14 Luglio 1902, quando cadde il campanile di San Marco

14 Luglio 2002
Ricorre il primo centenario del crollo del Campanile di Venezia

14 Luglio 1902

La sera del 13 luglio 1902 gli operai del Comune di Venezia completarono lo steccato che recingeva alla base il campanile … “nostrum, sancti marci, quod est famosum et nominatum per totum orbem …” (da un’antica cronaca).
Per tutta la notte seguente le guardie municipali vigilarono: nessuno doveva avvicinarsi! Da un po’ di tempo la più che millenaria torre denunciava con evidenti sintomi la progressiva decrepitezza. Caduta di intonaci, staccarsi di qualche mattone, progressivo aprirsi delle crepe in verticale: tutto faceva temere il peggio! Il giorno seguente fin dalle prime ore di luce semplici cittadini, autorità e tecnici stiparono tutti gli spazi disponibili.
All’improvviso irruppero quasi di corsa i “pompieri” comunali portando una lunga scala che subito poggiarono sul lato nord della torre per esaminare più da vicino gli incombenti pericoli. Poco dopo, il grande orologio iniziò una specie di conto alla rovescia: battè le ore: dieci botti baritonali e tre dal timbro argentino. Ed ecco l’attimo che sarà ricordato nei secoli. Ore 10.45 del 14 luglio 1902! Con scatto velocissimo i “pompieri” si misero in salvo trascinando gli incauti curiosi. Il vocìo si tramutò in un violentissimo urlo d’angoscia, e subito dopo un terribile boato da “fine del mondo” annunziò l’immane catastrofe! La fine di quello che i veneziani chiamavano papà (il papà dei campanili) fu degna del suo amore protettivo verso i suoi figli. Non travolse nessuno, si piegò su sé stesso, si sgretolò.
Qualcuno ha scritto: “I giganti della storia, dominatori o abbattuti, amano trascinarsi dietro un corteo di vittime. Il buon gigante veneziano non ne volle alcuna; precipitò, giacque, risorse, senza macchiarsi di una stilla di sangue”! Aggiungo: senza la più piccola scalfittura a quei tre stupendi edifici dai quali uscì la grandissima civiltà veneziana: la Basilica d’oro, il Palazzo del Doge e del Supremo Governo e la sansoviniana Biblioteca Marciana. L’angelo d’oro scivolando sopra le macerie si fermò per ultimo proprio all’ingresso della porta centrale di S. Marco.

Una veduta aerea di piazza San Marco P. Caccin (a destra) presenta il libro, da lui curato, sulla Basilica di S. Maria delle Grazie a Milano, al Santo Padre

