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Una politica per i beni culturali ecclesiastici

Chiesa e sponsor: un connubio possibile?

Un tempo erano chiamati “mecenati”, “patroni”, “benefattori”: senza le loro elargizioni la Chiesa non avrebbe il suo immenso patrimonio storico artistico. Ai diversi tipi di mecenatismo che nella storia si sono manifestati, oggi si aggiunge l’attenzione per il mantenimento del patrimonio storico e l’uso pubblicitario della sponsorizzazione: in che modo è questa praticabile?

Pare azzardata l’utilizzazione del concetto di sponsor in riferimento all’arte sacra. Forse perché nell’attuale contesto culturale gli sponsor finanziano iniziative profane, al meglio ricreative, con abituale ritorno d’immagine pubblica per l’ente sponsorizzante. Associare un’opera d’arte destinata al culto con un prodotto cosmetico, alimentare, tecnologico, o qualcosa addirittura di blasfemo, crea ovvie perplessità ed anche sconcerto. Le coscienze più sensibili sono giustamente preoccupate della reiterata profanazione del sacro ad uso della pubblicità. I registi della persuasione occulta sembrano infatti prediligere frati, suore, preti, chierichetti, santi ed altro ancora per reclamizzare casalinghi, alimentari, tecnologici, ecc. Sponsor che hanno “abusato” del sacro non vanno certo ingaggiati per sostenere iniziative di promozione dei beni culturali della Chiesa. Anche se potrebbe rappresentare per costoro una doverosa ammenda secondo la dantesca logica del contrappasso. Considerazioni di questo genere pur fondate sull’esperienza quotidiana non esauriscono tuttavia l’idea di sponsorizzazione in ambito ecclesiastico, così come si può ricavare da una pur breve retrospettiva storica. Molti anni or sono, durante un incontro in Firenze, Mons. Francesco Marchisano, presidente della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, pose all’indimenticabile scrittore Piero Bargellini, la seguente domanda: “Come mai Firenze è così indiscutibilmente ricca di opere d’arte?”. Con pacata ironia Bargellini disse: “La risposta è semplicissima. Bastano due parole: i soldi e i peccati dei fiorentini! Nel medioevo e nel rinascimento Firenze era infatti assai ricca. Ora quando si è ricchi diventa più facile indulgere in qualche peccato di troppo. Ma incombendo la tarda età iniziano scrupoli e pentimenti. I ricchi cominciavano allora ad offrire forti somme ai domenicani e ai francescani promuovendo le loro due scuole di artisti”. Pare dunque che per farsi perdonare le scappatelle, signori, mercanti e banchieri siano diventati encomiabili sponsor di arte sacra. Ma la storia della sponsorizzazione nell’ambito dei beni culturali della Chiesa affonda le proprie radici molto lontano e si articola in diverse tipologie. Se il termine sponsor è relativamente recente ed appartiene all’anglofilia della modernità, la realtà che rappresenta trova collaudate formulazioni espressive: mecenati, protettori, patroni, benefattori, ecc. Senza le copiose elargizioni di simili personaggi non potremmo fruire dell’immenso patrimonio storico artistico della Chiesa. Nella “Societas Christiana” vi è stata una gara – più o meno spontanea – nell’elargire donazioni immobiliari e mobiliari alle istituzioni ecclesiastiche, così che l’ornamento della “domus Dei” ha spinto uomini di ogni ceto sociale alla sponsorizzazione o, in termini più eleganti, alla committenza di opere d’arte sacra. Le motivazioni sottese a tali atti erano assai diverse, anche se talora concorrenti. Possiamo allora tentare una tipologia della sponsorizzazione nell’ambito dell’arte sacra.

“Nella “Societas Christiana” vi è stata una gara nell’elargire donazioni alle istituzioni ecclesiastiche, così che l’ornamento della “domus Dei” ha spinto uomini di ogni ceto sociale alla committenza di opere d’arte sacra”

La Basilica di S.Vitale in Ravenna: "sponsorizzazione come servizio ecclesiale"

Sponsorizzazione come cogestione comunitaria

Partendo dal presupposto che soggetto della “nuova religione in spirito e verità” sono i christifideles, quando la comunità cristiana era pastoralmente ben organizzata, ciascun credente viveva la propria appartenenza, mettendo mano al portafoglio e prestando la sua opera per dare splendore di bellezza ai luoghi di culto. Per diversi secoli, ad esempio, l’intera collettività di Chartres si addossò le spese e l’opera di costruzione della stupenda cattedrale con un debito per ogni abitante pari a 25.000 euro. Questo è quanto risulta dai libri contabili recentemente studiati. Manca il libro riguardante le spese per l’acquisto delle pietre, che forse erano donate da qualche benefattore. Si potrebbe pensare che allora erano più santi di noi, ma questo non sembra del tutto vero. Capitò una volta che un ricco signore volle, in tarda età – anche lui in isconto dei peccati – lavorare nel cantiere della cattedrale senza ricevere alcun compenso. Gli operai si allarmarono, temendo che anche a loro venisse di conseguenza negata la paga. Che fecero? Sorpresero di notte il vecchio signore e lo uccisero. Innumerevoli sono tuttavia i casi di compartecipazione, tanto nella costruzione, quanto nel mantenimento delle chiese. Primi sponsor permangono dunque i fedeli. Devono però sentirsi a “casa loro” nel luogo che maggiormente li qualifica religiosamente. I laici infatti non si possono ridurre a “sponsor da portafoglio”, ma vanno corresponsabilizzati nella conservazione, manutenzione e gestione dei beni culturali della Chiesa in vista della loro valorizzazione pastorale.

