto di spazio vuoto perde la sua negatività diventando un involucro trasparente e permeabile all’esterno.

Bianco con pennellate arancio

Un enorme portone, in zona Navigli a Milano, schiude una città nella città: una serie ordinata di piccoli, graziosi capanni con la classica copertura vetrata, ognuno con un intonaco esterno diverso, vivace e contrastante. Il loft ritratto in queste foto è di Monika Unger, da lei stessa progettato e arredato. Dalla porta vetrata d’entrata si accede in un ambiente unico, enorme dove tutto è contenuto armonicamente (soggiorno-salotto, angolo cucina, camera da letto e bagno) ed incorniciato dal bianco, a tratti connotato di rosso. Dalle dimensioni e dalle altezze inusitate, la strutturazione dello spazio è essenziale, luminosa tanto più che il pavimento del piano inferiore è realizzato con un’unica colata di cemento grigio chiaro, rifinito con resina ancor più chiara e la luce oltre che da lampade a terra (Fontana Arte), proviene da una fascia lunga e stretta inserita nel pavimento stesso verso il perimetro della sala.

La nota di colore più accesa è la stampa gigante digitale “Safe Zero” dell’architetto Mazzucconi, appesa sul divano (“Soft”, Lissoni). Di fronte un tavolino in legno e ferro (Cappellini) e sgabelli di ceramica smaltata (Habitat). Una scala in ferro sale sul soppalco richiamando i ballatoi di una volta. Diviso in due aree collegate da una passerella, incornicia il salone centrale inferiore. Listoni di legno sbiancato poggiano su una struttura metallica bianca e sostengono una camera per gli ospiti da un lato, dall’altro un’intima sala lettura, tutta contenuta da un tappeto Kilim.

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