La gentile poetessa Maria Pezzé Pascolato ci riporta le “ultime parole”:
Go durà mile ani – mile ani Venezia, vecia mia, non te lagnar, in là fioi, che non vogio far malani, pax tibi marce, a l’ora de cascar. Me sento in tera, a la mia chiesa in fazza; me calo zo pian pian … ohi! Cossa xe? Un sbrego! Che i re veda xe ben peraltro. Se ho falà scusé!
La sera stessa si riunì in seduta straordinaria il Consiglio Comunale. Il sindaco Filippo Grimani senza incertezze lanciò la parola d’ordine: riedificazione! Nei giorni seguenti cominciò a circolare sempre più spesso la formula, che divenne un ritornello, e intendeva troncare sul nascere ogni perdita di tempo con progetti più o meno rinunciatari o di radicali modifiche. Cioè: deve risorgere com’era e dov’era! Ad ogni morte ci vuol la sua scusa, si dice. Era logico che si cercassero le cause e quindi eventuali responsabilità. Difetti statici, riparazioni o aggiunte per calamità naturali, come i fulmini (tristemente famoso quello del 1511) resi più numerosi dalla presenza al vertice dell’Angelo e dal materiale ferroso. Ma ora non si trattava più di riparazioni ma di “risurrezione”. Ferma restando la fisionomia, ci si impegnò ad usare la tecnica più aggiornata per avere un edificio più leggero e solido. La caduta ebbe un risvolto utile: cioè la frantumazione favorì la conoscenza dell’organismo. Così si fecero anche interessanti scoperte. Come ad esempio quella che ritengo la più importante. Correva voce che le fondamenta fossero “l’ultimo monumento romano”.
Quando, sgombrate le macerie, (primavera del 1903) Giacomo Boni – sangue veneziano, animo romano – scavò per il nuovo masso di fondazione trovò numerosi laterizi con sigle imperiali uguali a quelle del vallo di Aquileia e dei massi stradali delle vicine vie romane. Prova sicura che quello fosse “il sepolcro della grandezza romana, la culla di quella veneta”. La battuta forse si deve al Boni.
Ed ecco in sintesi la tabella di marcia della riedificazione:
23. VIII. 1903: viene eletta la commissione riedificatrice.
8. X. 1904: ultimata la palafitta.
14. X. 1905: completato il masso di fondazione fino al livello della piazza.
3. III. 1906: finita la zoccolatura fuori terra.
31. III. 1906: inizio opera laterizio.
29. XII. 1908: inizio lavori in pietra.
30. X. 1910: ultimata cella campanaria.
6. V. 1911: finito il grande dado sopra la cella campanaria.
6. I. 1912: sistemazione della cuspide piramidale sopra alla quale viene poggiato su una piattaforma girevole l’Arcangelo Gabriele. Mancano lavori minori per le rifiniture: vengono alacremente compiuti nei giorni che rimangono alla festa di S. Marco fissato per l’inaugurazione. E non posso parlare di quel gioiello della loggetta, classico gioiello del Sansovino, costruito (1537-49) per i custodi. Fu un restauro capolavoro dopo aver raccolto anche i minimi frammenti. I veneziani erano attaccatissimi al campanile perché fin dal principio ha fatto la guardia a quanti entravano in laguna. Sapevano che se mai nessuna flotta era penetrata nel loro habitat lo dovevano alle sentinelle che lui ospitava in alto. E la vita quotidiana era ritmata dal suono delle cinque campane. La più grande la chiamarono “marangona” (marangon = operaio in genere ) perché regolava l’inizio e la fine del lavoro all’Arsenale e in tutti gli altri cantieri, ma anche chiamava i nobili alle sedute del Gran Consiglio. Un’altra si chiamava “trottiera” e sollecitava i senatori ritardatari; la “nona” e la “mezza-terza” avevano nel nome l’ora in cui venivano usate. Ultima la “renghiera” detta anche “malefizio” perché annunciava le condanne a morte o le più grandi svent
ure.
L’unica che rimase intatta adagiata sopra un mucchio di macerie, fu la marangona. Il 14 Luglio del 1908, sesto anniversario della caduta, il papa S. Pio X scrisse di sua mano al sindaco di Venezia offrendosi a pagare la rifusione delle altre quattro campane delle quali aveva assistito al ricupero dei pezzi, ed anche il restauro dell’Arcangelo che dopo la caduta aveva fatto ospitare in una cappella della Basilica. Il giorno di nascita del Colosso Marciano non è certo. Ma la tradizione più accettata è quella dell’anno 912, dogando Pietro Tribuno.
Sarebbe molto bello poterlo provare:
25 Aprile 912 si piantano i primi pali;
25 Aprile 1912 a mille anni esatti di distanza una folla immensa di tutta Venezia, di autorità, di maestranze, un lungo scampanio di immensa gioiosità a cinque voci: è un tripudio. Qualcuno ha preparato la “cantata del campanile” che, con l’adattamento della musica di Benedetto Marcello, la famosa corale della Basilica Marciana guidata dal Maestro Lorenzo Perosi canta a squarciagola: Torre degli avi, faro di gloria A te guardavano le antiche navi Fiere lanciandosi sul nostro mar Torre degli avi che alla vittoria Allor la bronzea voce prestavi Risorgi e vigila sul nostro mar! Dal campanile mite un augurio Di pace effondesi nel ciel d’aprile I bronzi squillano lieti nel sol. Lo stuol gentile dei messi argentei Nel sole tiepido del ciel d’aprile Di pace si libera a vol. Viva S. Marco! Nel ciel d’Italia Risorgi a gloria del campanile Faro e segnacolo sul nostro mar.
P. Angelo Maria Caccin, O.P.

 

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