Sponsorizzazione come riparazione dai peccati

Si ritorna al succitato binomio di soldi e peccati. Congiunzione che però ha generato non pochi problemi all’immagine della Chiesa e numerosi fraintendimenti nell’ambito storico, non ultimo quello derivato dalla “predicazione delle indulgenze”. Tuttavia, destinare le proprie ricchezze, non sempre ammassate con “mani pulite”, per promuovere costruzioni religiose, opere di carità ed imprese culturali, è azione meritoria, presumibilmente gradita al buon Dio.

Sponsorizzazione come devozione religiosa

Abitudine assai diffusa fu quella di commissionare opere d’arte sacra per esprimere la propria religiosità. Poteva essere l’adempimento di promesse in seguito a grazie ricevute, o un segno propiziatorio nei confronti del patrono spirituale, o il ricordo di una particolare circostanza sacramentale, o l’atto di suffragio per un caro estinto.Ad esempio, il terreno per costruire in antico catacombe e cimiteri è stato abitualmente donato da privati che si erano convertiti al cristianesimo. Teodolinda, regina longobarda, commissionò nel 603 l’evangeliario custodito nel Tesoro del Duomo di Monza, in ricordo del battesimo del figlio Adaloaldo. Si tratta di atti che rientrano di buon grado nella logica dell’incarnazione. Un’istanza religiosa può infatti trovare riscontro in un manufatto sensibile.Questo è latore di un messaggio religioso offerto alla comunità cristiana e a Dio. Per essere autentico va però accompagnato da una seria intenzione spirituale, affinché sia sincero l’operato dello sponsor. In caso contrario si cade nella condanna sovente rivolta da Gesù agli “scribi e farisei ipocriti”.

Sponsorizzazione come equa distribuzione

Vangelo e Padri non sembrano molto favorevoli alla sperequazione dei beni. Pertanto nel cristianesimo deve funzionare la logica dei vasi comunicanti. Chi ha, deve dare a chi non ha. Santi come don Bosco e il can. Cottolengo spiegavano ai benefattori che i primi beneficati erano loro stessi, poiché rinunciando a qualche ricchezza s’avvicinavano di più al volere di Dio. Quindi dovrebbe essere un dovere per istituzioni e enti, che si proclamano cristiani, destinare una percentuale dei ricavi, anzitutto, alle opere di carità, e poi anche ai beni culturali. Da questo principio sono uscite opere di indubbio valore sociale, grazie all’iniziativa di privati facoltosi e di pubbliche istituzioni. Anche in tempi recenti, istituti bancari e società private hanno finanziato ingenti e pregevoli restauri di opere d’arte religiosa riutilizzando alla pubblica utilità parte dei loro ricavi.

"Dovrebbe essere un dovere per istituzioni e enti che si proclamano cristiani destinare una percentuale dei ricavi anzitutto alle opere di carità e poi anche ai beni culturali "

Il Duomo di Monza. Molte sue opere furono realizzate grazie alla regina longobarda Teodolinda.

Sponsorizzazione come servizio ecclesiale

Pastori della Chiesa, ordini religiosi, confraternite laicali ed anche istituzioni civili si sono adoperati nel corso dei secoli, onde dotare la comunità cristiana di edifici per le celebrazioni liturgiche e per le opere caritative. Si è così originato un patrimonio monumentale, in molti casi di inestimabile valore, che ha modellato il territorio urbano e rurale dei paesi in cui si è venuto disseminando il cristianesimo. Non si possono allora non ricordare sponsor ecclesiastici. Ecclesius, vescovo di Ravenna, fece costruire nel VI sec. la basilica di San Vitale e subito dopo il vescovo Massimiano quella di Sant’Apollinare in Classe. Si può altresì ricordare il card. Alessandro Farnese che nel sec. XVI fece innalzare a Roma la Chiesa del Gesù. Non si deve dimenticare la committenza benedettina, quella degli ordini mendicanti e degli altri istituti religiosi. Nell’ambito benedettino è memorabile l’impresa dell’Abate Desiderio che dopo le distruzioni saracene fece ricostruire, con concorso di abili maestranze, l’abbazia di Montecassino. Nell’ambito francescano il sacro convento di Assisi diventò presto il famedio di frate Francesco, dove il connubio di arte e di spiritualità venne offerto alla fruizione del mondo intero.Dietro agli splendori monastici e conventuali bisogna intravvedere l’impegno immane dei religiosi e di quanti erano soggetti ai loro territori, inteso a sponsorizzare imprese che vedevano impegnati i più grandi artisti di ogni epoca. Non va neppure dimenticata la sponsorizzazione civile. L’imperatore Costantino nel IV sec. fece erigere il complesso del Laterano e la Basilica di San Pietro sul colle Vaticano; l’imperatore Giustiniano nel sec. VI promosse la costruzione di Santa Sofia a Costantinopoli; la Repubblica di Venezia fece costruire la cappella ducale di San Marco arricchendola di splendidi mosaici e di molte opere d’arte trafugate a Costantinopoli in occasione della IV Crociata (1204); i Re normanni nel sec. XII eressero le splendide cattedrali di Monreale e di Palermo; la Repubblica di Firenze nel XV sec. intraprese la costruzione della nuova cattedrale di Santa Maria del Fiore; i Visconti nel XIV sec. avviarono la costruzione del Duomo di Milano.

