ARCHITETTURA FARE PENSARE

Valutare, documentare, riflettere

 

Mons. Giancarlo Santi Direttore dell’Ufficio Nazionale per i Beni Culturali Ecclesiastici, Conferenza Episcopale Italiana

Il rapporto tra architettura e Chiesa vive ancora una fase di incertezza. In tale contesto, quale ritiene sia l’importanza e il significato di una iniziativa come il Premio “Frate Sole”?
Innanzitutto occorre far rilevare che si tratta di una iniziativa unica nel suo genere in Europa e questa sola ragione basterebbe per meritare stima e plauso. Il suo valore principale mi sembra sia nel desiderio di documentare, valutare e riflettere sullo stato della progettazione architettonica, in ambito cristiano, in questi anni, senza limiti di nazione e di continente. Valutare, documentare e riflettere sono dimensioni fondamentali della progettazione che ritengo molto urgenti, in particolare nel campo dell’architettura cultuale, proprio perché sono come soffocate dalla prassi costruttiva e tenute ancora ai margini del lavoro critico e storico.
Sono convinto che il Premio “Frate Sole”, proprio perché nasce libero da vincoli di obbedienza accademica o gerarchica, costituisca uno stimolo efficace nei riguardi dei due principali momenti del discernimento critico e cioè, per quanto riguarda i committenti, la scelta dei progettisti e, per quanto riguarda gli studiosi, la ricerca storica e critica. Non vi è dubbio, inoltre, che assegnare un Premio così importante a un architetto e alle sue opere, nel caso concreto, può diventare un suggerimento motivato al committente sul quale grava la pesante responsabilità di scegliere caso per caso il progettista al quale affidare un incarico. In sintesi direi che il Premio “Frate Sole” ha insieme un valore di promozione culturale e di contributo operativo.
In che senso vede l’importanza culturale?
Un Premio come questo interessa certamente la cerchia ristretta dei cultori della materia e nello stesso tempo diventa un richiamo e offre spunti di riflessione concreta a una cerchia più vasta di persone. La questione della progettazione di chiese nuove, infatti, se rimane confinata nell’ambito della Chiesa, rischia di rimanere una questione “particolare”, riservata alla competenza di alcuni tecnici curiali, come se la chiesa fosse solo uno strumento da approntare per far fronte a inderogabili necessità pastorali, un caso di edificazione soggetto a urgenze e necessità tali da sottrarla a priori a ogni valutazione critica da parte dei teologi e dei critici.
La questione della progettazione delle nuove chiese, al contrario, interessa la Chiesa nella sua totalità e varietà di competenze e carismi e interessa, come è sempre accaduto, la cultura nel suo complesso. Anzi, occorre ribadire che, in un certo senso, i progetti di chiese nuove mettono a nudo impietosamente i nodi problematici dell’architettura contemporanea in quanto tale. Giustamente è stato fatto notare che le nuove chiese costituiscono il “caso serio” nel vasto campo della progettazione architettonica.
Nel 1996 si svolse il primo concorso “Frate Sole”. Oggi il secondo. Nel ’96 vinse Tadao Ando, oggi vince Alvaro Siza. Che lettura dà di questi risultati?
Entrambe le segnalazioni, Ando e Siza, a mio parere mettono in assoluta evidenza la scelta dell’essenzialità, della linearità e della semplicità. Sia in Ando sia in Siza è evidente una ispirazione che mira alla radicale purificazione dello sguardo. In questo i due architetti, pur provenendo da culture lontane da ogni punto di vista, sono vicini tra loro e sono vicini anche ad alcuni tra i grandi maestri del secolo XX, come Schwarz e Van der Laan.
Ritengo che opere come quelle segnalate intercettino e interpretino aspettative di molte comunità cristiane, anche se, realisticamente non di tutte. In particolare nel contesto della preghiera e delle celebrazioni liturgiche il “silenzio”, lo spazio come apertura e rispetto di una presenza sacramentale diventa una necessità sempre più sentita. Credo che non sia fuori luogo affermare che, almeno da parte di alcuni, si vada alla ricerca di architetture capaci di favorire la contemplazione, “eremi” in città, “monasteri”, case del silenzio. Ho l’impressione che entrambi gli architetti condividano, come uomini sensibili di oggi, questo bisogno, abbiano colto questa domanda che viene dal profondo e coerentemente abbiano bandito virtuosismi tecnologici e spaziali, presenze cromatiche e luministiche violente o semplicemente indiscrete.
Ritiene che da un Premio di questo genere possa emergere qualche indicazione tipologica?
Le indicazioni che emergono per la committenza ecclesiastica da questo Premio sono, a mio modo di vedere, numerose. Ne indico tre. In primo luogo credo che questo Premio faccia cadere barriere e pregiudizi circa la scarsa sensibilità dell’architettura contemporanea nei riguardi dell’architettura cultuale. Nessun committente ecclesiastico può trincerarsi dietro l’alibi della insensibilità dell’archi-tettura contemporanea per coltivare atteggiamenti o, peggio, sperimentalismi non motivati o casuali.
Da questa prima indicazione ne consegue una seconda: da parte della committenza, gli architetti devono essere attentamente ricercati. Se è vero che architetti sensibili esistono e che ad essi si possono affidare incarichi significativi, è ingenuo pensare che l’incontro tra committente e progettista avvenga spontaneamente. Il committente che desideri veramente realizzare un’architettura degna di questo nome deve mettersi alla ricerca del progettista che ritiene valido. In questa ricerca, non facile e non scontata, gli aiuti non mancano. Tra questi il Premio “Frate So-le” e gli esiti dei concorsi che, in tempi recenti, sono ormai numerosi. La premessa delle premesse è che al committente l’architettura stia veramente a cuore.
Una terza indicazione: il rapporto tra committente e progettista va costruito e mantenuto vitale con grande tenacia, dal momento che non si risolve una volta per tutte pacificamente. Le ragioni della committenza non sempre sono chiare neppure a lei stessa oltre che al progettista e viceversa. Su punti non secondari, come ad esempio i costi di costruzione e di gestione, non vi è ancora sufficiente informazione. Dare vita a un progetto, cioè, richiede capacità critica, tenacia e un profondo coinvolgimento. Il pericolo del ripiegamento e della rottura è sempre in agguato.

Mons. GiancarloSanti

condividi :
News
31/07/2005
Sylvia Duncan e Giovanni Terzi: libertà progettuale
04/11/2005