Sponsorizzazione senza encomio

Ma nella sponsorizzazione dei monumenti della fede e della carità subentrano qualche volta interessi ben lontani dall’impegno religioso, anche se questo non viene mai del tutto inficiato. Non sono certo encomiabili quelle sponsorizzazioni in instrumentum regni volute per garantirsi il potere di fronte alla gerarchia ecclesiastica e alla comunità civile.Talvolta la beneficenza per l’edificazione di chiese, monasteri e conventi serviva, soprattutto, per “legare le mani” dei destinatari. Non sono da vantare le sponsorizzazioni per motivi di encomiasmo della propria persona, della famiglia di appartenenza, dell’istituzione religiosa o civile. Torna forse a disdoro degli stessi sponsor l’incisione del proprio nominativo sul frontone di chiese e basiliche, in sostituzione della ben più dignitosa dedicazione: “D.O.M.”. Neppure è encomiabile progettare una basilica quale contenitore del proprio monumento funerario. In una religione in cui si predica che “la mano destra non deve sapere quel che fa la sinistra “, anche una sponsorizzazione legata a motivi puramente pubblicitari non sembra un percorso conveniente.

"Ci sono popolazioni uscite da regimi anticristiani, da devastazioni belliche, da calamità naturali, da grandi carestie che non hanno neppure un tetto sotto cui radunarsi per celebrare insieme la loro fede. Nei loro confronti dovremmo tutti sentirci degli sponsor "

La basilica di S.Francesco in Assisi

Per una nuova strategia della sponsorizzazione

L’indagine storico-critica sulla sponsorizzazzione dei beni culturali della Chiesa non conduce dunque a rifiutarla, anche se occorre attivare un regime prudenziale. Del resto, insorgono problemi gestionali di non facile soluzione a cagione dell’abituale mancanza di risorse. Sono pertanto evidenziabili alcune meritorie proposte oper
ative.
1. È meritoria la proposta di “adozione” di un luogo di culto ai lettori di una rivista, ai membri di un’istituzione, agli abitanti di una città, anche se la cura primaria rimane della comunità dei fedeli ivi dimorante, la quale dovrebbe essere opportunamente sensibilizzata e corresponsabilizzata.
2. È meritoria la sponsorizzazione di restauri da parte di istituti bancari, fondazioni, imprese, che hanno statutariamente nel loro bilancio annuo una cifra da devolvere per finalità culturali. Il patrimonio cristiano rappresenta la memoria culturale dell’occidente, per cui va conservato con cura. Occorrono allora strategie per coinvolgere questi enti nel finanziare tali imprese, accettando un sobrio ritorno della loro immagine.
3. È meritorio organizzare manifestazioni di beneficenza – spettacoli, lotterie, cene, ecc. – per reperire fondi da destinare ad una determinata opera cultuale o caritativa.
4. Potrebbe anche risultare meritoria la sponsorizzazione da parte di ditte commerciali che presentano attraverso tali imprese la propria immagine al pubblico. La valutazione deve però essere oculata. Ad esempio, una pubblicità provvisoria di prodotti “neutri” sui ponteggi di un restauro può non essere esecrabile.
5. Accettabile, in linea di principio, è la realizzazione gratuita di interventi da parte di imprese che così possono pubblicizzare la metodologia usata ampliando il proprio mercato.
6. Non va poi dimenticato il dovere delle pubbliche istituzioni inteso a conservare i segni più significativi di una collettività, onde permetterne la vitalità non solo in termini di memoria storica, ma anche di attuale usufrutto. Alla conservazione materiale dei sacri edifici va dunque garantita la valorizzazione ecclesiale.
7. Infine è davvero meritorio non pensare solamente alle proprie chiese, che nel complesso sono in discrete condizioni di salute. Ci sono infatti popolazioni uscite da regimi anticristiani, da devastazioni belliche, da calamità naturali, da grandi carestie che non hanno neppure un tetto sotto cui radunarsi per celebrare insieme la loro fede. Nei loro confronti dovremmo tutti sentirci degli sponsor.

Rev. Prof. Carlo Chenis, SDB
Segretario della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa

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